books about movies: Stanley Kubrick e me, di Emilio D’Alessandro

stanley-kubrick-e-meQuella di Emilio D’Alessandro, originario di Cassino, classe 1941, è una storia davvero straordinaria. Fuggito dall’Italia nel 1960 per evitare il servizio militare, arriva in Inghilterra, dove, dopo qualche tempo, inizia a correre come pilota (classe Formula Ford) e a lavorare come tassista in una piccola compagnia.

Nel 1970 gli capita di dover trasportare un carico decisamente particolare: un enorme fallo bianco di ceramica, quello che il regista Stanley Kubrick stava per utilizzare per una delle scene più controverse del film Arancia meccanica.

Passa il tempo e con grande sorpresa Kubrick lo convoca a casa sua, chiedendogli di lavorare per lui come autista. È l’inizio di un rapporto che durerà quasi trent’anni. Col tempo, D’Alessandro si trasforma da semplice autista a factotum del regista, un vero e proprio assistente personale a tutto tondo.

Il paradosso è che a quel fortunato autista non piacciono più di tanto i film. Quelle poche volte che è andato al cinema ha visto soprattutto western, l’unico genere che lo attrae.

Da quando inizia a lavorare per Kubrick non avrà più tempo neanche per quelli.

Il regista americano è noto, infatti, per essere uno stakanovista imperterrito. E altrettanto chiede ai suoi collaboratori, tanto che in pochissimi riescono a resistere al suo servizio più di qualche breve periodo, al massimo qualche anno.

Emilio resiste per quasi trent’anni.

Con alti e bassi, certamente.

Arriva a lavorare anche diciotto ore al giorno tutti i giorni, soprattutto nei periodi in cui è in produzione un film. Non sa cosa siano i weekend e le vacanze. Trascura spesso moglie e figli, che tuttavia si dimostrano molto comprensivi.

Diventa, in sostanza, un collaboratore fidato. Forse l’unico che Kubrick abbia realmente ritenuto tale. Diventa un amico e praticamente uno di famiglia.

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Questo bellissimo libro racconta la storia di Emilio, ma anche e soprattutto la storia di un genio come Stanley Kubrick, catturato nella sua quotidianità. Viene dipinto l’uomo più che l’intellettuale, del cui pensiero artistico capiamo soltanto una cosa, per quanto essenziale: quando Kubrick si metteva dietro la macchina da presa, era per girare il film definitivo su un determinato argomento, senza possibilità di scendere a compromessi o di accontentarsi di qualcosa che non fosse la perfezione.

Emilio vedrà i primi film di Stanley dopo quasi 25 anni al suo servizio, approfittando di un periodo di (forzato) congedo dal lavoro, quando sembrava che il rapporto tra i due si fosse irrimediabilmente guastato.

Un intervallo effimero, invece, perché Emilio tornerà presto a lavorare per lui, che proprio non ce la faceva senza il suo tuttofare italiano. Tanto da confessargli che senza il suo aiuto non se la sentiva di iniziare la produzione di Eyes Wide Shut, quello che sarà l’ultimo film del Maestro.

Le attività di Emilio sembrano banali: accompagna attori e ospiti, mette in ordine le stanze di casa Kubrick, dà da mangiare ai suoi animali, fa la spesa, compie piccole riparazioni. Ma alcune di queste banali attività sono dimostrative del rapporto fiduciario che c’è con il regista: quando porta in auto gli attori e i collaboratori, Stanley gli chiede di “spiarli”, di riferire le loro conversazioni e impressioni, trincerato dietro le sembianze di un semplice autista; le stanze che mette in ordine sono quelle private del regista, quelle in cui Kubrick non permetteva di entrare a nessuno fuorché a Emilio.

Col passare del tempo D’Alessandro inizierà ad avere anche alcuni ruoli nella produzione dei film, ancorché di semplice manovalanza. Fino ad apparire come comparsa in Eyes Wide Shut, nel ruolo dell’edicolante che consegna il giornale a Tom Cruise.

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Eppure, sono proprio quelle attività apparentemente banali che permettevano al regista di concentrarsi sempre al cento per cento sul suo lavoro e sui suoi approfondimenti maniacali.

Senza di lui – come egli stesso confessa più volte – Stanley è sicuro di non farcela, sbadato e maldestro com’è.

Ma perché Emilio e non un altro?

Perché egli è l’unico collaboratore che accetta i ritmi impensabili imposti dal regista, che sotto il profilo dell’impegno lavorativo è davvero molto esigente, così come lo è con gli attori che dirige.

Star come Harvey Keitel se ne sono andati sbattendo la porta, non riuscendo a sopportare i metodi kubrickiani.

Anche i collaboratori di produzione, un po’ alla volta, se ne sono andati tutti.

Solo Emilio è rimasto.

Fino all’ultimo.

Fino a quel giorno di marzo del 1999 in cui la fatica accumulata in una vita prese il sopravvento e il regista si spense, proprio alcuni giorni dopo esser caduto sfinito tra le braccia di Emilio, che lo aveva portato a letto credendolo soltanto troppo stanco.

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D’Alessandro lavora dunque per Kubrick dal ’71 fino al 1999, con una breve parentesi di “vacanza” verso la metà degli anni Novanta. Ha pertanto il tempo di assistere alla produzione degli ultimi quattro film del Maestro: Barry Lyndon, che uscirà nel 1975 (“tre anni per tre ore di film”, afferma incredulo… ed era soltanto l’inizio); Shining (1980), Full Metal Jacket (1987) e il già citato Eyes Wide Shut.

Ma nel libro si parla anche dei film che Kubrick sognava di fare e che, per vari motivi – non ultimo la sua scomparsa – non riuscì a girare: il progetto di un lungometraggio “definitivo” su Napoleone; il film sull’intelligenza artificiale, invero abbozzato e portato sul grande schermo da Steven Spielberg.

stanley-kubrick-e-me5Nel libro sono riportati vari aneddoti provenienti dal set: scopriamo, ad esempio, che nella scena iniziale di Full Metal Jacket per tagliare i capelli degli attori in modo svelto e radicale come voleva il regista fu utilizzato un rasoio di quelli usati per tosare il pelo ai cani.

Ci viene illustrato il carattere degli attori principali quando l’otturatore era a riposo: la gentilezza di Marisa Berenson, il totale self-control di Jack Nicholson, la simpatia di Lee Ermey alias Sergente Maggiore Hartman, che contrasta con il rude cinismo del suo personaggio in Full Metal Jacket.

Ma nella biografia/autobiografia di D’Alessandro, scritta con l’aiuto di Filippo Ulivieri (il padre di ArchivioKubrick), si parla soprattutto della vita di tutti i giorni del Maestro, da cui si può capire molto della sua personalità e del suo metodo di lavoro.

In conclusione, Stanley Kubrick e me è una biografia davvero bellissima e a larghi tratti commovente, forse proprio perché semplice e senza alcuna pretesa intellettuale. Del resto, come dice Filippo Ulivieri, per Emilio, Stanley “non era il genio che ha prodotto alcuni degli indiscussi capolavori del cinema, era semplicemente il migliore datore di lavoro possibile”.

E se, dopo aver letto questo libro, ci verrà da rivolgerci al Maestro semplicemente con Stanley, come se fosse un amico con cui parliamo tutti i giorni, ciò è proprio merito di Emilio e del fatto che con le sue memorie lo ha fatto diventare tale anche ai nostri occhi.

___

Stanley Kubrick e me. Trent’anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell’assistente personale di un genio, di Emilio D’Alessandro e Filippo Ulivieri (Il Saggiatore, 2012, 354 pagg.)

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6 thoughts on “books about movies: Stanley Kubrick e me, di Emilio D’Alessandro

    1. Sì proprio una bella storia, ma soprattutto una storia genuina. Per questo è un libro che consiglio agli appassionati di Kubrick e di cinema in generale, ma non solo…

Commenti

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