Confronti: The Day After Tomorrow vs. San Andreas. Due disaster movie “ambientali”

disasterAvete presente quei film dove l’umanità o una parte di essa è minacciata da catastrofi epocali, volte a scacciare dalla faccia della Terra qualche centinaio di migliaia di persone, se non milioni (se non miliardi)?

Stiamo parlando dei disaster movie, i film catastrofici che dagli anni Novanta hanno dominato la scena delle pellicole ad alto contenuto di effetti speciali, grazie all’enorme sviluppo che da allora ha avuto la CGI, la grafica computerizzata (o digitale, che dir si voglia). 

Ne ho scelti due appartenenti al filone della catastrofe ambientale, perché il disaster movie può incrociarsi anche con la fantascienza (Indipendence Day o La guerra dei mondi), con l’astrofisica (Deep Impact o 2012) o addirittura con l’horror-medico (World War Z o Io sono leggenda).

the dayIl primo film è incentrato sui cambiamenti climatici e narra dell’arrivo inatteso e immediato di una nuova glaciazione, causata – ancorché ciò possa sembrare paradossale – dal surriscaldamento globale. The Day After Tomorrow è un film di forte impianto ecologista, un’opera che fa di tutto per sensibilizzare sui temi ambientali.

Il disinteresse dei poteri forti e il privilegio accordato alla crescita economica, a dispetto di uno sviluppo sostenibile, sono gli atteggiamenti che emergono fin dall’inizio del film.

Gli effetti dei comportamenti nefasti che le nazioni industrializzate mettono in atto ormai da troppo tempo si manifestano ben prima di quanto anche i più attenti climatologi, tra cui il protagonista, si aspettavano.

E la Terra viene così investita da un’ondata di tempeste di ghiaccio, tornado ed altri fenomeni atmosferici anomali, fino alla comparsa di tre giganteschi uragani i quali, risucchiando l’aria gelata dalla troposfera, causano in superficie il congelamento immediato di tutte le zone su cui si trovano a passare.

I veri vincitori sono, ancora una volta, gli effetti speciali sensazionali, che ci mostrano una Los Angeles devastata da alcuni tornado di immane potenza e una New York allagata dalle onde anomale e poi ricoperta dai ghiacci. Roland Emmerich non ha del resto mai lesinato sul budget destinato agli effetti speciali, soprattutto da Independence Day in avanti, preferendo spendere soldi in quello piuttosto che nell’ingaggio di star di primo piano.

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Discreta la prova degli attori principali, tra cui figura anche un giovane Jake Gyllenhaal, ancora in un ruolo da teenager prima di esplodere con I segreti di Brokeback Mountain.

Uno dei pregi di questo film è dato dal fatto che la sceneggiatura non forza mai troppo le situazioni, mantenendo costantemente un collegamento con la realtà e, per certi versi, una certa verosimiglianza.

Il messaggio politico-ambientale resta in ogni caso l’aspetto più intenso della pellicola: dal vice-presidente che cambia idea sulle politiche climatiche – dopo aver assistito agli effetti che un cambiamento del clima può avere – alla surreale e provocatoria scena in cui gli statunitensi si riversano in massa oltre i confini messicani per sfuggire all’ondata di freddo, venendone addirittura inizialmente respinti. Siamo sicuri che non capiterà mai in futuro che chi ora ha bisogno di aiuto possa aiutare chi ora sta meglio e nega soccorso ai primi?

Temi entrambi molto attuali nell’America di oggi, ma anche in Europa.

san andreasIl secondo disaster movie è San Andreas, che oltre ad aver ispirato la bandiera scozzese ed essere il protettore di cantanti, marinai e pescatori, è il santo col cui nome è stata battezzata la temibile faglia che attraversa la California.

La famigerata faglia di Sant’Andrea è quella che molti sismologi sospettano possa causare il cosiddetto Big One, un terremoto di proporzioni catastrofiche che colpirà quella zona in un futuro non si sa quanto prossimo.

Sta di fatto che Brad Peyton ha provato ad immaginarselo in questo disaster movie in cui la voglia di spettacolarizzare gli eventi manda in vacca ogni pretesa di verosimiglianza.

Un terremoto di magnitudo 7.1 si sprigiona inatteso e improvviso devastando la Hoover Dam, la diga al confine tra Arizona e Nevada, sul fiume Colorado. Lì non dovrebbe esserci nessuna faglia ma due scienziatoni del CalTech, inascoltati se non sbeffeggiati dalla comunità scientifica, se l’aspettavano e uno dei due ci lascia pure la pelle perché si era recato da quelle parti per testare la correttezza delle sue previsioni. Lo scienziato rimasto in vita a questo punto si aspetta che la faglia di Sant’Andrea si risvegli con due violentissimi terremoti che probabilmente devasteranno Los Angeles e, soprattutto, San Francisco.

In mezzo, il solito quadretto familiare in disfacimento, ma pronto a rinsaldarsi nelle disgrazie: lui è un vigile del fuoco di L.A. (Dwayne “The Rock” Johnson, mai visto uno così grosso, e infatti faceva wrestling); lei (Carla Gugino, di origini italiane ma il cui nome pronunciato all’italiana fa venire mal di testa) vuole il divorzio da lui perché hanno perso una delle due figlie e lo shock l’ha spinta verso un finanziere costruttore (della serie: va bene che in USA i firefighters godono di grande considerazione, ma è un tantino inverosimile che una che sta con un pompiere, lo molla e va a stare con uno che ha il jet privato, con tutto il rispetto per le favole che lo prevedono e le teorie sull’uguaglianza sociale). E poi c’è la figlia, quella rimasta in vita, che ha preso un po’ male questo distacco, ma senza rifugiarsi nella tossicodipendenza (come ci si aspetterebbe da una ragazza benestante di L.A.) ed anzi sviluppando doti empatiche nei confronti dei poveracci che si recano a cercare lavoro nell’impero economico del neo-patrigno.

In mezzo a ciò i vari terremoti, che dire catastrofici è dire poco. Roba che se veramente fossero quelli i rischi, tanto vale sfollare la California fin da subito e spostare tutta la gente a Seattle o, se proprio non possono fare a meno del clima caldo, in Texas.

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Terremoti che distruggono Los Angeles e che devastano letteralmente San Francisco, in combinazione con uno tsunami di quelli tosti. Begli effetti speciali, non c’è che dire (la Hoover Dam che implode, il Golden Gate Bridge falciato da una nave container). Ma l’inverosimiglianza di tutta la sceneggiatura giunge a livelli di provocazione nei confronti dello spettatore: almeno due slalom giganti alla Alberto Tomba (uno in elicottero tra i grattacieli di L.A. che stanno crollando e uno in motoscafo tra i container rovesciatisi dalla suddetta nave, tutto ciò con l’aggravante di trovarsi in quel momento a cavalcare uno tsunami); in generale i protagonisti che si salvano sempre per il rotto della cuffia mentre attorno a loro muoiono milioni di persone.

E metticelo qualche lutto tra i protagonisti, che ti costa! Rendi il film un minimo più credibile e ci fai pure scappare la lacrima allo spettatore. E invece no. Niente da fare. Gli eroi si devono salvare. Tutti. I medioman devono crepare a migliaia senza che tuttavia lo spettatore si scomponga più di tanto.

L’unico momento che ci riporta ad un minimo di verosimiglianza e scientificità è quando lo scienziatone (quello rimasto in vita) cerca di spiegare il concetto che la Scala Richter è una scala logaritmica, che tanto alla gente non entrerà mai in testa: da un terremoto 7.0 a uno 6.0 (L’Aquila era 5.9) la potenza sviluppata è trenta volte superiore; il che vuol dire che un 8.0 rispetto a un 6.0 è 1.000 (mille!) volte più potente. E che un 9.0 (quello di Fukushima, per intenderci, che è stato il quarto più potente dal 1900 ad oggi) rispetto a un 6.0 è oltre 30.000 (trentamila!!!) volte più forte. Beh quelli rappresentati nel film sono due terremoti 9.1 e 9.6 (quest’ultimo vorrebbe dire il più potente mai registrato sulla Terra – ovviamente gli americani vogliono primeggiare anche nella tragedia).

Vabbè, sta di fatto che il film si è ripagato i 110 milioni di $ di budget, incassando oltre quattro volte quella cifra (il che depone per il fatto che i disaster movie in futuro continueranno ad esser prodotti, malgrado tutto). Mi viene da pensare che buona parte dell’incasso sia giunto dai cinema texani, che da quelle parti, si sa, coi californiani e con San Francisco ce l’hanno a morte, e vederla distrutta, sebbene solo virtualmente, magari ha provocato loro un intimo quanto politically uncorrect fremito di godimento.

E comunque Dwayne Johnson è davvero enorme, anche se recita come un dromedario.

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In conclusione, l’analisi di questi due disaster movie a tema ambientale ci mostra come la struttura di questo genere di pellicole sia sostanzialmente la stessa, cambiando soltanto l’oggetto di ciò che provocherà la catastrofe:

  • la minaccia inascoltata degli esperti;
  • un climax di devastazione;
  • i protagonisti: una coppia scoppiata pronta a riavvicinarsi, con figli in età adolescenziale.

Sono le regole di Hollywood, del resto, che dettano i punti fermi della sceneggiatura: attirare pubblico giovane e inserire una storia di relazioni umane capace di catalizzare l’attenzione come diversivo al principale tema catastrofico. Il resto è nelle mani del regista e soprattutto dei produttori, che decidono se strafare o se mantenere un minimo di verosimiglianza, quanto meno ipotetica. Quello che è avvenuto con The Day After Tomorrow ma assolutamente non con San Andreas.

PS. Piccola postfazione turistica: la faglia di Sant’Andrea io l’ho vista nel 2014, durante un viaggio nel Southwest degli Stati Uniti, da un belvedere dello Joshua Tree National Park, il parco che prende il nome dalla yucca che ha ispirato un celebre album degli U2, che nel 2017 compie la bellezza di trent’anni. Ecco due mie foto, una della faglia, una dello Joshua Tree.

0027 - Southwest 2014

0002 - Southwest 2014

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The Day After Tomorrow (2004, USA, 124 min)

San Andreas (2015, USA, 114 min)

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13 thoughts on “Confronti: The Day After Tomorrow vs. San Andreas. Due disaster movie “ambientali”

    1. Ti dirò che non è neanche il mio di genere, ma da buoni cinefili ci tocca vedere di tutto. Non so se hai visto l’appendice turistica dedicata al Joshua Tree National Park… immagino tu ci sia stato

      1. si molto bello , invece ti devo dire che il Joshua Tree , non lho mai visto , anche se ci sono passato almeno una decina di volte , non sò dirti come mai , anche se tra le altre cose sono molto legato a questo parco dall’album degli U2 , ma ci andrò prima o poi

      2. Beh è sicuramente un parco “minore” e ci sta non passarci, infatti avevo dovuto fare una deviazione allucinante per arrivarci 😕

  1. Pure io ho visto solo The day after tomorrow e in effetti non era malaccio.
    Sono d’accordo con te, i disaster senza nemmeno un lutto sono davvero fasulli; anche se va notato che un autentico “incattivimento” del genere allontanerebbe la massa pagante 🙂

    1. Beh sì, sarebbe curioso vedere una versione d’autore di un disaster movie, anche se so di dire con ciò un evidente ossimoro… Mi viene da pensare, con i dovuti distinguo, a un film come Stalker di Tarkovskij, che come sai è uno dei miei top ever… Anche se lì l’ambito più corretto è il distopico con pochi spiragli di disaster…

  2. I disaster movie hanno la trama drammaticamente uguale, cambia giusto qualche particolare se il pericolo è interno od esterno. Ricordo la noia mortale da ragazzo a vedere “Meteor”: come fa, mi dicevo, un film con Sean Connery ad essere così mortalmente noioso? Gli effetti speciali hanno migliorato tutto, tranne le trame.
    E purtroppo hanno dato la stura a fiumi di remake di serie Z, che sono più di quanto sia morale pensare: nel mio blog li chiamo “Meteo Apocalypse” e hanno invaso l’Italia come uno tsunami. Quattro attorini che fuggono e qualche schermata di catastrofi farlocche fatte al photoschioppe: ecco la ricetta del grande cinema di cassetta del Duemila 😀

    1. Eh sì è proprio così… sono pochi quelli che si elevano sopra la media e secondo me TDAT è un raro esempio… Non che sia un filmone, chiaro…però nel suo genere è tra i più credibili

  3. Decisamente meglio il primo, addirittura per me uno dei migliori di sempre, il secondo invece piacevole ma banale e incredibilmente a confronto meno plausibile, davvero assurda come cosa 😉

    1. Sì sono d’accordo… San Andreas l’ho visto un po’ per caso, per il discorso della faglia, che avevo visitato, e per il tema dei terremoti che comunque è interessante anche quando è affrontato in un filmaccio come questo…però non lo consiglierei sicuramente

    1. Non lo conoscevo sai, grazie per la segnalazione, lo metto in lista visioni! E comunque sì sono d’accordo su TDAT, soprattutto nel sottofilone “ambientale”, ma che forse era più corretto chiamare “meteo-geologico-ambientale”… Buona giornata

Commenti

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