Speciale Oscar 2018: Dunkirk, di Christopher Nolan

dunkirk 1La capacità di districarsi con disinvoltura all’interno dei generi cinematografici è da sempre ritenuta uno dei metri di giudizio più significativi per valutare la grandezza di un regista. Lo sa bene Christopher Nolan, che dopo essersi cimentato con il noir, il thriller, il cinecomic e la fantascienza ha rispolverato per la sua nuova fatica il war movie, genere finito in un onesto secondo piano negli ultimi vent’anni. Una pellicola attesissima questo Dunkirk, come abbiamo già avuto modo di sottolineare. Probabilmente la più attesa della stagione insieme all’ottavo Star Wars e al sequel di Blade Runner. Ad allungare l’ansia da Dunkirk ci si è messo pure il distributore, che ha deciso di far uscire la pellicola in Italia con oltre un mese di ritardo rispetto al resto del mondo, a causa del fatto che nel nostro Paese la gente non va al cinema in piena estate (o almeno così pare) e che dunque sarebbe un suicidio proporre uno dei film di cassetta del 2017 in tale periodo dell’anno.

Fatto sta che il 31 agosto è arrivato e con esso le prime opinioni. Contrastanti, tanto per cambiare. Le posizioni più estreme assunte dalla critica vanno da quelle di chi ha giudicato il film “brutto e detestabile”, nonché un “fallimento” (Fofi su Internazionale), a quelle di chi ha parlato del probabile miglior film di guerra mai girato (Travers su Rolling Stone). Si è da più parti parlato di capolavoro (Todd McCarthy su The Hollywood Reporter) o addirittura (cosa per certi versi più impegnativa ancora) di miglior film in assoluto di Nolan (Bradshaw sul Guardian).

È sempre un azzardo parlare di capolavori in campo cinematografico, a maggior ragione per film usciti da poche settimane. Un buon film è come un buon vino. Deve invecchiare bene e non si può esaltarlo appena messo in botte. Per giudicare un film come capolavoro serve una resistenza negli anni (e poi nei decenni). Non l’impressione del momento, per quanto elettrizzante.

Ad ogni modo, e venendo al contenuto della pellicola, Dunkirk parla dell’ormai celebre (dopo l’uscita del film) evacuazione di Dunkerque, che portò al salvataggio di oltre trecentomila soldati inglesi e francesi stretti in un accerchiamento potenzialmente distruttivo dalla Wehrmacht. Un episodio apparentemente minore della seconda guerra mondiale e poco conosciuto (a parte in Gran Bretagna), almeno prima che Nolan annunciasse l’intenzione di trarne la sua ennesima fatica. Eppure alcuni storici sottolineano come i fatti di Dunkerque costituiscano uno degli errori strategici più clamorosi commessi nei primi anni del secondo conflitto mondiale dai tedeschi, che dopo aver spadroneggiato in Europa occidentale con la Blitzkrieg avevano inspiegabilmente arrestato la loro foga davanti ad una sacca che avrebbe potuto tranquillamente essere annientata in pochi giorni dalle divisioni corazzate del Reich.

Un Hitler “buono” che tentava di non esacerbare un’Inghilterra che stimava e con la quale puntava ad un accordo (a noi il continente, a voi i mari)?

Un Von Rundstedt troppo prudente e troppo preoccupato dagli altri fronti?

Oppure un Göring che per ridare importanza alla sua Luftwaffe a scapito della Wehrmacht finì per avvantaggiare il nemico?

Sta di fatto che la Germania nazista perse l’occasione di coronare la guerra lampo (e, forse, di indurre alla resa l’Inghilterra) annientando buona parte dell’esercito di quella che era allora la prima potenza nemica (quando ancora gli Stati Uniti non erano entrati nel conflitto e non era stato rotto il patto di non aggressione con la Russia).

dunkirk 3

Tornando al film, tocca abbandonare questa contestualizzazione storica che – di almeno questo va dato atto a Nolan – è totalmente esclusa dalla narrazione, in quanto la pellicola si focalizza sulle vicende come viste e vissute, rispettivamente, da un soldato semplice rimasto bloccato sulla spiaggia di Dunkerque, da un pilota della RAF impegnato nelle operazioni di contenimento della Luftwaffe e da un semplice cittadino offertosi volontario per collaborare nei soccorsi con la propria imbarcazione da diporto.

La tripartizione della sceneggiatura nei tre elementi terra, acqua, aria (rappresentati dalle vicende localizzate nel molo della spiaggia di Dunkerque, nel canale della Manica e nei cieli sopra di esso) è presentata in modo esplicito fin dall’inizio, quando si dà conto anche della diversa temporizzazione delle parti che compongono l’intreccio: pur incrociandosi continuamente, le vicende al molo durano una settimana, quelle sul mare un giorno e quelle nei cieli un’ora soltanto.

Una forzatura? Un modo di introdurre il marchio di fabbrica nolaniano della destrutturazione temporale? Forse sì, ma tutto sommato è un espediente che non destabilizza più di tanto il quadro narrativo e la sua fluidità.

La sceneggiatura è la più breve scritta da Nolan e la cosa si riflette oltre che sulla durata (insolitamente breve per un film di guerra), sui dialoghi ridotti all’osso (forse troppo e quando si esagera si rischia di cadere nell’inverosimiglianza).

Il soggetto, che narra essenzialmente di una disfatta, o meglio, di un rimedio ad una disfatta (ma pur sempre di sconfitta si tratta), permette di paragonare Dunkirk oltre che alle pellicole ambientate in Europa durante la seconda guerra mondiale, anche ai film sulla guerra in Vietnam, i quali, affrontando il tema della sconfitta, sono comparabili da un punto di vista oggettivo, più che temporale.

Ma come ne esce da tali paragoni un film come Dunkirk? A parere di chi scrive non benissimo. I veri capolavori del genere war movie sono stati prodotti indicativamente negli anni Settanta-Ottanta (e ancora oggi sono ritenuti tali, giusto per dare sostegno all’affermazione di cui sopra sull’abuso che si fa di tale termine, spesso precocemente). E Dunkirk in confronto ad essi si pone come un film non molto più che normale e che ha finito in molti casi per deludere le aspettative (forse perché le stesse erano troppo alte o forse perché il prodotto in sé non è stato all’altezza, ma anche questo è un responso che ci fornirà il tempo).

Se non c’è riuscito nemmeno Nolan – viene da chiedersi – a rilanciare il war movie, sarà per caso che tale genere è inevitabilmente in declino, per il fatto di essere ormai stato sviscerato dai più grandi registi della storia del cinema? O per il fatto – non secondario – che lo stesso modo di fare la guerra è col tempo cambiato in modo sostanziale (un po’ ciò che è avvenuto col western)? Certo, sopravvivono le innovazioni mistificatorie – alla Tarantino per intenderci – ma per quanto si potrà supplire con l’originalità delle idee a quella che sembra apparire un’ineluttabile decadenza di un genere? Del resto, dall’inizio del nuovo millennio è stato prodotto davvero poco o nulla di veramente interessante nel cinema di guerra.

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Dunkirk è un film tecnicamente ben fatto, anche se non su tutti i fronti (ad esempio, ha un ottimo sonoro ma non un’ottima colonna sonora). La parte finale è decisamente buona, ma è preceduta da un’introduzione non all’altezza.

Tanto premesso, sembra che parlare di capolavoro (o addirittura di “miglior film di guerra mai girato”) sia francamente eccessivo, per un’opera soltanto discreta innestata nell’alveo di un genere cinematografico in evidente difficoltà. Come sembra ingiusto farsi accecare dalla fama di Nolan per difendere a spada tratta questo suo ultimo film, o, addirittura, per additarlo come il suo capolavoro. Anche perché Nolan, almeno a parere di chi scrive, non ha mai più toccato i livelli eccezionali raggiunti con i suoi primi due lungometraggi (Following e Memento) e difficilmente si può dire che lo abbia fatto con Dunkirk.

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Dunkirk (2017, Regno Unito / USA / Paesi Bassi / Francia, 106 min)

Regia e Sceneggiatura: Christopher Nolan

Fotografia: Hoyte Van Hoytema

Musiche: Hans Zimmer

Interpreti principali: Fionn Whitehead (Tommy), Tom Glynn-Carney (Peter), Jack Lowden (Collins), Harry Styles (Alex), Aneurin Barnard (Gibson), James D’Arcy (Colonnello Winnant), Kenneth Branagh (Comandante Bolton), Cillian Murphy (soldato), Mark Rylance (Mr. Dawson)

29 pensieri riguardo “Speciale Oscar 2018: Dunkirk, di Christopher Nolan

  1. Ottima analisi come sempre, questo film lo lascio decantare nelle sale (per tornare alla metafora del vino 🙂 ), poi me lo guarderò inevitabilmente in home video. Il miglior Nolan per me è Inception, trovo che sia stato costruito perfettamente.

    1. Nolan è un regista che resisterà nel tempo, questo è fuor di dubbio… io sono più legato ai suoi primi due film, forse perché erano quelli in cui aveva pochi soldi e tante idee per la testa… gli altri hanno fatto discutere e hanno diviso abbastanza il pubblico e la critica… che dire, aspettiamo il decorrere del tempo (ad esempio Insomnia è stato abbastanza dimenticato, e anche The Prestige)… e ti dirò che, se non fosse per il sonoro pazzesco che puoi apprezzare in pieno in sala, non fai male ad aspettare a vederlo…

  2. Oltre a condividere la tua opinione, ti ho appena linkato nel mio pezzo: caso vuole che oggi entrambi parliamo del film ^_^
    Ho sbadigliato fino a slogarmi la mascella, ma mi consolo al pensiero che fra venti giorni nessuno ricorderà più che è mai esistito un film dal titolo “Dunkirk” 😀

    1. grazie per il link… sai, mi hanno appena suggerito una prospettiva interessante per vedere Dunkirk da un altro punto di vista: dimenticarsi che è un film di guerra e vederlo come un thriller… interessante, devo dire…
      però d’altra parte questa cosa mi conforterebbe nella teoria che il war movie se non è morto poco ci manca…
      corro a leggere il tuo pezzo…

      1. Mi sembra il solito espediente per cercare di salvare un film non riuscito: dove sarebbe il thriller in una sterilissima messa in scena di un noto evento storico? Che magari non sai come va a finire? Magari stavolta vince Hitler? 😀
        Il warmovie dev’essere grandioso o spavaldo: questo è solo pieno di bei paesaggi e belle scene, quindi non durerà che i canonici 20 giorni…

  3. Concordo con la stroncatura. L’unico elemento positivo del film riguarda la capacità di tenere lo spettatore col fiato sospeso durante alcune scene, grazie alla scelta registica di stare addosso agli attori e farci sentire dentro ai fatti pericolosi e angoscianti di una battaglia. Il sonoro certo ha contribuito molto ad ottenere questo effetto. Per il resto ho trovato che la suddivisione in tre tempi diversi (settimana, giorno, ora) non funzionasse affatto e fosse quindi superflua, in particolare per la settimana sulla spiaggia, successione temporale che viene solo dichiarata ma non mostrata. Inefficace o assente l’empatia, sia nella storia dello sfortunato diciassettenne in barca, sia nella storia di amicizia tra il giovane inglese e il ragazzo francese. Infine una conclusione pomposa e ridicolmente patriottica là dove avrebbe toccato più e meglio i nostri cuori sottolineando l’importanza della solidarietà umana. Concludendo: visto che anche i più accorti si sono precipitati a vederlo grazie alle critiche estreme (se suscita amore/odio non potrà lasciarmi indifferente) devo dire che sono stati molto più bravi a promuoverlo che a farlo questo film.

    1. Le tue riflessioni sono interessanti, e in particolare hai ragione sul fatto della settimana sul molo, che è una tempistica un pò tirata per i capelli…
      peraltro mi viene in mente una cosa: non so se qualcuno ha già parlato di relatività einsteiniana in relazione a questo film, altrimenti lo faccio io per la prima volta… man mano che aumenta lo spazio e la velocità diminuisce il tempo… però il tempo filmico è lo stesso… interessante, ma magari è un mio delirio, che molto probabilmente non ha alcun senso scientifico 😀
      devo dire poi che non mi sento di definirla una stroncatura la mia… io l’ho trovato un film “normale” e quindi, collegandomi alla tua ultima frase, che in partenza condivido, sono stato forse un pò anomalo nel non farmi attirare da nessuna delle due fazioni estreme, quella dei detrattori e quella degli esaltatori…

  4. Condivido la tua analisi, che non è affatto una stroncatura, ma una obiettiva constatazione di un dato di fatto: non sembra essere un film capolavoro! Con Goffredo Fofi mi trovo quasi d’accordo per la prima volta nella mia vita! 🙂

    1. Ecco infatti, bando al manicheismo! Anche perché, giuro, è la prima impressione che ho avuto in sala, quando è stato (sciaguratamente) proposto l’intervallo tra primo e secondo tempo (perché nei multisala fanno di queste cose, pur di vendere due popcorn in più, ho potuto constatare, allibito)… ho detto: a me sembra un film di guerra NORMALE… Fofi ci va pesante, non so se abbia dei conti in sospeso con Nolan 😁

      1. Non lo so; certo ci va pesantissimo, ma anche a me il film ha lasciato la sensazione di vuoto ben confezionato. Mi sono, anzi, stupita che non si siano mai nominati i nazisti, quasi che la guerra si fosse svolta in un universo sconosciuto, un non luogo lontano. A Londra, fino a una decina di anni fa, erano ancora utilizzati per il trasporto dei passeggeri, lungo il Tamigi, alcuni di quei barconi, con tanto di targa commemorativa ed esplicativa, altro che non nominare i nazisti! Non era stata, infatti, una sola barca privata a portare in salvo i soldati intrappolati a Dunquerk! Ti ringrazio della tua recensione, perciò, perché evitando la dicotomia inutile del “mi è piaciuto/non mi è piaciuto” si pone in modo davvero problematico di fronte a un film che va, quanto meno, meditato e discusso.

      2. Grazie a te per il prezioso contributo. Sicuramente hai ragione sul fatto che il film vada meditato e discusso. Ad esempio sul tema da te citato della mancata nomina (e visualizzazione) dei nazisti sono state dette molte cose, non tutte convincenti: ad esempio l’argomentazione della focalizzazione sul soldato sulla spiaggia non mi convince, mentre più interessante è la posizione che si ricollega alla teoria psicologica del “terrore senza nome”, della paura dell’ignoto…

      3. Può darsi che sia così! Credo che bisognerà pensarci al di fuori dei clamori e delle polemiche di questi giorni, e anche al di fuori delle dichiarazioni di Nolan, perché ogni opera creativa ha una vita propria e non tocca a chi l’ha creata chiarire alcunché del suo significato. È semmai lo stratificarsi di interpretazioni successive che può dare un po’ di luce a ciò che pare oscuro. La domanda è però se ci sia davvero qualcosa da illuminare!
        😉
        Ciao!

      4. Verissimo, e ce lo dimostrano i grandi classici, per i quali le interpretazioni dei registi sono state spesso superate col tempo. Grazie, ciao!

  5. Se dopo il western “muore” anche il cinema di guerra, rischiamo di rimanere solo con film non di genere, cioè per me quelli meno interessanti. 😛 E’ possibile che scegliendo come ambientazione dei conflitti diversi da quelli abitualmente scelti (I e II guerra mondiale, Vietnam) si riuscirebbe a dare un minimo di verve in più ad un film? Ovviamente a determinarne la bellezza sono tutt’altri fattori, ma mi chiedo se non sarebbe un piccolo aiuto nel risvegliare l’interesse dello spettatore. Al tempo stesso mi domando quanto Hollywood sarebbe interessata a narrare storie ambientate in guerre in cui gli USA non sono presenti o lo sono in misura limitata.

  6. secondo me non è un war movie, al limite è un survival, punta a raccontare qualcosa di noi e su come sopravvivere, non sui mille modi per uccidere

    1. La questione dei generi associati a Dunkirk è davvero interessante, ad esempio mi è stato suggerito da persona oltremodo competente di vederlo come un thriller (pare che lo stesso Nolan abbia dato questa indicazione, non sono riuscito a verificare ma mi fido)… e anche la tua osservazione, in fin dei conti, è corretta… però addirittura prescindere dall’associarlo al war movie, sebbene sia inevitabilmente il genere più banale ed immediato da ricollegare, mi sembra francamente troppo… però ben venga la tua osservazione e aggiungo quindi il survival ai generi in relazione ai quali va considerato (più che classificato, perché le classificazioni sono fini a se stesse) il film di Nolan (gli altri tre sono guerra, storico e, per l’appunto, thriller)…

    1. mah, forse le mie attese erano troppo elevate e sono rimasto un po’ deluso… ma ci tengo a precisare – come credo emerga dalla recensione – che non lo ritengo un brutto film, tutt’altro… solo che non mi ha colpito come avrei sperato e questo ha influito sul mio giudizio…

      1. Si, si evince che non lo consideri un brutto film! Chiaramente le aspettative contano un sacco, però mi ha sorpreso perché pure io lo aspettavo da tanto e invece non mi ha deluso (mentre non sono un grande fan né di Inception né di Interstellar, per dire)!

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