touch of modern: Accattone, di Pier Paolo Pasolini

accattone_locandina_opereprimeL’esordio di un regista ne determina indelebilmente la cifra stilistica, anche se poi i geni sanno rinnovarsi, non hanno un luogo fisso ma percorrono instancabilmente storie e generi per finire sempre altrove. Pier Paolo Pasolini, controverso intellettuale di sinistra (della vecchia sinistra ormai estinta), esordì rappresentando il suo tòpos culturale di riferimento, le borgate romane degli anni Sessanta. C’è un legame affettivo, difficilmente spiegabile mediante concetti e ragionamenti, tra questo illustre romano d’adozione e le periferie più derelitte della capitale: è amore, è morbosa attrazione; è senso di giustizia, è fascino del marcio, poesia del degrado. Forse un mix di tutto questo, sta di fatto che già negli anni ‘50 Pasolini aveva portato alle stampe i suoi celebri romanzi sugli emarginati e i sottoproletari, Ragazzi di vita e Una vita violenta, entrambi successi editoriali di Garzanti.

La Roma delle bande sgangherate, una microcriminalità buffonesca fatta di ragazzotti che ciondolano tra il baretto e uno stabilimento balneare sul Tevere (ma te lo immagini oggi!?), lucignoli poveracci che si danno un tono sbeffeggiando chi esce dal “giro” per andare a lavorare; la Roma della prostituzione notturna, disegnata in modo non dissimile dal Fellini de Le notti di Cabiria, con donne smaliziate un po’ dolci, un po’ volgari agli angoli di strada e i papponi che ronzano nei dintorni. Principesse scalze di questo povero mondo sono state meteore come l’ottima Silvana Corsini che interpreta Maddalena, protagonista di una scena di violenta miseria umana, dal forte impatto; principe assoluto dei perdenti è il borgataro Franco Citti, più che attore un vero corpo cinematografico, con la faccia d’angelo dannato un po’ alla Malcolm McDowell, perfetto esemplare del casting pasoliniano che deroga alla recitazione per mostrare la bellezza artistica, la sublime incarnazione di un personaggio.

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Le evidenti assonanze con Ladri di biciclette di De Sica, caposaldo del neorealismo italiano, si limitano all’atmosfera generale, al romanaccio, al look da straccioni. Come due pittori di epoche profondamente diverse, essi affrontano il medesimo soggetto con stile peculiare; Pasolini sconfessa i residui melodrammatici presenti in De Sica, mettendo più a fondo il dito nella piaga della povertà. Una povertà dura e cattiva, che non conserva alcuna dignità di riserva, non accondiscende in alcun modo a una tranquillizzante morale borghese. C’è una scena, davvero plastica, in cui l’Accattone si avvicina al figlioletto simulando un abbraccio mentre invece gli sta sfilando dal collo la catenina del battesimo, per portarla al banco dei pegni. Non c’è quell’ amore famigliare tra l’attacchino Antonio e il piccolo Bruno che commuove il pubblico, c’è la svendita dell’etica al miglior offerente. Uno sguardo più sincero, lucido, estremamente feroce. Ciononostante – e qui sta il valore aggiunto della filosofia pasoliniana – non c’è il minimo senso di condanna, di presa di distanza, anzi forse una simpatia genuina e anticonformista per l’umana decadenza nella sua nudità e solitudine.

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L’amara realtà distrugge un ultimo disperato tentativo di redenzione di Vittorio riportandolo presto al crimine. Il convulso finale viene girato con la stessa ariosità di campo che troviamo nelle scene successive al fatidico furto della bici nel film di De Sica, in cui tutto appare vasto, perduto nelle ampiezze topografiche dell’Urbe. Anche stavolta il ladro è fuori campo, inafferrabile, ma non è destinato a scomparire definitivamente; si udrà la consueta frenata, l’urlo di una passante, quindi lo ritroviamo riverso a terra in una celebre scena sottolineata dalle struggenti note de La Passione secondo Matteo di Bach. Alla classica domanda di come si sente, Accattone può finalmente rispondere, con un rivolo di sangue sul volto: “Mo’ sto bene”. La morte di cui non ha mai avuto paura, come dimostrato nell’ardito tuffo dal ponte a inizio film, giunge come una beatitudine; uno degli astanti, ammanettato, cerca di dare dignità religiosa col suo goffo segno di croce. Finale aspro, senza conciliazione. Un piccolo magnifico quadro di pietas popolare.

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Accattone (1961, Italia, 116 min)

Regia: Pier Paolo Pasolini

Sceneggiatura: Pier Paolo Pasolini

Fotografia: Tonino Delli Colli

Musiche: J. S. Bach

Interpreti principali: Franco Citti (Accattone), Silvana Corsini (Maddalena), Franca Pasut (Stella), Adriana Asti (Amore)

3 thoughts on “touch of modern: Accattone, di Pier Paolo Pasolini

  1. il legame affettivo di cui parli è l’ansia per la progressiva estinzione dei personaggi pre-storici che Pasolini aveva identificato nel sottoproletariato romano. una pulsione sia romantica sia erotica, visto che poi quello era anche il terreno di caccia del giovane omosessuale affamato di corpi senz’anima. film meraviglioso.

  2. Ottimo articolo! Uno dei film di Pasolini che più mi ha convinto, insieme alla “Passione”. Concordo in pieno sul finale, che non poteva essere che quello, e chiude come in un cerchio la vicenda del protagonista, abietta ma anche intrisa di dolente umanità. Mi ha talmente colpito che l’avevo incluso in un mio articolo sul tema “battute finali”, forse ti farà piacere leggerlo https://fezzweb.wordpress.com/2016/12/22/battute-finali/

  3. Di questo esordio mi ha sempre colpito l’uso dell’ambientazione. Pasolini mi è sempre sembrato più influenzato da Rossellini che da De Sica, proprio per come caratterizza gli ambienti oltre ai personaggi, più archetipici in Pasolini rispetto agli uomini e alle donne di Rossellini. Resta il mio preferito di tutta la sua filmografia, insieme a Uccellacci e Uccellini!

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