contemporary stuff: The Lone Ranger, di Gore Verbinski

The Lone Ranger 01The Lone Ranger è la storia di un tentativo fallito: quello di riportare in auge un personaggio famoso nei decenni passati con un rispolvero in grande stile. Forse i tempi non sono adatti, forse non sono state prese le giuste decisioni. Non è facile capire quanto si fosse già persa la scommessa in partenza e quanto si sia invece sbagliato in fase di realizzazione.

Il film ha ricevuto molte critiche – a mio avviso non tutte meritate e alcune troppo severe – e non ha incassato quanto avrebbe dovuto, o perlomeno quanto avrebbe garantito una serializzazione. Eppure non è stato un errore completo: ha i suoi lati positivi e cercherò di farli emergere qui, sperando di far capire perché a me, in fondo, non è dispiaciuto.

La storia è piuttosto semplice, il cattivo viene rivelato praticamente subito (dai, non penso che qualcuno non l’avesse capito, c’erano pure gli indizi), si tratta di una classica avventura con un inizio, uno sviluppo e una fine lineari. Alla regia abbiamo Gore Verbinski, amante delle tonalità dark (suoi i primi tre Pirati dei Caraibi e La cura dal benessere), che riproduce nell’ambientazione western con una certa efficacia. E qui, forse, abbiamo un primo errore: troppo cupo per un pubblico molto giovane, troppo sempliciotto per quello adulto. Nonostante ciò, l’atmosfera complessiva del film è godibile, soprattutto per chi come me viene dalla visione di precedenti versioni dell’eroe mascherato. Il pensiero, infatti è volato all’omonimo film seriale del 1938, così come a Il cavaliere senza volto e Il cavaliere azzurro della città dell’oro (mamma mia che orribile il titolo italiano). Insomma, se il ranger è stato svecchiato per renderlo più adatto ai tempi, non ha perso quella semplicità ed ingenuità che sono da sempre sue peculiarità. E anche questo forse è un errore: il pubblico del XXI secolo, decisamente più disinibito, non ha bisogno di storielle della buonanotte. Epperò ogni tanto è bello stare un po’ easy, no?

The Lone Ranger 02Molto piacevoli le strizzate d’occhio ai fan. Prima fra tutte, iniziare la storia nel 1933, quando un Tonto ormai vecchio e ridotto a fenomeno da baraccone racconta la leggenda del Lone Ranger ad un bambino. Lo stesso 1933 nel quale andò in onda, alla radio, la prima avventura di quello stesso eroe. Non manca anche l’ammiccamento alla celebre esclamazione “Hi-yo Silver, away!”, frase che ha caratterizzato negli anni il personaggio e che risentire nel 2013 sarebbe stato effettivamente un po’ imbarazzante (un po’  come se gli Avengers oggi gridassero “Vendicatori uniti!” in Infinity Wars).

Parlavo di un certo Tonto. Si tratta della spalla indiana del Lone Ranger, spalla che però, essendo interpretata da Johnny Depp diventa la vera primadonna del film. Dispiace per Armie Hammer e per il suo ranger, che pure non sono malvagi. Trovo però interessante l’idea di dare più rilevanza a Tonto, che nelle precedenti versioni era abbastanza insignificante quanto a spessore psicologico, pur avendo una certa importanza ai fini della storia. Depp è bravo nei ruoli buffoneschi, ma alla lunga dà l’impressione di interpretare sempre lo stesso personaggio.

Un vero difetto, che condivido con chi ha criticato la pellicola, è la lunghezza eccessiva. Eccessiva perché non c’erano così tante cose da dire e, soprattutto,  non era necessario mostrare così tanta azione. Per fare un esempio, è ridondante una scena sul treno a inizio film e una alla fine, entrambe di un certo peso quanto a minutaggio. E’ vero che il treno è elemento centrale della storia, ma non è una scusa sufficiente.

The Lone Ranger 03

The Lone Ranger è quindi un intrattenimento particolarmente carino e piacevole, che è però inficiato da una serie di difetti, il primo dei quali è stato forse quello di aver dato l’impressione di crederci troppo, di darsi troppo peso, si vedano le scenografie e-sa-ge-ra-te. E il pubblico tale pretenziosità non gliel’ha perdonata, stroncandolo praticamente prima ancora che uscisse. L’avere un miscuglio di sfaccettature – un po’ comico e un po’ drammatico, dark ma per famiglia, ricco d’azione ma con trama troppo semplice – non ha aiutato. Va ammesso che non si capisce bene dove voglia andare a parare e che aspetto volesse darsi. E, ripeto, una cosa del genere puoi permetterla per un’ora e qualcosa, non per due ore e mezza.

D’altro canto anche bollarlo come ciofeca è troppo, dato che come semplice svago o serata tra amici non è male. Inoltre, ci sono le romantiche e suggestive scenografie dei paesaggi americani, con una Monument Valley trasposta in Texas che non si scorda facilmente (ma non fa strano al pubblico americano quando nei film accadono cose del genere? A un italiano non parrebbe bizzarro vedere, che so, la torre di Pisa in un film ambientato in Lazio?). Quindi, se volete vedere il miglior western dell’accoppiata Verbisnki/Depp, ecco quello che fa per voi. Ops, scordavo che non è la recensione di Rango. 😛

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The Lone Ranger (2013, USA, 150 min)

Regia: Gore Verbinski

Sceneggiatura: Justin Hayte, Ted Elliott, Terry Rossio

Fotografia: Bojan Bazelli

Interpreti principali: Johnny Depp (Tonto), Armie Hammer (John Reid / Lone Ranger), William Fichter (Cavendish), Tom Wilkinson (Cole), Ruth Wilson (Rebecca Reid), Helena Bonham Carter (Red Harrington), James Badge Dale (Dan Reid)

7 thoughts on “contemporary stuff: The Lone Ranger, di Gore Verbinski

  1. Non posso certo dire che il film mi sia piaciuto, ma aspettandomi zero assoluto qualcosa invece ho avuto. La maschera di Tonto è divertente quanto totalmente apocrifa: è un indiano scemo che fa cose sceme con la totale morte facciale che contraddistingue gli ultimi vent’anni di carriera di Johnny Depp. E’ una maschera, appunto, e se ci si dimentica che dietro c’è un attore che negli anni Ottanta era vivo, allora ci si rilassa e ci si diverte anche. Non ricordo ci fosse un Lone Ranger nel film: io non l’ho visto 😀
    Da sottolineare invece la splendida colonna sonora di Hans Zimmer, con tanto di omaggio finale alla “sigla” di Lone Ranger (che poi era semplicemente l’Ouverture del Guglielmo Tell, scelta per non pagare i diritti). Assolutamente imperdibile la frizzantissima musica della scena al freak show con Helena Bonham Carter (“Red’s Theater of the Absurd”), che è finita subito nella mia personale compilation di Hans Zimmer 😛

  2. Sono molto d’accordo su tutto, ma specialmente quando dici che ogni tanto ci vuole anche un po’ di leggerezza. Oggi ci si prende davvero troppo sul serio, anche in film che dovrebbero essere puro intrattenimento rilassante, e dovremmo cercare di tornare se non all’ingenuità quantomeno alla spensieratezza che c’era tempo fa. Ma ovviamente i tempi sono molto cambiati, e questo è anche un riflesso dell’epoca in cui viviamo.

  3. Pure a me è piaciuto! Un buon prodotto di intrattenimento: a volte i gandi flop riservano sorprese 🙂

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