oldies but goldies: Il Gattopardo, di Luchino Visconti

Gattopardo 01“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.
“E dopo sarà diverso, ma peggiore”.

Il Gattopardo, uscito nelle sale nel 1963, è il primo tra i film vincitori della Palma d’Oro che tratteremo in questo speciale dedicato al 70esimo Festival di Cannes. L’anno scorso, la rivista “The Hollywood Reporter” ha chiesto ai suoi inviati di scegliere il migliore tra i vincitori di tutte le edizioni passate, e il più votato è risultato proprio Il Gattopardo: a lui la Palma delle Palme. Dunque un inizio di rubrica di tutto rispetto, con quello che non esito a definire un capolavoro del cinema italiano dei suoi anni d’oro, e un capolavoro (tra i tanti) del regista Luchino Visconti.  Difficile analizzarlo analiticamente e in maniera completamente obiettiva. 

L’opera, tratta dal romanzo omonimo di Tomasi di Lampedusa, narra della conquista della Sicilia da parte delle truppe garibaldine (non c’è filo-borbonico che non la definisca una conquista, più che una liberazione). La storia è però incentrata non tanto sulle imprese belliche, quanto sulle reazioni che la mutata condizione politica genera nella classe dirigente dell’isola, formata da famiglie di antica nobiltà che vedono crollare il terreno sotto i loro piedi.

La figura centrale è quella del principe Fabrizio di Salina, interpretato da Burt Lancaster, sempre piacevole da vedere all’opera. Per ragioni un po’ anagrafiche e un po’ ideologiche, il vecchio patriarca fatica ad adattarsi al cambiamento. Sente di non esserne in grado e in buona parte non vuole neppure provarci. Non che nutra particolare rancore verso il nuovo governo o un amore viscerale per il vecchio, ma sente semplicemente di essere un uomo d’altri tempi e che il futuro è nelle mani dei giovani, come suo nipote Tancredi (Alain Delon) e, ahilui, dei borghesi arricchiti. Degli spiragli ci sono: Tancredi sposa la figlia di un ricco politicante (Claudia Cardinale, mica scemo), a Fabrizio viene offerta la carica di senatore… ma l’aristocratico preferisce lasciarsi spegnere con il mondo di cui è un simbolo, piuttosto che tentare di adattarsi per salvare il salvabile. “Noi fummo i gattopardi, i leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”.

Gattopardo 02

Lo sfarzo decadente della vecchia nobiltà viene sapientemente mostrato senza economia di luci, costumi, comparse. Celeberrima la scena del ballo, quasi un affresco, sullo sfondo delle dimore signorili dell’epoca. Monumentale la ricostruzione degli ambienti, ma non da meno le poche scene di battaglia, con le camicie rosse a risaltare sullo sfondo giallo-sabbia dell’isola, in quello che mi è parso un altro quadro risorgimentale su celluloide (guardate l’immagine qui sopra e giudicate voi). Scenografia, costumi e fotografia vinsero il Nastro d’Argento, come riconoscimento dell’ottima prestazione e, sebbene l’Oscar sia sfuggito, si tratta in ogni caso di un buon traguardo, soprattutto se sommato al premio di Cannes.

Il Gattopardo è un’opera che potrei definire “completa”. Pregiata l’esecuzione tecnica, valida la recitazione e ovviamente pregna di significati politici e sfumature psicologiche la sceneggiatura. Se il romanzo era onestamente ben scritto ma piuttosto pesante (salvo gli ultimi capitoli, davvero memorabili), il film ha una leggerezza che le tre/quattro ore di durata non riescono ad annullare. Leggerezza che non significa frivolezza: come appena riportato, è un film fortemente politico (sì, parla del passato, ma è un passato che non ci ricorda proprio per niente il presente?); come si interrogano sul futuro il principe Fabrizio, Tancredi, Cavriaghi (il mio beneamato Terence Hill!), ecc., così anche lo spettatore qualche domanda dovrebbe porsela. E, aggiungo io, soffrire e dubitare assieme al protagonista, la cui filosofia è valida e stimolante qui come nel libro.

Gattopardo 03Visconti ha scelto di non riportare il romanzo fino all’ultima pagina, ma di fermarsi in medias res, per così dire. Una scelta forse solo parzialmente condivisibile, ma che con il suo non spingersi fino in fondo ma lasciare intuire è forse la più azzeccata per il film. E la scena finale è soffusa di una tale triste poesia che difficilmente lo spettatore riuscirà a scordarla.

Riassumendo, perché si dovrebbe vedere questo film e perché l’abbiamo scelto tra quelli da trattare nella nostra ricostruzione della storia del Festival di Cannes? In tre concetti, perché Il Gattopardo è: una gioia per gli occhi, un invito a riflettere, una delicata nostalgia.

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Il Gattopardo (1963, Italia/Francia, 187 min / 205 min la versione estesa)

Regia: Luchino Visconti

Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa, Luchino Visconti

Fotografia: Giuseppe Rotunno

Interpreti principali: Burt Lancaster (Don Fabrizio di Salina), Claudia Cardinale (Angelica Sedara), Alain Delon (Tancredi di Falconeri), Paolo Stoppa (Calogero Sedara), Terence Hill (Conte Cavriaghi), Pierre Clémenti (Francesco Paolo di Salina)

4 thoughts on “oldies but goldies: Il Gattopardo, di Luchino Visconti

  1. Mi hai fatto venire voglia di rivederlo e me lo sono rivisto ieri sera… mamma che film… Non so cosa apprezzare di più: il totale controllo di Visconti, la fotografia strepitosa di Rotunno (spesso impressionista) o le interpretazioni (straordinario Lancaster, un vero leone/gattopardo)

Commenti

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