Lo scrigno: Un incendio visto da lontano, di Otar Iosseliani

Un incendio visto da lontano 01Lo scrigno, ovvero quei film poco conosciuti che meritano un angolino di notorietà.

La “storia” qui raccontata è quella di un villaggio africano, nel quale si susseguono vicende quotidiane. Ho messo le virgolette perché in realtà non c’è una vera e propria storia – se non un pezzettino di Storia – e senza dubbio manca una trama. Il regista georgiano Otar Iosseliani utilizza un taglio fortemente documentaristico per mostrare allo spettatore l’avvicendarsi dei giorni in una piccola comunità del Senegal. 

Le liti, gli amori, gli scherzi, la tristezza, la fatica delle attività lavorative, ma anche la serenità di un’esistenza priva di ritmi frenetici. Tutto scorre lentamente e senza grandi eventi, proprio come nella realtà, come nella vita di molti. Numerosissimi sono gli elementi della quotidianità che vengono ripresi: donne che attingono acqua, idoli che vengono pregati, corteggiamenti di giovani innamorati, panni lavati, cesti di fibre che vengono intrecciati, danze e suoni di strumenti, battibecchi per ragioni più o meno serie… Qui sta l’aspetto negativo della pellicola – che può risultare prolissa e un tantino pesante da digerire – ma anche la sua originalità: la rinuncia a voler essere per forza di cosa sensazionalistica, ricca di pathos e azione, per attenersi ad un realismo che si potrebbe dire verista.

Tuttavia, il regista non si limita a mostrarci uno spaccato di vita senegalese, ma inserisce qua e là, quasi in sordina, degli elementi di disturbo. E questi si possono riassumere in una parola: la “civiltà” (anche qui le virgolette sono d’obbligo). Di tanto in tanto, infatti, fanno capolino elementi estranei all’agreste serenità del villaggio, in particolare alberi abbattuti, poi camion che trasportano tronchi, poi tratti di foresta che sono stati sacrificati per il progresso e lo sviluppo economico. In un quasi impercettibile crescendo, il XX secolo si intrufola nel microcosmo  dei protagonisti.

Un incendio visto da lontano 02

Si percepisce che prima o poi queste due realtà – quella tribale e quella della modernità – dovranno entrare in conflitto. Apparentemente tutto continua come sempre, pare che i camion e le seghe e l’abbattimento siano parte integrante nel contesto, ma non lo sono.

O forse sì? Quasi senza che lo spettatore se ne sia accorto, non è più la modernità il corpo estraneo, ma il villaggio con la sua gente. L’avanzamento delle segherie e del “progresso” ha modificato il contesto di cui dicevo, e ciò che prima era perfettamente calato in esso è ora scomodo, fastidioso, da eliminare perché obsoleto.

Anche questo è estremamente realistico: si è verificato e continua a verificarsi con frequenza in molte delle aree più povere del pianeta. Il benessere di molti – relativo, ma pur sempre benessere – viene sacrificato per l’arricchimento di pochi. Così, nel finale del film, si giunge all’ultimo tocco da maestro del regista, il più comico e il più amaro di tutti: dei turisti osservano un bagliore in lontananza e uno di loro commenta “To’, un incendio”. Quello che per alcuni è solo un curioso e distante evento, per altri è la fine di un mondo, del loro mondo. A bruciare è infatti il villaggio la cui vita abbiamo contemplato fino ad ora.

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Et la lumière fut (1989, Francia/Germania Ovest/Italia, 105 min)

Regia e sceneggiatura: Otar Iosseliani

Fotografia: Robert Alazraki

Interpreti principali: Sigalon Sagna (Badinia), Saly Badji (Okonoro), Binta Cissé (Mzezve)

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