Speciale Vacanze – Vacanze romance: Moonrise Kingdom, di Wes Anderson

MK_00Sesta tappa del nostro Speciale Vacanze, bastano i primi minuti di visione e ogni indizio porta a una inequivocabile soluzione: ci troviamo in un film di Wes Anderson, immersi nel mondo colorato e nostalgico di questo geniale cineasta texano (già, texano: ammettilo, anche tu l’avresti detto inglese), pregno di memorabilia. Quello di Anderson è un cinema degli oggetti; sui titoli di testa di questo Moonrise Kingdom, la cinepresa scruta orizzontalmente gli interni di una casa che sembra una fiera vintage, un set costruito come fosse la sezione di quelle case giocattolo anni ’70, mentre un giradischi portatile color turchese suona Purcell nell’interpretazione di Benjamin Britten con i commenti didattici di una voce che spezzetta la sinfonia spiegando l’ingresso di ottoni, archi etc. Tre bambini con le gote rosse, ciuffo brillantinato e camicia a scacchi – quasi fosse una vecchia cartolina pubblicitaria della Coca Cola – ascoltano sdraiati, in una delle tante inquadrature perfettamente simmetriche. Quello di Anderson e del suo direttore della fotografia Robert Yeoman è un paesaggio policromo immediatamente caro agli spettatori, che nella fandom più sfrenata vedono perfino “luoghi che potrebbero stare in un suo film”.

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Una ragazzina dallo sguardo triste e penetrante di nome Suzy, interpretata da Kara Hayward, riceve una lettera; si mette così in moto una storia costruita con il sapore del dettaglio, non solo estetico ma anche squisitamente narrativo. Anderson fa disegnare il perimetro geografico entro il quale si svolge questa storia bislacca e romantica da un buffo narratore, Bob Balaban, il quale, vestito alla stregua di un piccolo aiutante di Babbo Natale, incarna il documentarista berrettato à la Jacques Cousteau (il cui meraviglioso mondo oceanico e cartaceo è stato già percorso dal regista nel bizzarro Le avventure acquatiche di Steve Zissou); la passione per le mappe fantastiche, zeppe di nomi dai suoni esotici ed evocativi, crea l’isola di New Penzance in cui il giovanissimo Sam (Jared Gilman), ribelle quattrocchi col berretto da trapper un po’ sfortunato ma assai in gamba, scappa dal campo scuot per mettere in atto la sua fuga d’amore con Suzy, adolescente in rotta con i genitori. Attorno a questo atto di insurrezione giovanile contro il mondo adulto e le sue regole si stringerà un cerchio rappresentato dal capo della polizia locale (Bruce Willis), il capo scout (Edward Norton) e il suo diretto comandante (Harvey Keitel), i genitori della ragazzina (Bill Murray e Frances McDormand) e la glaciale responsabile dei Servizi Sociali (se è glaciale è Tilda Swinton, no way). Il divismo, si sa, arriva sempre a popolare i set dei registi più in voga; Anderson tuttavia sembra far sua la lezione altmaniana non lasciando fare a nessuno la bella statuina, ma riuscendo a plasmare ciascuno nel suo stile peculiare, sciccosamente childish. Del resto questi non sono solo i nomi di una parata di stelle ma anche grandi attori e la trasformazione dell’action hero Bruce Willis nel buon poliziotto un po’ minchione è pressoché perfetta.

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Uno degli ingredienti inconfondibili nei film di Wes Anderson è anche lo humour nero, quel corollario di situazioni comiche da cui affiora un fondo di cattiveria e inaspettata violenza; il pattugliamento dei giovani scout, che non sono affatto amici di Sam, avverrà con mazze chiodate, pugnali e martelli. C’è la rivalità aggressiva tra ragazzi, certo parossistica ma non di meno reale, che mentre solitamente indossa i panni della sopraffazione del bullo di turno, qui è rappresentata da un gelido odio immotivato di un “piccolo adulto” di nome Redford (quel Lucas Hedges che qualche anno dopo fornirà una egregia prova nel drammatico Manchester by the sea) il quale verrà perfino ferito a sangue dalla selvatica Suzy. Tutta l’innocenza di un campo scout, luogo simbolo di una educazione alla convivenza pacifica, si accartoccia nell’immagine di un povero fox terrier di nome Snoopy infilzato a morte da una freccia. D’altro canto gli adulti non fanno certo una figura migliore; i genitori di Suzy sono il nonplusultra della genitorialità fallimentare, con i loro ridicoli sistemi educativi (richiami a cena fatti col megafono, libri sulla educazione di figli problematici lasciati incautamente in giro), i  patetici tentativi di riconciliazione della madre che impattano sul muro di separazione eretto ormai irrimediabilmente (naturale conseguenza) dalla figlia maggiore, lo spleen di un padre che sembra sempre avere “ben altro per la testa”. I genitori adottivi di Sam sono perfino ad uno stadio ulteriore di abbandono, avendo già rinunciato del tutto a qualsiasi contatto col figlio, mentre l’algida Servizi Sociali (che si chiama proprio così, a sottolineare grottescamente una perfetta simbiosi tra identità e ruolo) propone la classica soluzione schiacciasassi dell’orfanotrofio.

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Al cuore di tutto ciò, resta la fuga d’amore di due adolescenti. Un amore in cui si confondono connotati adulti e bambini, spesso surreale e fumettistico, che sfocia addirittura in un precoce matrimonio. C’è un contatto “clandestino” tra due corpi acerbi in una scena alla spiaggia (dove tutto è perfettamente geometrico e ogni oggetto sul set naturale viene artisticamente apparecchiato), una intimità totalmente priva di eros che non cerca nemmeno l’intenerimento dello spettatore, vista la studiata assenza di espressività e la meccanicità dei dialoghi. Sembra che Anderson non voglia saccheggiare la sensibilità più facile e romantica, ma che anzi allestisca un velenoso (e amaramente divertente) campionario di freccette puntate sulla moralità dei “grandi”. A coronamento di questa deriva dei giovani dagli adulti, una frase lapidaria di Suzy quando ha appena scoperto che l’amato è un orfano: “Ho sempre desiderato essere un’orfana. La maggior parte dei personaggi dei libri che amo lo sono. Ti invidio”. Forse il finale recupera un po’ di armonia intergenerazionale, ma ciò che rimane è la sensazione di un baratro di cui il regista si fa latore, l’eco di un grido che dalle acque agitate dell’adolescenza giunge allo spettatore adulto e che nonostante i merletti dell’immagine riesce certamente a trasmettere un po’ di disagio.

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Moonrise Kingdom (2012, USA, 94 min)

Regia: Wes Anderson

Soggetto: Wes Anderson, Roman Coppola

Sceneggiatura: Wes Anderson, Roman Coppola

Fotografia: Robert Yeoman

Musiche: Alexander Desplat

Interpreti principali: Jared Gilman (Sam Shakusky), Kara Hayward (Suzy Bishop), Bruce Willis (Capt. Sharp), Bill Murray (Walt Bishop), Frances McDormand (Laura Bishop) Edward Norton (Randy Ward), Bob Balaban (narratore), Tilda Swinton (Servizi Sociali)

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