Lo scrigno: Perché un assassinio, di Alan J. Pakula

parallax[Premessa: gli articoli de Lo scrigno sono nati con l’intento di segnalare film poco conosciuti, ma degni di essere ripescati da un oblio in cui sono caduti spesso ingiustamente. Una delle pellicole a cui ho subito pensato per il mio primo post di questa rubrica, che segue quello di @aussiemazz su Nostos – Il ritorno, è stata proprio questa. Cercherò dunque di spiegare perché – a mio avviso – vale la pena di andarsi a cercare questo film di Alan J. Pakula.]

Il tema della paranoia politica e della sfiducia nelle istituzioni era entrato prepotentemente nella società americana dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, un caso definito frettolosamente dalla Commissione Warren, che aveva appoggiato la tesi del killer solitario, sebbene lasciasse molti dubbi e questioni irrisolte. 

Dopo l’assassinio, nel 1968, di Bob Kennedy, fratello di John, le cose non poterono che peggiorare e la psicosi da complotto si diffuse in un Paese sempre più disincantato, che già da anni protestava contro l’impegno in Vietnam.

A un tale clima non poteva rimanere estraneo il mondo della settima arte e in particolare quella corrente che proprio sul finire degli anni Sessanta aveva dato nuova linfa, contenutistica e stilistica, al cinema a stelle e strisce: il riferimento va ovviamente alla New Hollywood, di cui Alan J. Pakula sarà uno degli esponenti più attenti a tali aspetti.

Proprio il regista del Bronx dedicherà una trilogia alla paranoia politica, di cui questo The Parallax View costituisce il film centrale. Una trilogia nata con Una squillo per l’ispettore Klute e che si chiuderà con quella che è forse la pellicola più celebre di Pakula, Tutti gli uomini del Presidente, incentrato sullo scandalo Watergate.

Questo lungometraggio, assolutamente sottovalutato e purtroppo dimenticato, prende spunto (per il tramite dell’omonimo romanzo di Loren Singer su cui è basato) proprio dagli assassinii politici compiuti in America negli anni Sessanta.

L’intreccio prende le mosse dall’omicidio del senatore Carroll, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ucciso durante un comizio a Seattle. Due giornalisti che quel giorno erano presenti sul luogo del delitto assistono allo stillicidio di misteriose morti dei testimoni oculari dell’evento. Uno dei due, Joe Frady, cercherà di andare a fondo della vicenda e scoprirà l’esistenza di un’associazione segreta, la Parallax Corporation, che recluta uomini per far compiere loro assassinii politici.

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Una giuria togata (che richiama la citata commissione Warren) è protagonista, in apertura e in chiusura di film (con splendido gioco simmetrico: prima una carrellata avanti, poi una indietro), di due scene semplici ma memorabili, in cui due omicidi politici diversi vengono ricondotti all’agire solitario di un singolo attentatore, negando la sussistenza di un complotto (e negando altresì emblematicamente ogni possibilità di dialogo con la giuria stessa).

Altra sequenza geniale è quella in cui viene somministrato al protagonista un test attitudinale fortemente subliminale: una scena di una potenza visiva enorme, in cui si alternano fotografie di elementi negativi e positivi, che vengono associati a temi chiave via via stravolti e mixati con un ritmo sempre più incalzante. I richiami alla cura Ludovico di Arancia meccanica sono abbastanza evidenti, ma qui per certi versi la cosa è presentata in modo più inquietante rispetto al capolavoro di Kubrick, che invece giocava molto su un’ironia grottesca.

Ottima l’interpretazione di un Warren Beatty che tuttavia non ha esattamente il physique du role del reporter d’inchiesta (in ciò contrastando gli insegnamenti della New Hollywood, che aveva aperto ad una nuova fisionomia, più comune, degli attori principali, soprattutto se impegnati in ruoli di questo tipo).

Perché un assassinio è un gran film, con un finale (volutamente) amaro e con una fotografia notevole (senza essere mai appariscente): sia per le tante inquadrature costruite in modo impeccabile (in particolare nella scena finale con i tavoli dai colori della bandiera americana), sia per il gioco di chiaroscuri sapientemente centellinato da Gordon Willis, un grandissimo direttore della fotografia che oltre a collaborare con Pakula nei tre film citati, si occuperà delle lenti di un’altra trilogia (quella de Il padrino di Francis Ford Coppola) e di diversi film di Woody Allen, tra cui i celebrati Manhattan e Io e Annie.

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Il titolo originale, The Parallax View, è un arguto gioco di parole tra la Parallax Corporation (l’associazione segreta protagonista del film) e la parallasse come fenomeno di “relativismo visivo”. La traduzione italiana è assolutamente banale, un po’ per necessità, un po’ perché forse non si voleva – ancora una volta – far spremere troppo le meningi al pubblico nostrano.

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The Parallax View (1974, USA, 102 min)

Regia: Alan J. Pakula

Soggetto: Loren Singer

Sceneggiatura: David Giler, Lorenzo Semple Jr.

Fotografia: Gordon Willis

Interpreti principali: Warren Beatty (Joseph Frady), Paula Prentiss (Lee Carter), William Daniels (Austin Tucker)

3 thoughts on “Lo scrigno: Perché un assassinio, di Alan J. Pakula

  1. Ricordo che Warren Beatty ha interpretato un giornalista (John Reed) anche in “Reds”. Si vede che la parte gli piaceva, oppure che lui piaceva in quella parte. 🙂

    1. Già, è vero, anche se quello se l’è prodotto e diretto da solo, quindi figuriamoci se non si beccava pure la parte principale😁😁😁 siamo parlando di Warren Beatty del resto… Comunque sì, non era male neanche in Reds, ma lì la stagione della New Hollywood si era già chiusa (siamo dopo I cancelli del cielo)…

Commenti

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