Al cinema: La La Land, di Damien Chazelle

la-la-land-locandina-low-750x1071Come si fa a non amare Ryan Gosling con quel suo piglio un po’ arrogante, il profilo affilato e gibboso, ed il suo personaggio, lo scontroso pianista Sebastian che ama solo il vecchio jazz classico, da vinile, senza contaminazioni elettroniche.
Come si fa a non amare la splendida Emma Stone con quegli enormi occhi da ranocchio, tenera e tremendamente chic, e il suo personaggio Mia Dolan (piccolo cadeau di Chazelle all’ altro enfant prodige del cinema?), sognatrice come la Farrow de La rosa purpurea del Cairo, un mega poster di Ingrid Bergman in camera, adoratrice del cinema classico di cui è imbevuta e con il quale nutre la sua ambizione di diventare un’attrice?
Come si fa a non amare la magica mano di Damien Chazelle, il quale dimostra ancora una volta di avere la musica nel sangue e l’inquadratura perfetta sempre nella testa, superando il semplice omaggio ai grandi musical hollywoodiani e puntando dritto all’impresa di riportare il genere tra le vette assolute del panorama cinematografico contemporaneo?

La La Land è un film energico e fiammeggiante fin dalla prima sequenza, in cui ballerini escono dalle macchine incolonnate nel traffico tra colori sgargianti e figure acrobatiche degne del miglior Minnelli, nonché un piccolo gioiello del romance fin dal primo incontro/scontro tra Mia e Sebastian. Emerge il talento cristallino del compositore Justin Hurwitz, già efficacemente rodato in Whiplash, con pezzi cantabili di grande impatto tra cui il trasognato Mia & Sebastian’s theme e il languido City of Stars, in abbinata con il tandem Pasek and Paul alla scrittura dei testi. Azzeccata la scelta di affidare i costumi a Mary Zophres, fresca delle consonanti atmosfere di Ave, Cesare!, la musical comedy dei Coen. Sfavillanti infine la decorazione del set, opera di Sandy Reynolds e del marito David Wasco collaboratori di lungo corso di Tarantino, con l’uso (molto vintage) di fondali di sospirosa bellezza, e la magnetica, luminescente fotografia pop di Linus Sandgren.

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Il musical è una complessa orchestrazione di talenti e la squadra di produzione ha saputo centrare pienamente il colpo, meritando ampiamente l’incetta di premi e nominations.
La storia d’amore è molto genuina e riesce a rimanere autentica pur dentro la sua bolla di sapone. E’ un amore che dura un pugno di stagioni, giusto il tempo di tirarsi su a vicenda dai propri fallimenti; una parabola fragile ed effimera eppure – anzi, forse proprio per questo – bellissima. Chazelle gioca con la scintilla dell’innamoramento facendo della scena clou – il classico rapimento estatico di lei dalla suadente musica di lui – il perno da cui dirottare due possibili evoluzioni. Ma il sogno si infrange nell’unico finale possibile, in cui la realtà prende piede sfuggente e dolorosa, indossando un paio di sorrisi di circostanza, forse indegni a coronare un così intenso percorso anche se intimamente sinceri.

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Numerosi e stupendi i piani sequenza, che hanno costato non poca fatica ai due protagonisti nel provare e riprovare le coreografie. Tra questi forse il più bello è quello del primo appuntamento “improvvisato” mentre Mia sta cercando la sua auto in un parcheggio che serpeggia su su per una collina fino a un piazzale con vista mozzafiato su Los Angeles. Qui i due danno vita a un duetto teneramente imperfetto, quello incorniciato nella locandina del film e illuminato dal classico lampione, dimostrando che la bravura di un attore può trarre massimo profitto anche da un filo di goffaggine.

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La La Land (2016, USA, 128 min)

Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Damien Chazelle

Fotografia: Linus Sandgren

Musiche: Justin Hurwitz

Interpreti principali: Ryan Gosling (Sebastian Wilder), Emma Stone (Mia Dolan), John Legend (Keith), J. K. Simmons (Bill), Rosemarie DeWitt (Laura Wilder)

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2 thoughts on “Al cinema: La La Land, di Damien Chazelle

  1. Premesso che la stagione dei musical dei primi anni Cinquanta è sostanzialmente irripetibile, in La La Land si respira in effetti il profumo della Vecchia Hollywood, delle opere di Vincente Minnelli e Stanley Donen.
    Chazelle ha creato qualcosa di fortemente nostalgico, senza con ciò demonizzare la modernità, che fa spesso capolino, senza tuttavia arrivare alla mistificazione pop alla Baz Luhrmann.
    E’ sicuramente un’operazione riuscita, al di là dei gusti personali e dell’amore verso il genere specifico.
    Non per niente se ne parla così tanto in giro.

  2. Sì Vincenzo, la cosa straordinaria di questo film è la capacità di tenere in equilibrio materiale ‘vintage’ da anni ’50 e contemporaneità. E così convivono smartphone e vecchi cinema, youtube e scarpette da tip tap 🙂

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