Al cinema: USS Indianapolis, di Mario Van Peebles

uss indianapolisNel film Lo squalo, di Steven Spielberg, il rude cacciatore di pescecani Quint racconta ai suoi due compagni di (dis)avventure la vicenda dell’incrociatore Indianapolis, partito per una missione top secret nel luglio del 1945, con l’incarico di consegnare alla base militare di Tinian, nelle Marianne, buona parte dei componenti di quella bomba atomica che, una volta assemblata, di lì a qualche giorno sarebbe stata sganciata su Hiroshima. A parte la data, che in Jaws è errata (29 giugno 1945 dice Quint – sia nella versione originale che nel doppiaggio italiano – mentre in realtà i fatti avvennero il 30 luglio di quell’anno), il resto della storia raccontata dall’uomo corrisponde a quanto storicamente accaduto in quell’episodio poco noto della seconda guerra mondiale: l’incrociatore venne affondato da un sottomarino giapponese e gli oltre mille membri dell’equipaggio finirono in mare, assediati da orde di squali affamati, restandoci per circa una settimana, quando arrivarono – tardivamente – i soccorsi.

Questa è la storia raccontata anche nel film di Mario Van Peebles, figlio d’arte (suo padre Melvin è stato il fondatore del genere cinematografico del blaxploitation), ovviamente con dovizia di particolari (rispetto ai tre minuti del racconto di Jaws) e con tutta una serie di subplot (tra cui, immancabile, quello sentimentale) che portano il minutaggio della pellicola originale oltre le canoniche due ore di durata.

Il film prende le mosse da uno scontro in mare aperto tra l’incrociatore Indianapolis e alcuni caccia giapponesi durante la battaglia di Okinawa. La nave viene centrata da un kamikaze, che si immola gettando il suo Zero contro la prua dell’imbarcazione, senza tuttavia arrecare alla stessa danni strutturali. Tornata a San Francisco per essere rimessa in sesto, è lì che al capitano Charles McVay viene affidata la segretissima missione, sotto il controllo diretto della Casa Bianca.

Scelta per la sua velocità, l’USS Indianapolis dovrà consegnare il suo carico di (futura) distruzione nelle Marianne, presso l’isola di Tinian, dove già aspetta il bombardiere B-29 Enola Gay. L’incarico viene portato a termine senza difficoltà, nonostante l’assenza di una scorta, che espone la nave al rischio di siluramento. E’ sulla successiva rotta verso le Filippine che iniziano i problemi. Avvistati da un sommergibile giapponese, gli americani vengono affondati senza poter reagire né difendersi. La nave cola a picco in pochi minuti e per i marinai inizia una drammatica odissea fatta di annegamenti, disidratazione e, soprattutto, di continui attacchi da parte degli squali. I soccorsi arrivano con notevole ritardo – principalmente a causa della segretezza della missione – e i marinai che infine riescono a sopravvivere sono soltanto poco più di un quarto di coloro che erano partiti (317 su oltre 1.100).

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Questa volta non serve un James Cameron per portare sul grande schermo una storia che sicuramente meritava di essere raccontata (ma forse meritava di essere raccontata meglio).

La pellicola mixa il genere “guerra nei mari”, che in passato ha regalato tanti bei film (Duello nell’Atlantico e La battaglia di Rio della Plata, giusto per dirne qualcuno), quello cosiddetto “survival” e il genere recentemente battezzato shark movie (dopo il successo – di pubblico – della serie Sharknado). Gli effetti speciali sono di discreto livello (e del resto i circa quaranta milioni di dollari di budget dovevano giustificarli, in qualche modo) consentendo alla pellicola di discostarsi, per l’appunto, dai citati b-movie di squali, che hanno del resto tutt’altre pretese.

E se forse (e dico forse) in passato è stato proprio il grande successo de Lo squalo ad impedire che una storia come questa finisse sul grande schermo, chissà che oggi non vi sia invece arrivata grazie all’interesse per gli squali rigenerato da questa proliferazione di “neo b-movie”.

Qui si racconta, ovviamente, una storia vera (e non serviva di certo l’appendice documentaristica – in stile Hacksaw Ridge – per ricordarcelo), drammatica e ben lontana dalla frivolezza dei vari Sharknado. Però certe logiche produttive a volte vanno così, si sa, e si sfruttano le mode del momento allargando il raggio d’azione.

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Oltre ai citati film di guerra sul mare (tra cui, in particolare, per l’aspetto “survival” il recente Unbroken di Angelina Jolie), il regista si è potuto ispirare ad almeno altre due pellicole: la prima è Titanic, ovviamente, che ormai ha monopolizzato visivamente l’immaginario delle sequenze di affondamento di grandi imbarcazioni (o per lo meno quelle che prevedono una spettacolare colata a picco, come in questo caso); la seconda è Sully, non di certo per l’ammaraggio finale compiuto dal tenente, che di fatto salva i naufraghi, bensì per il tema dell’eroe che finisce sulla graticola, come da sequenze finali che mostrano il processo al capitano McVay, accusato – ingiustamente come sancirà Bill Clinton soltanto nel 2000 – di essere corresponsabile del disastro per non aver adottato le cautele del caso (in particolare la navigazione a zig-zag, ritenuta inefficace dal comandante).

Il capitano – morto suicida nel 1968 – è interpretato da Nicolas Cage, uno che purtroppo non riesco a digerire e che men che mai poteva iniziare a piacermi da questo film. Comincio però a credere che una parte di questa (personalissima, sia chiaro) avversione sia anche dovuta al doppiatore italiano di Cage, Pasquale Anselmo.

Unica nota largamente positiva è la fotografia di Andrzej Sekula, particolarmente efficace soprattutto nelle scene in notturna che vedono coinvolti i naufraghi.

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USS Indianapolis: Men of Courage (2016, USA, 128 min)

Regia: Mario Van Peebles

Soggetto e Sceneggiatura: Richard Rionda Del Castro

Fotografia: Andrzej Sekula

Musiche: Laurent Eyquem

Interpreti principali: Nicolas Cage (capitano Charles Butler McVay), Tom Sizemore (ufficiale capo McWhorter), Matt Lanter (ufficiale capo Brian “Bama” Smithwick), Thomas Jane (tenente Adrian Marks)

8 pensieri riguardo “Al cinema: USS Indianapolis, di Mario Van Peebles

  1. La presenza di Cage è uno strano richiamo: da NON fan quale io sono, mi attira perché potrò spernacchiare il film 😛 Però mi spiace perché la storia drammatica avrebbe meritato ben altro trattamento di un “Cage movie”. Se troverò un saggio sull’argomento sicuramente me lo gusterò. (Che belli i tempi in cui gli editori portavano in libreria i saggi che trattavano argomenti presentati da film come questo…)

    1. Bene, il fronte anti-Cage è davvero imponente, noto con piacere😁😁… purtroppo i tempi in cui a comandare navi da guerra c’erano Humphrey Bogart (L’ammutinamento del Caine) o Robert Mitchum (Duello nell’Atlantico) sono finiti, ahimè 😞😞😞

      1. Per il mio ciclo “Sottomarini” ho gustato grandi classici del passato, con attori titanici: davvero degli evergeen 😉
        Penso a “Mare caldo” (1958) con Burt Lancaster e Clark Gable o a “Inferno sul fondo” (1958) con Glenn Ford ed Ernest Borgnine. Al netto della propaganda bellica e del moralismo, rimangono splendide visioni.

      2. ahahah sicuramente è impietoso ogni confronto con i divi del passato, ma al netto dello sguardo vacuo di Cage se almeno le trame dei film avessero la stessa corposità sarebbe già un grande risultato…

  2. Anche a me non piace la recitazione di Cage, è praticamente mono-espressivo. Insomma, un attore dovrebbe saper fare almeno due o tre facce diverse. Tranne se è Clint Eastwood, in quel caso può permettersene anche una sola, per me.

    1. ah ah, sono d’accordo… che poi in realtà pure il buon Clint aveva almeno due espressioni, come diceva Sergio Leone: con cappello e senza cappello… 😀
      comunque ho provato a leggere in giro e sono in tanti a non digerire Cage, la cosa mi consola un pò…

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