Al cinema: Blade Runner 2049, di Denis Villeneuve

blade-runner-2049-poster-1Alla fine è diventata quasi una guerra intergenerazionale. I vecchi romantici adoratori del Blade Runner di Scott contro i nuovi rampanti seguaci del sequel di Villeneuve; se ci fate caso, vi accorgerete che sul web i toni si sono fatti piuttosto accesi. Francamente trovo che si tratti di una inevitabile collazione; futile fare i puristi del contingente con i paraocchi, fingere che non esista un così ingombrante precedente con cui fare i conti. Saranno anche baruffe da cortile ma l’uscita di questo film rappresenta secondo me un ulteriore allargamento della faglia che separa due continenti, il vecchio dal nuovo, la deriva quasi compiuta (in senso fisico, fenomenologico) del cinema contemporaneo da ciò che è stato, una zattera di pietra che si stacca con i suoi accoliti dei quali risuona il coro beffardo: “Addio guardiani del museo, noi stiamo con Villeneuve, Refn e Dolan!”.

Molti “vecchi” si saranno sentiti dei veri blade runners, spietati e infallibili cacciatori di replicanti – magari anche dimenticando che sin dalla notte dei tempi un po’ tutto si replica, in fondo – che fanno il famoso test Voight-Kampff alla creatura di Denis Villeneuve. Del resto la presenza di Ridley Scott in qualità di produttore esecutivo è un mero dato di paternità economica del franchise, significa ben poco. Molti “giovani” (ok, non si tratta sempre e solo di un mero dato anagrafico, ma è chiaro che si tratta dello schieramento cinefilo mediamente più verde) hanno silenziato il cult dell’82 relegandolo al massimo a buona matrice per quest’opera più ariosa, più attuale, più figlia del dominio del digitale e del sound design più sofisticato e roboante. Dove sono io in questa storia? Io simpatizzo sempre per le nuove generazioni, hanno ragione e fanno bene a difendere il cinema di oggi dagli khmer dei “bei vecchi tempi andati”. Ma diamine, il sentimento non segue la logica. Non chiedetemi di rinunciare alla poesia della vecchia pellicola di Scott per prendere le parti di questa esanime e grigia fantascienza cerebrale, liscia, senza emozione.

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Il solito Ryan Gosling, uno dei portabandiera di questo nuovo cinema, con la sua faccia imperturbabile entra ovviamente alla perfezione nella pelle del protagonista, il replicante nuovo modello che dà la caccia a quelli “ritirabili”. Il blade runner K. (riferimento diretto all’agrimensore de Il Castello di Kafka, anche se onestamente non mi sembra ci sia questa grande assonanza tra i due personaggi) è il punto di connessione tra umani e umanoidi, commissionato per uccidere senza compassione seppur animato da un sotterraneo anelito all’umanità, una sorta di sindrome di Pinocchio che lo porta anche a vivere un singolare rapporto di coppia con l’ologramma Joi, interpretato dalla bellissima Ana de Armas. La relazione impossibile tra due creature che non si possono toccare rappresenta senz’altro il punto più centrato del film, specialmente nell’incarnazione dell’ologramma in una toccante scena d’amore a cui presta il corpo la squillo interpretata da Mackenzie Davis. Anche la ricomparsa del vecchio Deckard, l’inossidabile Harrison Ford, è un bel momento del film contro ogni mia aspettativa (dopo la tristezza che mi aveva trasmesso vederlo nei panni di un Han Solo da piccioni e giardinetti), sottolineato da una tonalità giallo tuorlo che se non altro rompe finalmente il mestissimo grigio che ha imprigionato l’estro fotografico del grande Roger Deakins, per me la delusione più cocente di questo film.

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Il resto è davvero una monotona esibizione di potenziale visivo e sonoro, con una povertà quasi patologica di emozioni. Già con Arrival Villeneuve aveva dato il suo fiorino a quel filone sci-fi di cui è padre l’Interstellar di Nolan, un frigido contenitore di drammi surgelati e preconfezionati che non ha più nessuna parentela con le sensazioni – meno complesse? Uhm… – della fantascienza good old fashioned, quella dove tutto era stupore e meraviglia, perfino con i pianeti di cartapesta e le stelle di alluminio, quella che assomigliava più ai sogni iperspaziali di un bambino che alle elucubrazioni di un adulto problematico. Le vestigia di quella Los Angeles al neon sotto la pioggia, quei chiaroscuri e quelle fosforescenze kitsch, quelle soffitte piene di inquietanti grotteschi pupazzi dove si aggirava furtivo Deckard giacciono ormai sepolte dalla cappa monocromatica di questo design desolante. Blade Runner 2049 non è un brutto film ma è un potente sonnifero, indolenzisce e ottunde. Parola di “vecchio”.

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Blade Runner 2049 (2017, USA, 163 min)

Regia: Denis Villeneuve

Sceneggiatura: Michael Green e Hampton Fancher

Fotografia: Roger Deakins

Musiche: Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch

Interpreti principali: Ryan Gosling (K.), Ana de Armas (Joi), Robin Wright (Lt. Joshi), Sylvia Hoeks (Luv), Jared Leto (Niander Wallace), Harrison Ford (Deckard)

7 pensieri riguardo “Al cinema: Blade Runner 2049, di Denis Villeneuve

  1. che dire, pur non trovandomi (completamente) d’accordo mi inchino davanti alla perfezione semantica e alla potenza delle argomentazioni di questo tuo giudizio…
    come te ritengo inavvicinabile il film di Scott e solo l’idea di un sequel mi faceva inorridire… non so: è come se facessero un sequel di Arancia meccanica, viene male solo a pensarci… forse proprio perché avevo questo timore così grande che alla fine ho tirato un sospiro di sollievo e tutto sommato il film mi è anche piaciuto, ovviamente, lo ribadisco, ritenendolo comunque molto al di sotto del suo genitore…
    per dire: io una sequenza come quella di Elvis dentro al casinò avrei voluto durasse minimo un’altra mezz’ora!

    1. Ah ah già lo spunto della sequenza di Elvis è davvero interessante, pur tuttavia la filosofia del suono adottata ha sovrastato tutto, un vero tormento per le orecchie. Ho come l’impressione che si tratti di un film che va in qualche modo “equalizzato”, non ho competenze tecniche specifiche, ma in una sala diciamo “standard” la dovuta baldanza del sound derivante dal rombo della navicella porta qualsiasi altro suono fuori norma. Temo si tratti della solita esigenza moderna; o disponi della tecnologia più avanzata o questo film non è pienamente fruibile, e questo secondo me è un limite assurdo che allontana l’idea di “cinema per tutti”

  2. son d’accordo con le poche emozioni e, aggiungo, manca la poesia. Alla seconda visione, dopo che mi era passata la sbornia visiva della messinscena impressa dalla prima volta, ho potuto concentrarmi di più sui contenuti e devo dire che qualcosa arriva: il rapporto di K con il suo “fantasma”, la sua ricerca personale e il percorso stesso di Joi (non aggiungo altro per evitare spoiler)… Io non penso però sia uno scontro tra “vecchi” e ggggiovani. Forse dal punto di vista generazionale appartengo ai primi, ma non condanno questo film, lo amo. Ricordo che anche il primo BR fu criticato e non amato all’inizio e la sua considerazione crebbe grazie ai vhs e la televisione. Ma del resto, tanti critici cambiarono idea; come disse il mitico Roger Ebert, anche Scott ha messo mano più volte al suo film segno che forse qualcosa non andava.

    1. Ciao grazie per aver citato Roger Ebert che per quanto mi riguarda è sempre un toccasana 😀
      Sì, la contrapposizione non è soltanto anagrafica, ho semplificato perchè non trovavo le giuste categorie. Ma resto convinto che si sta andando verso un altro cinema, che per quanto riguarda il genere fantascientifico ad esempio è molto più condizionato dalla tecnologia rispetto a quello di appena ieri. Penso che l’effettistica degli anni ’80, ’90 e perfino inizi Duemila abbia avuto un ruolo semplicemente funzionale, di puro intrattenimento; ora la sci-fi si è fatta più intimista e vive della sua rappresentazione digitale, la perlustra non soltanto per affascinare l’occhio dello spettatore ma per raggiungere nuove profondità. E BR2049 è un tassello importante di questo passaggio secondo me, naturale poi che scontenti i nostalgici come me 😛

      1. aggiungo solo una cosa alle considerazioni che fai e con cui concordo. I nuovi autori stanno sfidando lo spettatore. Non è più solo una storia veloce e accattivante, esplosioni, battaglie stellari. Si chiede attenzione per seguire dei concetti importanti, questo secondo me è senz’altro positivo

  3. Io sono del partito di Arrival, uno dei miei film di fantascienza preferiti di questi ultimi anni, Blade Runner 2049, invece, mi casca anche a me. Non per nostalgia o venerazione dell’originale di Ridley Scott, un buon sequel re-immaginato per la contemporaneità non lo disdegno se arriva ai livelli di un Mad Max: Fury Road (poco importa se il regista è lo stesso, spesso i risultati non combaciano anche se il regista resta il Primo). Qui però, come ho scritto sulla nostra recensione, ho avuto la sensazione che Villeneuve abbia dato tutto se stesso, troppo se stesso, e poco lavoro sulla trama. Davvero, di film così se ne sono sentiti tanti. Visti forse no, anche se lo stile di Villeneuve è parte di quella che per me non è una corrente, ma quasi.

    1. Non posso che essere d’accordo con te sulla qualità di un reboot come Mad Max Fury Road, davvero riuscitissimo. Ci hai dato un buono spunto per uno dei prossimi Confronti 😉

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