touch of modern: Kagemusha – L’ombra del guerriero, di Akira Kurosawa

“E mi chiamate criminale? Un delinquente della vostra forza! Ma se voi ne avete uccisi a migliaia, e saccheggiato intere regioni! Chi è più colpevole? Voi o io?”

Kagemusha 01Il nostro speciale sui 70 anni del Festival di Cannes tratta questa volta di un film giapponese. Il Giappone è il Paese asiatico che ha incassato più Palme d’oro e mi sembra quasi doveroso che una sia stata assegnata ad Akira Kurosawa, uno dei più noti e importanti registi del Sol Levante. Kagemusha, che vinse nel 1980 a pari merito con All That Jazz, è un’imponente produzione a tema “storia del Giappone feudale”, di cui il buon Kurosawa ha giusto appena abusato. Alcuni registi avrebbero sentito il bisogno di variare, ma lui no. Del resto, se una formula funziona e piace pure portarla avanti, perché cambiare? Oltretutto Kagemusha è probabilmente una delle rappresentazioni meglio riuscite di quella realtà storica. 

Nel XVI secolo, tre potenti clan si sfidano per il controllo della capitale Kyoto. Tra questi, i Takeda, guidati dal capofamiglia Shingen. Durante l’ennesimo scontro tra truppe, quest’ultimo decide, contro ogni buon senso (ma è un gesto così… asiatico. Posso dirlo?), di fermarsi ad assistere all’esibizione con il flauto di un soldato nemico. Questa galanteria orientale e imprudenza da esteta fa sì che qualcuno ne approfitti e lo ferisca gravemente. In punto di morte, capisce che è il momento di giocare la carta Kagemusha (letteralmente, “guerriero ombra”), un criminale sottratto alla forca solo perché molto simile d’aspetto a lui, per tirarlo fuori proprio in casi come questo. E qui l’attore Tatsuya Nakadai dismette i panni di Shingen per indossare quelli del ladro… indossando quelli di Shingen.

Il tema del doppio è molto caro alla narrativa di tutti i tempi, almeno dal Sosia/Mercurio di Terenzio, ma direi anche da prima. Nulla di strano quindi che venga utilizzato ancora oggi, perché sempre interessante e stimolante, sia sul piano dell’azione che su quello psicologico. Ovviamente Kurosawa, sempre attento alla caratterizzazione dei suoi personaggi, guarda soprattutto a questo secondo elemento. Infatti Kagemusha incontrerà mille difficoltà a spacciarsi per Shingen, sia con i nemici sia – soprattutto – con i parenti e i conoscenti del defunto.

Kagemusha 02

Nel dramma dell’uomo fuori posto in una situazione in cui il seggio del potere scotta come non mai, il regista ha modo di dare il meglio di sé, mostrando quanto misero e infelice sia l’ex-ladro. Il quale, oltretutto, cade nel suo antico vizietto di rubare, con grande disdegno e rabbia di chi conosce il suo segreto, vorrebbe che rimanesse tale ed esige che quel pezzente si comporti come dovrebbe. Soggetto alla volontà di chi gli detta l’etichetta e le norme di comportamento, e vorrebbe vederlo dedito anima e corpo ad una causa che non sente come sua, il padrone è in realtà schiavo dei suoi servitori. Ma, nonostante il destino infelice che lo attende e il malcelato disprezzo dei cortigiani, alla fine il tema dell’onore, tanto caro all’animo giapponese, farà inevitabilmente capolino.

Kagemusha 03

Kagemusha è stato il film campione d’incassi del regista, forse a ragione, anche se è difficile dare un giudizio netto, considerando i tanti ottimi prodotti da lui realizzati, tra cui Rashomon, I sette samurai, Dersu Uzala e Ran.

L’esecuzione tecnica è ammirevole, visivamente si tratta di un capolavoro: un uso sapientissimo dei colori mette in risalto gli stendardi dei guerrieri sullo sfondo brullo del campo di battaglia, la folla in lotta irrompe quasi a voler uscire dai limiti ristretti della macchina da presa. Più di tutte è probabilmente ben realizzata la scena finale, dove si illustra  l’epica battaglia – realmente svoltasi – contro le truppe di Oda Nobunaga. 5.000 comparse furono necessarie per girarla, e occorse un giorno interno; il tutto venne però ridotto a pochi secondi dal regista. Ma che secondi! Il vento che sferza i guerrieri, il cozzare delle armi, la violenza della carneficina, il dramma personale del protagonista… il tutto è di un’intensità notevole. Kurosawa sceglie, inoltre, di dedicare più spazio al suolo desolato cosparso di uomini e cavalli moribondi che allo scontro in sé. Qui sta il dramma della guerra: bello l’eroismo, bello morire per la causa, belle le gesta di coraggio, ma alla fine cosa rimane? L’onore, sì, ma è sufficiente a giustificare tutto ciò? “Gli orgogliosi sono effimeri come il sogno di una notte di primavera, e i forti saranno anch’essi spazzati via come polvere dal vento”. Così dice Nobunaga, e c’è da riflettere.

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影武者 Kagemusha (1980, Giappone, 180 min)

Regia: Akira Kurosawa

Soggetto e sceneggiatura: Akira Kurosawa, Masato Ide

Fotografia: Takao Saito, Masaharu Ueda

Interpreti  principali: Tatsuya Nakadai (Shingen Takeda / Kagemusha), Tsutomu Yamazaki (Nobukado Taleda), Kenichi Hagiwara (Katsuyori Takeda)

13 thoughts on “touch of modern: Kagemusha – L’ombra del guerriero, di Akira Kurosawa

  1. Splendido film. La prima volta che l’ho visto, quando arrivò in Italia, ero troppo giovane per apprezzarlo ma a pelle già avvertivo la potenza delle immagini. Avrei avuto tempo di approfondire la filmografia del regista (grazie anche alla lunga collana di DVD della MHE) ma già all’epoca sentivo che era… roba forte! ^_^

      1. Doppiamente complimenti… in effetti, tra l’altro, è scritto in orizzontale anziché in verticale, grazie per la segnalazione!😉👍

    1. Ah, è vero, è in coreano, non ci avevo pensato. L’ho corretta con quella che hai suggerito. Grazie per il feedback.

  2. Bell’articolo. Sul tema del doppio, in letteratura e nel cinema, avevo appunto in animo di scrivere qualcosa, è un tema così intrigante. C’è un punto del film che mi è particolarmente caro. Il nipotino del protagonista, erede designato della casata (e il padre mal sopporta la propria esclusione dalla successione) è l’unico che all’inizio scopre l’inganno: “Ma quello non è il nonno!”
    Alla fine, quando per colpa (o merito) di un cavallo il sosia viene smascherato, e il piccolo corre a soccorrere quello che crede essere il nonno, le concubine lo fermano: non è il nonno, ma un impostore. Il bimbo ascolta, ma poi le scosta e si china sull’uomo disarcionato, e lo chiama comunque nonno.
    Non è la parentela del sangue che conta, ma quella del cuore.
    In una brevissima scena Kurosawa ci porge il fiore delicato del sentimento, umanissimo, che unisce per afflato persone che non hanno alcun legame familiare.

    1. sono due scene che hanno colpito molto anche me… del resto, come si dice… i bambini non mentono… e invece gli adulti sono sempre pronti a saltare sul carro del vincitore… così per citare due frasi fatte che in questa occasione sono abbastanza calzanti…
      il tema del doppio è interessantissimo e questa è una delle sue varie declinazioni… leggerò volentieri il tuo articolo, soprattutto se citerai Dostoevskij, autore che ho amato 😉

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