Confronti: oltre Sergio Leone, ovvero lo spaghetti western minore

Spaghetti 03Tutti conoscono il cinema di Sergio Leone (o perlomeno dovrebbero), regista che se non è stato il primo a girare uno spaghetti western – il primato è infatti incerto – senza dubbio è stato colui che ha dato il via al sotto-genere e lo ha reso celebre nel mondo. A mio parere tutte le altre produzioni italiane successive si distanziano notevolmente per qualità, tuttavia hanno avuto modo di ricavarsi un loro spazio nella Storia del cinema, e alcune di queste meritano uno sguardo. Tra i nomi che balzano all’occhio come rilevanti abbiamo certamente Sergio Corbucci, Enzo G. Castellari ed Enzo Barboni.

Sergio Corbucci è forse il regista più celebre dopo Leone, nell’ambito dello spaghetti western. Il primo titolo che generalmente viene in mente è Django (1966). Benché personalmente lo consideri sopravvalutato, negare la sua importanza sarebbe un errore: oltre ad aver spinto vari autori italiani ad imitarne lo stile, ha fatto sì che sull’onda del suo successo molte opere vedessero come protagonista un Django che nulla aveva a che fare con l’originale, ma di cui sfruttava il nome per ottenere migliori risultati al botteghino; mi sento inoltre obbligato ad accennare all’influsso esercitato su Hollywood fino a tempi recenti, con il Django Unchained di Quentin Tarantino.

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Ciò che rese – e rende – celebre il film di Corbucci è l’uso della violenza senza veli e senza freni. La storia è talmente incentrata sul tema del massacro e della crudeltà da far sorvolare sulle varie gaffe tecnico-storiche (ad esempio, Django che solleva una cassa piena d’oro da solo…). Spietato è il baronetto locale, con il suo seguito di razzisti che uccidono, picchiano, violentano; spietati sono i messicani che gli si oppongono; spietato è Django nel mettere in atto i propri propositi di vendetta. Tra orecchi mozzati e messi in bocca al malcapitato, cavalli che pestano le mani della vittima fino a maciullarle e stragi su stragi, difficilmente questo film potrà venire scordato dallo spettatore. Iconiche sono poi diventate la scena della bara con dentro la mitragliatrice e la colonna sonora di Luis Bacalov.

Spaghetti 02Corbucci è stato anche regista di film meno noti ma qualitativamente buoni, come Il grande Silenzio (1968), da molti ritenuto il suo capolavoro. Il paesaggio innevato di Cortina d’Ampezzo fa da sfondo ad una vicenda violenta quasi quanto la precedente, ma senza dubbio ancora più disincantata. Qui, perfino il riscatto viene meno e l’happy ending non è neppure parziale. La recitazione di Jean-Louis Trintignan e Klaus Kinski è degna di nota ed entrambi sembrano calzare a pennello per i rispettivi ruoli. Il pregio di quest’opera è senza dubbio il suo finale, terribilmente realistico nel suo essere negativo, e senza dubbio spiazzante in un genere nel quale, solitamente, il bene trionfa sul male, o perlomeno lo aveva fatto fino ad allora.

L’ultimo film di Corbucci che cito è Vamos a matar, compañeros (1970), che è anche uno dei miei spaghetti western preferiti, soprattutto grazie all’incalzante colonna sonora di Ennio Morricone, che fa venire voglia di imbracciare un fucile e andare a riscattare i peones. Il cast si segnala per essere di livello medio-alto – sempre nell’ambito dello spaghetti western, si intende – con Franco Nero, Tomas Milian e Jack Palance a disputarsi il ruolo di primadonna.

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Enzo G. Castellari, pur non avendo prodotto film che brillano quanto a valutazioni sui siti di cinema, non può non venire citato, per due ragioni: la sua prolificità quanto a spaghetti western e il suo aver portato avanti il genere, mantenendo desta l’attenzione del pubblico in un periodo in cui imperavano già il poliziottesco prima e la commedia all’italiana poi. Keoma, uscito nel 1976, è un tripudio di simbolismo – Keoma crocifisso come Cristo – e la vendetta si veste da riscatto degli ultimi, mentre su tutto incombe un’anziana donna su un carretto, la Morte. Un cast che raggruppa vari volti noti del settore – Franco Nero, William Berger, Orso Maria Guerrini, Woody Strode, Donald O’Brien – per quello che è un po’ il canto del cigno dello spaghetti western. Un film che deve molto alla violenza di Corbucci ed è meno ridanciano di tante altre produzioni di Castellari. Il regista ci riproverà con Jonathan degli orsi, che a me non dispiacque ma è effettivamente un pesce fuor d’acqua, essendo uscito nel 1994. Segnalo, infine, Ammazzali tutti e torna solo, con un cast di gente che così sudata non se n’è mai vista su un set, ma che nonostante tutti i suoi innumerevoli difetti riuscì ad accattivarsi le mie simpatie per il ripetuto doppiogiochismo dei protagonisti alla ricerca di un carico d’oro.

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Enzo Barboni, infine, è da segnalare per aver portato una ventata di novità nel genere, grazie agli immortali Lo chiamavano Trinità (1970) e Continuavano a chiamarlo Trinità (1971). Bud Spencer e Terence Hill erano già stati “scoperti” da Giuseppe Colizzi in Dio perdona… io no!, ma la loro ascesa la si deve alla bilogia di Barboni. C’è chi accusa queste commedie di essere stati i chiodi nella bara dello spaghetti western, mentre altri danno loro il merito di aver mantenuto in vita per un altro decennio un genere che altrimenti sarebbe defunto molto prima. La verità, probabilmente, sta nel mezzo, ma è innegabile che le produzioni successive ad imitazione del duo Bud-Terence saranno in genere quanto mai scadenti e ben lontane dal frizzante umorismo e dalle innocue scazzottate della celebre coppia.

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Come fanalino di coda, cito una manciata di film che sono piaciuti a me, ma per i quali non sempre l’apprezzamento del grande pubblico è pari al mio.

Spaghetti 06Il primo caso è senza dubbio Matalo!, che pur essendo relativamente apprezzato, non ha raggiunto un’enorme notorietà, soprattutto al di fuori degli aficionados del genere. Diretto da Cesare Canevari nel 1970, è forse l’unica nota positiva nella carriera di un regista che si diede più che altro al porno. Ciò che rende particolare questo film, oltre al personaggio di Lou Castel che usa boomerang come armi (ma perché?), è l’ambientazione: una città fantasma dove accadono strani fatti e dove una gang di rapinatori troverà il proprio inferno. Il western si mescola insomma al mystery.

I lunghi giorni della vendetta (1967), invece, vede per protagonista Giuliano Gemma, volto noto del western all’italiana, soprattutto per le sue interpretazioni di Ringo ma con una prolifica filmografia di genere. Questa pellicola, nello specifico, è una versione western de “Il conte di Montecristo” e mescola trucchi bizzarri tipo pistole azionate con fili nascosti a personaggi coloriti che usano le stelle da sceriffo come shuriken. Per il resto è un classico sulla vendetta, tema molto caro ai registi italiani.

Il mio nome è Nessuno (1973) è talmente celebre che non ha bisogno di presentazioni. Il divo di Hollywood Henry Fonda si affianca al divo nostrano Terence Hill e, sebbene serietà ed umorismo possano a volte stridere in uno stesso film, il risultato complessivo è quanto mai accattivante e sopra a tutto brilla la sceneggiatura, con scambi di battute tra i due protagonisti che quasi ricordano quelli de Il buono, il brutto, il cattivo… e infatti Sergio Leone ci mise lo zampino. Per questo non mi ci dilungo oltre.

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Infine, non posso non menzionare ¿Quien sabe? (1967), per la regia di Damiano Damiani. Lou Castel,  Gian Maria Volonté e Klaus Kinski fanno il loro dovere con professionalità, ma a brillare su tutto sono i dialoghi e l’analisi del rapporto tra ideali e avidità sullo sfondo della rivoluzione messicana.

Di altri esempi celebri potrei tirarne in ballo molti, da Corri, uomo, corri a I giorni dell’ira, da Sole rosso a West and Soda, ma finirei con l’essere più prolisso di quanto non sia già stato. Ritengo che chi voglia farsi una cultura su questo sotto-genere senza scendere troppo in basso abbia sufficienti titoli in questo articolo.

Spaghetti 10La violenza, dunque, è il filo conduttore di queste opere (commedie a parte, se si escludono gli sganassoni con sonorità esagerata). Come detto in questo approfondimento sulla New Hollywood, nello stesso periodo – anzi, leggermente dopo – anche l’America scopriva il potenziale di questo tema, dell’abbandono della visione del mondo e del passato come di un idillio, per approdare ad una realtà più dura e cruda. Si pensi alla differenza abissale nell’approccio alla tematica della vendetta in un capolavoro come Sentieri selvaggi e in un qualsiasi spaghetti western, ma anche nella produzione di Sam Peckinpah o Monte Hellman; ogni romanticismo è stato ormai abolito. Allo stesso modo, gli ideali non sono più – o non solo – nobili ed altruisti, ma spesso a fare da motore è il vile denaro. Infine, un terzo topos è la presenza di elementi surreali o assurdi o grotteschi: ad esempio, l’uomo torturato ricoprendolo di oro fuso in Se sei vivo spara, uno dei più macabri esempi di questo sotto-genere.

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In un certo senso, lo spaghetti western è stato anticipatore di queste tendenze, oltre che delle potenzialità di realizzazione di un buon prodotto pur con budget limitato. Sì, perché la qualità tecnica e i mezzi a disposizione sono sempre stati ben lontani da quelli a cui un amante del cinema americano d’epoca è abituato. Se dunque si può essere delusi da questo punto di vista, i registi italiani hanno puntato tutto sull’impatto delle scene più cruente, sulla sceneggiatura e ovviamente sul carisma e la caratterizzazione dei loro personaggi: si pensi, nel primo caso, al tipico “Man with No Name”, e nel secondo ai numerosi trucchi ingegnosi usati da alcuni protagonisti come Sartana nella serie a lui dedicata.

4 pensieri riguardo “Confronti: oltre Sergio Leone, ovvero lo spaghetti western minore

  1. Splendida rassegna. Ad averti conosciuto l’anno scorso ti avrei coinvolto nello speciale Cinquant’anni di Django 😉
    I titoli che hai citato forse non saranno famosi come Leone ma sono tutti ottimi professionisti di prodotti da riscoprire: purtroppo alle loro spalle c’è un’Armata delle Tenebre di filmacci inguardabili che fanno vergognare gli autori, in numero drammaticamente maggiore rispetto ai buoni prodotti. E la cosa triste è che costando poco sono quelli, i più brutti, che vengono meglio distribuiti… Fai dunque bene a ricordare la “roba buona” ^_^

    1. Certamente i gusti sono gusti e io stesso ho apprezzato alcuni “filmetti” di questo genere, ma è indubbio che molti fossero proprio ciofeche poco pensate e studiate, buttate giù solo per sfruttare il fatto che andassero di moda. Un prodotto a basso costo può essere orrendo e mal studiato o comunque impegnato, una differenza non da poco.

  2. Io sono un tradizionalista e la Frontiera per me è sempre stata americana al 100% con la sola, aurea e magnifica eccezione del Maestro Sergio.
    Ma dopo aver letto un simile post sento il bisogno di recuperare Corbucci e Castellari, da me tragicamente dimenticati nel mio percorso cinefilo. Barboni ok, quelli li avrò visti trecento volte, Bud Spencer e Terence Hill sono il sale della mia giovinezza 🙂

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