contemporary stuff: The Fall, di Tarsem Singh

The Fall 01The Fall è forse il film più riuscito del regista indiano Tarsem Singh, almeno per quanto riguarda i consensi che ha ricevuto (e il mio personale parere, per quello che conta). È un’opera interessante sia dal punto di vista tecnico sia da quello delle scelte narrative. La storia è un adattamento del film bulgaro Yo ho ho (1981) ed è ambientata nei sobborghi di Los Angeles, nel 1915. Una bambina ricoverata in ospedale per un braccio rotto conosce un giovane stuntman del cinema che ha subito un trauma alla colonna vertebrale. I due iniziano a tenersi compagnia e l’uomo comincia a narrarle una storia di fantasia che parla di cinque eroi bizzarri che sfidano il governatore Odious in un mondo immaginario.

Tarsem è solito fare grande sfoggio di ambientazioni particolari e colorate, così come vivaci sono i costumi, oltre che curiosi e curati. Lo si è visto anche in altre sue produzioni, come Immortals (2011) e Biancaneve (2012), che, se pur non riuscitissime come opere cinematografiche, non mancano certo di attenzione negli aspetti sopracitati. In The Fall il regista dà il massimo. Privilegiando ambientazioni indiane o perlomeno asiatiche, ma non disdegnandone altre tra cui Villa Adriana a Tivoli, ci trasporta in una realtà fittizia che è un pot-pourri di ambienti diversi ma che riesce a fondere senza troppo stonare. I luoghi, poi, ci mettono del loro per colpire lo spettatore: basti pensare alla “citta blu”, Jodhpur, con i suoi tetti di un azzurro sfavillante, o al monastero di Lamayuru. Numerosi sono i Paesi toccati dalla troupe per le riprese (India, Indonesia, Fiji, Turchia, Sudafrica, Italia, Francia, Argentina…), evidente segno di un particolare interesse di Tarsem per questo elemento del film.

La storia narrata dal protagonista alla bambina è relativamente semplice, mentre strani e quasi grotteschi sono i suoi personaggi: il bandito mascherato, l’ex-schiavo, Charles Darwin con la sua scimmia Wallace (nome omaggio all’altro scienziato, Alfred Russell Wallace), l’esperto italiano di esplosivi, il sensitivo indiano. I costumi sono particolari e non manca il citazionismo: la maschera del bandito e la locandina del film sono ispirati all’opera di Dalì dal titolo “Face of Mae West Which May Be Used as an Apartment”; l’abito di Darwin rimanda a quello dei drughi di Arancia Meccanica.

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L’aspetto interessante della narrazione è che la bambina interagisce con il suo compagno di degenza, sia a livello dialogico sia nella propria immaginazione. Ai personaggi, infatti, sovrappone l’aspetto di persone che la circondano: lo stuntman, ma anche il personale dell’ospedale, persone che lavorano in zona, degenti e il suo stesso padre.

La storia dei due pazienti, invece, è molto più seria. Il ragazzo, infatti, diventa progressivamente sempre più depresso per la sua condizione (e un po’ per l’amore non ricambiato verso un’infermiera) e ad un certo punto chiede alla semi-inconsapevole bambina di procurargli le medicine del suo vicino di letto, in realtà una dose massiccia di morfina. Il suicidio fallisce solo perché al suo posto si ritrova con un placebo. Il dolore della realtà si mescola sempre più con il mondo di fantasia da lui creato, in un andirivieni quasi psichedelico: la sofferenza si intrufola di prepotenza nella narrazione, con grande dispiacere della bambina che cerca di arrestarla, e ad uno ad uno i personaggi vengono fatti morire dallo stuntman. Il resto lo lascio alla vostra eventuale visione.

Il film è, per me, un esperimento riuscito perché, pur reggendosi sul “niente” – una storia di fantasia raccontata per passare il tempo – riesce ad essere coinvolgente. Innanzitutto perché quella che poteva essere una narrazione fine a se stessa in realtà ha agganci con la situazione dei due pazienti, agganci non concreti ma più sottili e psicologici. In secondo luogo per l’attenzione posta, come dicevo sopra, agli aspetti estetici, il secondo punto forte della pellicola, capaci di emozionare chiunque almeno un po’.

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Dietro alla produzione si nasconde poi tutta una serie di episodi curiosi che hanno contribuito a renderla più realistica e attenta ai dettagli. Ad esempio, pare che la bambina attrice credesse che Lee Pace – che interpreta il protagonista – fosse davvero paraplegico e che la cosa sia stata fatta credere, per quanto possibile, al resto del cast e della troupe. Allo stesso modo, uno degli eventi principali della storia sarebbe derivato da un errore di lettura della stessa bambina. Due parole vanno spese per quest’ultima, Catinca Untaru, che per la sua età e la sua mancanza di esperienza nel mondo del cinema, svolge davvero un ottimo lavoro. Pare che il regista abbia cercato, per quanto possibile, di celare le telecamere e la troupe dietro a delle tende dell’ospedale per essere meno invasivo e rendere l’interazione tra i due attori più spontanea possibile.

In conclusione, The Fall è un film relativamente poco impegnativo per quanto riguarda la storia, ma più profondo di quanto appaia di primo acchito per via della psicologia dei personaggi, del loro rapporto, del loro dramma, e della ripetuta interazione tra realtà e fantasia. Infine, è piacevole visivamente per le ambientazioni. A voi la scelta se vederlo o meno: personalmente, si era capito, lo consiglio.

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The Fall (2006, USA/Sudafrica/India, 117 min)

Regia: Tarsem Singh

Sceneggiatura: Dan Gilroy, Nico Soultanakis, Tarsem Singh

Musiche: Krishna Levy

Fotografia: Colin Watkinson

Interpreti principali: Lee Pace (Roy Walker / Bandito mascherato), Catinca Untaru (Alexandria), Justine Waddell (infermiera Evelyn / Sorella Evelyn), Kim Uylenbroek (dottore / Alessandro Magno), Daniel Caltagirone (Sinclair / Governatore Odious)

4 thoughts on “contemporary stuff: The Fall, di Tarsem Singh

  1. Anche The Cell dev’essere particolare, nonostante Jennifer Lopez😁😁… ad un corso che avevo fatto lo avevano messo tra i film significativi del post moderno, con mia grande sorpresa. Però non l’ho ancora visto, a parte gli spezzoni che ci avevano fatto vedere in quell’occasione. Certo che Tarsem non risparmia sul colore saturo!

Commenti

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