Al cinema: Ghost in the Shell, di Rupert Sanders

Ghost in the Shell 01Tratto dal manga di Masamune Shirow (datato 1989), Ghost in the Shell è un film di fantascienza ambientato in un futuro altamente tecnologico e forse non sufficientemente umano. Così come la protagonista, cui di biologico è rimasto solo il cervello, trapiantato in un corpo artificiale ma comunque ampiamente controllabile (niente di più facile che scaricare i dati dalla sua memoria). Forse un po’ banalmente, la donna è un’arma, usata dal governo per combattere i terroristi. Un’arma che però è anche una persona, o almeno dovrebbe. L’eterno dubbio sull’evoluzione della scienza e della tecnica a scapito di quanto c’è di genuino nella natura dell’uomo e del mondo.

Ovviamente sono piovute critiche su critiche da parte di chi aveva letto il manga o visto l’anime, perché il film snatura l’opera originale, non è come avrebbe dovuto, hanno pensato solo ai soldi e non alla sostanza del fumetto, ecc.. Sono critiche che onestamente prendo sempre con le pinze, perché sono talmente puntuali e ridondanti in casi di questo genere che purtroppo perdono in credibilità. Da ignorante del prodotto originale, non mi è restato che guardare Ghost in the Shell come film in sé.

Il primo commento a caldo, all’arrivo dei titoli di coda, è stato: “Almeno ha avuto il buongusto di durare meno di due ore”. C’è stato un momento a metà della proiezione in cui ho avuto timore di abbioccarmi, ma forse ero solo troppo stanco per una seconda proiezione e non voglio dare tutta la colpa al film (anche se di sette che eravamo nella mia compagnia, due si sono addormentati a tratti e tre/quattro hanno avuto un mezzo cedimento). Dopo questa prima sarcastica stoccata, però, ho cercato di analizzare quanto visto più lucidamente.

Ghost in the Shell 02

L’ambientazione è molto curata e illustra efficacemente il contrasto tra le luci e le ombre della megalopoli in cui si muove il maggiore (Scarlett Johansson): lo sporco dei vicoli e dei quartieri poveri si oppone ai neon sfavillanti dei piani alti. Si insiste molto sui giganteschi ologrammi pubblicitari che aleggiano ovunque sulla città, forse l’elemento è perfino esageratamente ridondante, ma rende molto bene il concetto di mercificazione a cui la realtà è andata incontro. Gli effetti speciali, necessari quando l’azione incontra la fantascienza, sono realizzati con cura.

Punto debole è la trama, davvero molto povera. All’inizio della narrazione, sembra prendere una piega quasi poliziesca, con dei nemici da stanare e delle verità da far venire a galla. Poi, per fortuna, questo aspetto sfuma parecchio. Ed è un bene, direi, perché dal momento che lo spettatore conosce appena le dinamiche della realtà in cui vive il maggiore, così come le regole del mondo nel suo complesso (regole di qualsiasi tipo: della tecnologia, della politica, della società), sarebbe stato difficile lasciarsi coinvolgere da una vera e propria indagine. A prendere il sopravvento sono invece il dramma personale della protagonista, la sua storia e il mistero che c’è dietro. Tuttavia, i colpi di scena sono praticamente inesistenti e l’approfondimento psicologico limitato.

Ghost in the Shell 03

L’attrice protagonista dà una prova di sé abbastanza mediocre. Probabilmente è anche colpa del ruolo, che richiedeva una certa freddezza e rigidità, che però non sempre risultano coinvolgenti, specie se accompagnate da dialoghi stucchevolmente banali. Insomma, mi sento di poter dire che a livello di sceneggiatura si poteva lavorare un po’ di più. Il climax è quando il vecchio capo del maggiore (Takeshi Kitano) estrae un revolver e si mette ad usarlo: ciò ha portato la mia mente ad un western che devo vedere e il pensiero mi ha dato le forze per non cedere al sonno.

Battute a parte, mi risulta difficile consigliare questo film. E’ certamente un rapido e poco impegnativo intrattenimento e la Johansson è magari un bel vedere, ma a parte ciò non si tratta di un prodotto che entrerà negli annali della fantascienza come memorabile. A livello di cinema di puro intrattenimento non saprei dire se attualmente in sala c’è di molto meglio, quindi una chance si può anche dargliela, ma certo non ci si deve aspettare qualcosa di particolarmente profondo o coinvolgente.

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Ghost in the Shell (2017, USA, 107 min)

Regia: Rupert Sanders

Sceneggiatura: Jamie Moss, William Wheeler, Ehren Kruger

Musiche: Lorne Balfe, Clint Mansell

Fotografia: Jesse Hall

Interpreti principali: Scarlett Johansson (maggiore), Pilou Asbaek (Batou), Takeshi Kitano (Aramaki), Juliette Binoche (Dr. Ouelet)

6 thoughts on “Al cinema: Ghost in the Shell, di Rupert Sanders

  1. Che ci siano stati pezzi lenti è un ottimo segno: vuol dire che si sono mantenuti fedeli all’anime originale 😀 Il problema è che ci vuole bravura e gusto a gestire i passaggi lenti, e temo che la cinematografia americana non ne sia all’altezza. Le sequenze originali piene di “canti gregoriani giapponesi” in mani sbagliate possono diventare armi letali 😛
    Inoltre che sia un prodotto non adatto si intuisce dall’accostamento di “futuro luccicante” e “particolari rovinati”, che è roba alla Blade Runner: l’unico futuro che gli americani conoscono, impossibilitati ad immaginarne un altro da più di trent’anni…
    Insomma, non ho ancora visto il film ma le tue parole mi confermano un mio pregiudizio sempre più solido ^_^

      1. Purtroppo appena un americano parla di futuro lo fa alla Blade Runner: niente di male, ma dopo 35 anni forse sarebbe il momento di provare ad inventare qualcosa di nuovo… Ma film come LIFE dimostrano che non è assolutamente questa la tendenza delle grandi major 😛

  2. Visto, e neanche io mi sento di consigliarlo: la sceneggiatura fa pietà, e in generale è piuttosto banale e scontato. Il confronto con l’anime poi è impietoso, tutto il discorso intelligente e profondo sulla natura della vita e le “condizioni di esistenza” degli esseri viventi viene ignorata per una storia molto meno interessante. Non mi è proprio piaciuto.

    1. L’approfondimento è minimo, si deve immaginare tutto il contesto oppure conoscerlo già dal manga/anime. Hanno sacrificato i “concetti filosofici” per l’azione, che però è poco coinvolgente. Rimane un mio parere, ovviamente.

      1. Ma io sono d’accordo con te! L’azione non coinvole e la parte etica/filosofica è superficiale e banale: diciamo che è come una confezione vuota, è un film dove non c’è niente!

Commenti

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