Confronti: Il cinema di propaganda in Giappone, Russia e Stati Uniti, durante (e dopo) la seconda guerra mondiale

propagandaL’utilizzo a scopi propagandistici della settima arte durante e dopo la seconda guerra mondiale fu un fenomeno comune a tutte le potenze coinvolte nel conflitto.

Vi sono tuttavia alcune sostanziali differenze nell’approccio di ogni Paese, ma anche di ciascun produttore e addirittura da parte di singoli registi.

Possono essere analizzati tre film esemplificativi del diverso modo in cui la propaganda bellica fu portata avanti in Russia, Giappone e Stati Uniti e di come e quanto in ciascuno di tali Paesi pesassero elementi quali lo Stato centralizzato, la casa di produzione, la visione autoriale.

bandiera-usaL’analisi non può che partire dagli Stati Uniti, il Paese che alle soglie degli anni Quaranta si trovava nel pieno della sua età d’oro cinematografica. Era l’età dello Studio System e delle majors che cannibalizzavano il mercato cinematografico nazionale ed internazionale.

Allo scoppio della guerra in Europa, gli statunitensi si rivelarono fortemente isolazionisti e niente affatto disposti a sacrificare le proprie energie – e men che meno le proprie vite – per le beghe europee. Tale atteggiamento durò a lungo, per almeno tutto il 1940 e il 1941.

Eppure, con il passare del tempo e con le notizie che giungevano da oltreoceano circa i successi che il nazismo stava accumulando sui fronti del Vecchio Continente – nonché considerati la drammatica campagna di bombardamento aereo che la Luftwaffe aveva portato avanti contro gli inglesi e l’avvio del tentativo di invasione dell’Unione Sovietica – una parte dell’opinione pubblica americana iniziò lentamente a cambiare opinione, avvertendo la minaccia nazista come sempre più concreta. Ma la silent majority non si era ancora convinta ed ecco dunque che in alcuni ambienti, tra cui quello hollywoodiano, si iniziò a far campagna attiva per l’interventismo.

Tra le majors meno conservatrici di Hollywood vi era sicuramente la Warner Bros., che produsse uno dei primi film schierati per la discesa in guerra degli Stati Uniti.

Uscito nell’estate del 1941 – ben prima dunque che l’attacco a Pearl Harbor facesse abbandonare qualsiasi remora al popolo americano – Il sergente York di Howard Hawks è in realtà ambientato durante la prima guerra mondiale.il-sergente-york

Tale prassi, quella di utilizzare un conflitto precedente per riferirsi a quello in corso, diventerà piuttosto comune nel cinema americano. Qualcosa di analogo si avrà infatti ai tempi del Vietnam, quando – questa volta con il fine opposto di criticare l’interventismo americano – usciranno film di denuncia ambientati durante la seconda guerra mondiale (Comma 22, di Mike Nichols) o durante la guerra di Corea (M*A*S*H, di Robert Altman).

Hawks racconta la vera storia dell’eroe di guerra Alvin York, che durante il primo conflitto mondiale sbaragliò un’intera linea tedesca, praticamente da solo, catturando oltre centotrenta uomini. La parabola di questo soldato modello è assolutamente significativa per comprendere la finalità propagandistica della pellicola. Alvin York è un contadino con il vizio delle bevute (e una gran bella mira con il fucile) che un giorno si ritrova ad abbracciare la fede, diventando un credente inappuntabile. Quando gli Stati Uniti scendono in guerra contro la Germania nel 1917, Alvin inizialmente rifiuta di arruolarsi, dichiarandosi obiettore di coscienza. Costretto ad imbracciare le armi, dimostra da subito le sue doti con il fucile e viene promosso a sergente. Inviato sul fronte franco-tedesco, compirà la suddetta strabiliante azione eroica.

Fin troppo facile identificare nel protagonista l’isolazionista medio successivamente convintosi circa l’ineluttabilità dell’intervento, nonostante gli iniziali scrupoli morali e religiosi. La domanda di fondo che proponeva Hawks allo spettatore era dunque semplice: se pure uno come Alvin York era stato contrario alla guerra, salvo poi diventarne un eroe, che ragioni dovevano ancora portare gli interventisti per dimostrare la necessità della discesa in campo?

Il sergente York era peraltro interpretato dalla star di turno (un aspetto ovviamente non secondario negli anni del divismo): un Gary Cooper che si guadagnerà con una recitazione ingenua e bigotta il suo primo Oscar, togliendo la statuetta dalle mani di Orson Welles e del suo Charles Foster Kane di Quarto Potere (ebbene sì).

Di grande importanza è anche la cascata di patriottismo (a cominciare dai titoli di testa con motivo grafico a stelle e strisce) e di retorica liberale di cui la pellicola è intrisa.

Oltre che fervidi interventisti, i fratelli Warner erano anche palesemente filo-sovietici, come dimostreranno due anni più tardi con Mission to Moscow, diretto da Michael Curtiz (il regista di Casablanca): un vero e proprio film di propaganda filo-russa che infatti causerà non pochi fastidi ai produttori nel periodo maccartista.

bandiera-giappone-imperialeSe dunque negli Stati Uniti un ruolo fondamentale nella propaganda interventista fu quello dei produttori (e in particolare della Warner Bros.), in Giappone fu un’opera di un giovane Akira Kurosawa a destare particolare interesse.

Il più celebre regista giapponese del Novecento aveva diretto soltanto un lungometraggio quando ricevette l’incarico di girare un’opera di propaganda dalla marina imperiale.

Se ad Hollywood in quegli anni i registi contavano ancora davvero poco (tranne qualche eccezione), è significativo rilevare come invece un autore giovane ed inesperto come Kurosawa seppe imporre un proprio soggetto, contrastante con le direttive ricevute dalle autorità.

lo-spirito-piu-elevatoCon Spirito più elevato, il regista nipponico poneva l’accento sull’impegno lavorativo e lo spirito di sacrificio che veniva richiesto a coloro che non si trovavano in prima linea: gli operai delle fabbriche di materiale bellico e in primis le donne, a cui il film era rivolto.

Un’idea sostanzialmente diversa, quindi, dalla propaganda statunitense, che puntava, come visto, sul convincimento degli indecisi e dei non interventisti (in un primo momento), oppure sulla necessità di arruolarsi o di sostenere l’impegno bellico mediante l’acquisto dei buoni di guerra (in una seconda fase).

La via nipponica alla propaganda non stupisce per niente, se si pensa allo stereotipo del giapponese quale grande lavoratore.

Spirito più elevato è ambientato in una fabbrica di lenti per uso bellico, nella quale viene deciso di incrementare la produzione, per far fronte alle maggiori richieste che arrivano dal fronte. Agli uomini viene chiesto di raddoppiare il prodotto pro-capite, mentre alle donne si richiede un cinquanta per cento di incremento. Un gruppo di operaie protestano, perché vogliono contribuire maggiormente. Le loro rimostranze vengono accolte, ma le ragazze faranno fatica a reggere i nuovi ritmi di lavoro, se non con un enorme spirito di sacrificio.

Il film è un documento verosimile e interessante, ancorché di modesta importanza da un punto di vista strettamente cinematografico (se si esclude la forte connotazione realista).

Ovviamente il nome del regista ha contribuito non poco alla mancata discesa nell’oblio della pellicola (destino che accomunerà i film nipponici di propaganda) e soprattutto al fatto che essa sia stata distribuita anche in Italia.

bandiera-ussrVenendo infine all’Unione Sovietica, emerge fin da subito un aspetto non presente nei film degli altri due Paesi: in Russia, infatti, la propaganda non derivava dall’impegno politico dei produttori (come negli Stati Uniti) e di sicuro non poteva essere influenzata da scelte narrativo-stilistiche dei registi (come accaduto in Giappone). In Unione Sovietica, la propaganda bellica era prerogativa dello Stato, attraverso la casa produttrice Mosfil’m, controllata dal Goskino, l’ente statale di organizzazione e coordinamento dell’attività cinematografica.

Il “meglio” del cinema di propaganda sovietico si ebbe tuttavia soltanto dopo la seconda guerra mondiale, anziché durante la stessa. I russi erano del resto massicciamente impegnati a contenere i tedeschi in un conflitto che causerà loro circa venti milioni di morti.

La spinta nazista che nel dicembre del ’41 era giunta alle porte di Mosca aveva costretto la Mosfil’m a trasferirsi in Kazakistan. La produzione di film non era in ogni caso il primo dei pensieri di Stalin quando due delle città più importanti del Paese, Leningrado e Stalingrado, erano da mesi sotto devastante attacco tedesco.

Dopo la guerra e dopo il trionfo sul nazismo si aprirono ampi spazi per celebrare l’impegno sovietico e soprattutto omaggiare la guida che aveva reso possibile la vittoria: il padre della patria Iosif Stalin.

Ecco così che nell’immediato dopoguerra vengono prodotti e girati in particolare due film, entrambi di Michail Čiaureli (georgiano come Stalin): Il giuramento e, soprattutto, La caduta di Berlino, vero e proprio kolossal made in Russia, nonché vertice ineguagliabile del cinema di propaganda sovietico.

Uscito nel 1950, sotto l’egida della Mosfil’m, La caduta di Berlino è diviso in due parti.la-caduta-di-berlino

La prima inizia con una delle più classiche esaltazioni dello stakanovismo (l’operaio Alexei Ivanov premiato per aver raggiunto il record di produzione), seguita dall’attacco tedesco che costringe i russi a scendere in guerra per difendere il proprio territorio.

Con la vittoriosa battaglia di Stalingrado e la conferenza di Yalta si chiude la prima parte, connotata da una forte diffidenza nei confronti degli alleati, in particolare degli inglesi: oltre al funzionario britannico che tratta con Göring, Čiaureli mostra un Churchill palesemente anti-sovietico, dall’atteggiamento arcigno e severo, che contrasta con quello placido e pacato di Stalin.

Nettamente più blanda, invece, la posizione nei confronti degli americani.

Con la seconda parte del film si entra nel clou del contrattacco russo, con l’esercito che si mette in marcia, in maniera apparentemente inarrestabile, verso Berlino.

La crescente angoscia di Hitler e dei suoi gerarchi, chiusi nella cancelleria a vaticinare di improbabili controffensive o di imminenti guerre fratricide tra gli alleati, si contrappone all’iniziale spavalderia del Führer, quella dei tempi in cui le sue divisioni scivolavano dentro il territorio russo con facilità disarmante.

C’è spazio anche per una stoccata contro il Vaticano: tra gli ambasciatori che rendono onore alle conquiste di Hitler c’è infatti il Nunzio apostolico, cui il Führer richiede un’Enciclica papale contro i bolscevichi, apostrofandolo poi come un “vero nazista”.

Ma l’insolenza e la sfrontatezza tedesche sono destinate a tramontare dopo Stalingrado, riconquistata la quale l’Armata rossa inizia ad avanzare inesorabile verso Berlino, conquistandola a prezzo di enormi perdite.

Sotto assedio nel bunker della cancelleria, l’atteggiamento del Führer è improntato ad una rabbia che rasenta la schizofrenia; totalmente in contrasto con il volto sempre serafico del segretario sovietico, che sembra non perdere mai la calma.

Le scene finali attorno al Reichstag sono solenni, magniloquenti, nonostante l’utilizzo di luci contrastanti che sfociano spesso nell’errore tecnico.

Ma il vero e proprio trionfo della propaganda è nel finale: danze e canti di gioia attorno al Reichstag, con i soldati che pronunciano a turno il nome delle città da cui provengono (esattamente quello che fanno i nazisti a Norimberga ne Il trionfo della Volontà di Leni Riefenstahl); ma soprattutto, l’arrivo di Stalin a Berlino in aereo (fatto mai avvenuto nella realtà) che si intitola la vittoria, con fare paternalistico, in mezzo ad una folla in estasi (che sventola – e qui si giunge al paradosso – anche bandiere statunitensi e britanniche).

È l’apogeo del culto della personalità, che verrà ripudiata soltanto dopo la morte di Stalin, con Chruščёv segretario (ed infatti il film verrà ritirato dalla circolazione dalla metà degli anni Cinquanta).

Una pellicola chiaramente imbarazzante per la cinematografia sovietica, ma di cui non si possono non ammettere i pregi tecnico-registici (soprattutto nelle memorabili scene di massa) e artistici, come nel caso delle preziose musiche di Shostakovich.

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Sergeant York (1941, USA, 134 min)

一番美しく, Ichiban utsukushiku (1944, Giappone, 85 min)

Padeniye Berlina I,II (1949, URSS, 167 min)

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