Confronti: In Guns We Trust, l’America e le armi in Michael Moore e Gus Van Sant

American-Flag-GunsLa strage di Las Vegas di due settimane fa ha riportato sotto i riflettori, per l’ennesima volta, il tema del possesso e della circolazione delle armi negli Stati Uniti d’America. Il killer, Stephen Paddock, un pensionato di 64 anni, ha esploso centinaia di colpi da una suite del Mandalay Bay che aveva deliberatamente prenotato per avere un’area di tiro perfetta sul concerto di musica country che si stava tenendo sul Las Vegas Strip. Nella stanza sono state rinvenute più di venti armi automatiche e semiautomatiche, un vero e proprio arsenale da guerra. E così l’America piange le sue ennesime vittime, nella più sanguinosa carneficina di questo genere nella storia del Paese (poco meno di sessanta morti). 

Il cinema americano si è occupato più volte dello spinoso tema delle armi. Una questione che sempre più divide la popolazione, tra sostenitori accaniti del secondo emendamento (quello che dà diritto ai cittadini di possedere armi) e coloro che invece cercano di far prevalere il buon senso, promuovendo battaglie per arrivare quanto meno ad una limitazione della circolazione e della libera vendita di quegli strumenti di morte. Il cinema se ne è occupato soprattutto dopo una delle stragi che maggiormente, nel recente passato, ha scosso l’immaginario collettivo: il massacro avvenuto nell’aprile del 1999 alla Columbine High School di Littleton, Colorado.

bowling a columbine 1Il primo film di una certa importanza basato su quei tristi fatti è il documentario di Michael Moore Bowling a Columbine, presentato in concorso al cinquantacinquesimo Festival di Cannes. Nell’usare la metafora del bowling per descrivere la terribile carneficina che costò la vita a dodici studenti ed un insegnante, il regista evidenzia fin dal titolo il taglio caustico e non privo di qualche sferzata satirica che intende dare alla pellicola. Ma il bowling è anche lo sport che i due studenti-killer, i coetanei Eric Harris e Dylan Klebold, avevano gelidamente praticato la mattina del massacro. È il tema della banalità del male che emerge ancora una volta, dell’incoscienza del male commesso da due giovani, che si riflette nella sua inspiegabilità. Ma in questo caso alcune spiegazioni sul perché si sia arrivati all’ennesima mattanza si possono ben dare, ed è quello che cerca di fare Michael Moore indagando sulla questione delle armi negli Stati Uniti. Perché il film si concentra relativamente poco sul massacro e sui due giovani che lo commisero, preferendo dedicarsi a rispondere alla domanda sul perché due ragazzi che, per qualunque ragione, perdano la testa possano avere a disposizione un arsenale da guerra per sfogare la propria rabbia repressa.

Il documentario (che si aggiudicò l’Oscar nella relativa categoria) parte subito con una scena paradossale ma efficace: il regista si reca in un istituto di credito per aprire un conto e… riceve in omaggio un fucile. Perché bisogna sapere che negli Stati Uniti può anche accadere che se apri un conto corrente la banca ti regali un fucile!

Quella delle armi, per gli americani, è un’ossessione, un delirio collettivo, soprattutto in certi Stati e nelle zone di provincia. Ma non solo. La lobby delle armi è fortissima ovunque. In molti sostengono che controlli di fatto il Senato e che sia per questo motivo che non si riescono ad approvare leggi proibitive o anche soltanto limitative della circolazione delle armi. La National Rifle Association ha messo al suo vertice per un certo periodo (ed in particolare era presidente nel periodo della strage della Columbine) una ex star di Hollywood come Charlton Heston (oggi passato a miglior vita). Colui che fu Ben Hur in uno dei più grandi kolossal della storia del cinema non si fa problemi ad andare a Littleton pochi giorni dopo il massacro per difendere il secondo emendamento. Perché la N.R.A. non fa altro che ripetere questo mantra, sentendosi in tal modo sollevata da qualsiasi necessità di argomentazioni più rigorose. La miopia e il fanatismo dei difensori del secondo emendamento sfiora spesso il ridicolo, come si è avuto modo di constatare in questi giorni nel post-Las Vegas.

Moore snocciola statistiche e dati impietosi: negli Stati Uniti in un anno ci sono stati oltre 11.000 omicidi con armi da fuoco; negli altri Paesi sviluppati si va dalle poche decine dei Paesi più “tranquilli” (Gran Bretagna, Canada) al centinaio circa di Nazioni come Germania e Francia, un numero che rappresenta comunque soltanto l’un per cento del dato americano.

Perché?, è la domanda che si fa continuamente il regista, e che rivolge ai suoi intervistati.

Perché gli Stati Uniti hanno una storia violenta alle spalle.

Ma allora la Germania?

È colpa di Marilyn Manson e della musica estrema, dei videogiochi, dei film violenti.

Ma quelli non esistono soltanto in America. Vengono sentiti, utilizzati e guardati dagli adolescenti di ogni parte del mondo.

La tesi di fondo di Moore è quella che negli Stati Uniti le differenze etniche e sociali hanno portato ad esasperare il tema della paura, facendo sì che chiunque si senta nel mirino e quindi legittimato ad armarsi per difendersi.

bowling a columbine 2

Per rafforzare le sue argomentazioni, il regista si reca in Canada, visita grandi città dove difficilmente si ha memoria di omicidi commessi negli ultimi anni, o posti dove addirittura la gente vive senza chiudere a chiave le porte di casa. E in Canada ci sono milioni e milioni di fucili, ricorda ad un certo punto Moore (e quando lo fa, a dire il vero, la sua teoria sembra in realtà vacillare).

Forse allora il problema sono le armi d’assalto, che sparano colpi a ripetizione, pare quasi essere il passo successivo di questo percorso di ragionamento. Ed infatti negli ultimi anni, soprattutto con la presidenza Obama, nell’accertata impossibilità di bloccare completamente la libera vendita di armi (cosa a cui la N.R.A. si è sempre opposta con tutte le sue forze), si è quanto meno cercato di mettere un freno all’assurdità della libera vendita delle armi d’assalto, quelle che hanno una giustificazione in Iraq o in Afghanistan, ma non nei sobborghi della Pennsylvania o del Connecticut. Se non si possono fermare gli omicidi, cerchiamo di fermare almeno le carneficine! Salvo poi tornare indietro con l’elezione di Trump… O forse no, perché a fronte della strage di Las Vegas pure la N.R.A. si è resa conto che la misura è probabilmente colma e ha fatto una minima (ma per certi versi ridicola) apertura a delle limitazioni.

Tornando al film (quando si affrontano certi argomenti il rischio di digressioni è troppo elevato), Moore conclude il suo documentario con un’intervista proprio a Charlton Heston. Introdottosi nella sua residenza di Beverly Hills, Moore demolisce letteralmente il povero vecchietto che non fa altro che balbettare continuamente appelli alla sacralità del secondo emendamento.

Si chiude con questa intervista Bowling a Columbine, un documentario intenso, che fa aprire gli occhi su molteplici aspetti, ma che mostra di contro una Nazione che sembra non volersi tirare fuori dai suoi problemi. E il pensiero torna a Trump, che sui fatti di Las Vegas riesce a dire soltanto che è stata l’opera di un folle, anziché spiegare come mai in America un folle possa così facilmente accumulare decine di armi automatiche e fucili d’assalto, con migliaia di munizioni…

***

Elephant 1Stesso Festival, quello di Cannes, un anno dopo. È il 2003. Gus Van Sant presenta Elephant, questa volta un lungometraggio a soggetto, ma anch’esso (liberamente) tratto dalle vicende del massacro alla Columbine High School. E qui Van Sant dipinge insieme, asetticamente, la banalità della quotidianità e la banalità del Male. Ma lo fa con la potenza delle immagini più che con l’ironia à la Moore.

In una (fittizia) high-school di Portland, Oregon, dove Van Sant trasferisce le vicende, tutto procede come in una qualunque normalissima giornata. Ma è una normalità soffocante, angosciante nella sua lentezza.

C’è John che è arrivato per l’ennesima volta in ritardo, e che viene ripreso dal preside, e che poco prima aveva guidato al posto del padre ubriaco.

C’è Eliah, con la sua passione per la fotografia.

C’è il belloccio della scuola che si vede con la ragazza dopo aver attirato lo sguardo ammiccante delle teenager per i corridoi.

C’è la sfigatella tutta occhiali e felpona derisa dalle bulimiche giovani vamp.

E poi ci sono Alex e Eric.

Uno è vittima di bullismo e profondamente introspettivo. Nutre un rancore profondo che accumula dentro di sé con propositi di vendetta.

L’altro è un ragazzo leggero, un clone di Eminem quanto all’aspetto, che passa il tempo con i videogiochi violenti.

I due progettano ed eseguono l’orribile massacro dei propri compagni di scuola, apparentemente senza un motivo o probabilmente con troppi motivi scatenanti. Questo dubbio di fondo è forse il maggior risultato concettuale raggiunto dal regista: dopo avere implicitamente elencato decine di apparenti moventi “sociali” (i videogiochi, il clima familiare, il bullismo, i cattivi esempi del mondo musicale, la facilità con cui ci si può procurare un’arma, persino le simpatie per il nazismo), la assoluta freddezza dell’esposizione porta lo spettatore a propendere per un generale e angosciante senso di ineluttabilità e inspiegabilità del Male. Siamo dunque lontanissimi dalla lucida valutazione di Moore e dal suo procedere per esclusione nell’analisi delle cause scatenanti la violenza. Eppure i due film sembrano conciliarsi perfettamente nel loro essere profondamente antitetici.

Van Sant segue i ragazzi alle spalle lungo interminabili camminate in giro per la scuola, ricordando quegli stessi videogiochi violenti che vengono presi di mira e al contempo generando un’opprimente sensazione di viaggio verso l’ignoto: come se quei ragazzi vuoti e soli, profondamente soli, ci stessero guidando verso i più temibili meandri della nostra psiche.

La solitudine dei ragazzi è esaltata magistralmente dalla scelta stilistica di un’atmosfera ovattata, una camera d’aria angosciante e destabilizzante.

Elephant 2

Altro aspetto fondamentale è l’uso del tempo: le vicende si incrociano da diversi punti di vista in un unico momento clou, quello immediatamente antecedente all’ingresso di Alex e Eric nella scuola. Le scene sono dunque cronologicamente distorte, in un vai e vieni temporale che è forse la scelta stilistica più interessante di Van Sant.

Perché per il resto il regista pare un po’ crogiolarsi accademicamente in scelte che possono apparire un po’ forzate: il riferimento va ai lunghi piani sequenza, con la macchina da presa che talvolta gira in tondo con una lentezza inutilmente disarmante.

Ma ci sono anche momenti naturalistici emozionanti: le lunghe inquadrature dei cieli nuvolosi dell’Oregon, e quelle del foliage autunnale (splendida la carrellata iniziale lungo il viale alberato). Come se soltanto la Natura potesse redimerci e affrancarci dal Male, oscuro prodotto dell’agire umano.

Se a Cannes Michael Moore si era aggiudicato il premio speciale del 55° anniversario del Festival, Elephant si porta a casa sia la Palma d’oro che il premio per la miglior regia, con un cambio di regolamento (che non consentiva l’accoppiata di riconoscimenti) deliberato ad hoc.

Se Bowling a Columbine è uno schiaffo agrodolce che apre gli occhi, Elephant è l’Urlo di Munch della cinematografia contemporanea.

___

Bowling for Columbine (2002, Canada / USA / Germania, 120 min.)

Elephant (2003, USA, 81 min.)

8 pensieri riguardo “Confronti: In Guns We Trust, l’America e le armi in Michael Moore e Gus Van Sant

  1. Io ascolto Manson da molto tempo eppure non ho mai ucciso nessuno: sarà che mi mancano le armi? 😀
    Scherzi a parte, purtroppo è una tematica serissima e non sembra esserci soluzione: è la storia del matto che vuole una pistola per difendersi, perché dicono che in giro c’è un matto con una pistola… E’ un paradosso filosofico che descrive in pieno la cultura americana.
    Decenni fa Fredric Brown (mi sembra) scrisse un racconto che fece scandalo, dove veniva data una pistola in mano ad un bambino handicappato. La frase che chiudeva la storia pare sia diventata un tormentone dell’epoca: “Come si fa a mettere un’arma in mano ad un idiota?” (erano tempi privi di politically correct quindi per fare una metafora si poteva dare dell’idiota ad un portatore di handicap.)
    Chiudo con Chris Rock, che anni fa disse pubblicamente disse di essere contrario al proliferare delle armi, e che in seguito a queste dichiarazioni ha avuto così tante minacce di morte… che subito ha detto: “Mi sa che mi serve un’arma” 😛

    1. ma infatti il tema è più complesso di quel che sembra… la stessa questione della libera circolazione delle armi non è sufficiente a giustificare così frequenti stragi da armi da fuoco… perché infatti lo stesso Moore in Bowling dice a un certo punto che in Canada hanno 7 milioni di fucili eppure non capita (quasi) mai niente… e lì infatti sono rimasto perplesso… e allora mi sono tornati alla mente i miei studi di criminologia (uno degli esami più interessanti che feci a giurisprudenza) sull’incidenza di molteplici fattori sull’inclinazione a delinquere, non ultimo, pensa un pò, il clima…
      nei luoghi con climi rigidi c’è una minor propensione ai delitti contro la persona, a differenza dei Paesi caldi…
      questo è soltanto per dire che la proliferazione delle armi è sicuramente una delle ragioni di queste esplosioni di violenza… forse la principale, ma non di certo l’unica, anzi…

      1. Il caldo fa uscire di capoccia, su questo non si discute, e se hai a disposizione un’arma automatica diventa un problema.
        Comunque in America non sembra trattarsi di gente che “sbrocca”, che perde la ragioen e spara: sono tutti freddi calcolatori, piani architettati e premeditati. E, malgrado la propaganda, sono tutti bianchi autoctoni…

      2. vero… e inoltre bisogna anche distinguere tra le stragi compiute da adulti e quelle compiute da ragazzi, su cui si innestano ulteriori fattori scatenanti…
        quindi, tornando ai due film, da un lato preferisco – pur nella sua indeterminatezza – l’approccio di Van Sant, che si limita a metterci di fronte alla angosciante complessità del problema…

  2. Credo sinceramente sia l’articolo più profondo uscito finora su questa piattaforma, di una densità tanto cinematografica quanto sociale. Gran pezzo, complimenti “collega”!
    Ricordo ancora il senso di frustrazione, di smarrimento, di angoscia dopo aver visto Bowling a Columbine. Un documentario che ti attanaglia l’anima.
    Elephant invece mi manca ancora colpevolmente!

    1. ti ringrazio, troppo buono…
      è un tema che da noi dovrebbe essere avvertito come lontano, siccome le stragi di massa di quel tipo non fanno parte (per fortuna!!) della nostra cronaca interna…
      eppure non soltanto la tv ma anche il cinema ci aiuta a sentirlo vicino ed insieme prova a fornirci delle chiavi di lettura e delle (probabili) spiegazioni di un fenomeno nefasto…
      come fanno questi due film, uno dei quali (Bowling a Columbine) non a caso è stato ritrasmesso in questi giorni dalle tv, dandomi l’idea per questo post…
      il bello del cinema (almeno di quello più impegnato), sia quando documenta, sia quando racconta a soggetto ispirandosi a storie vere, è anche questo: sollevare domande e (tentare di) smuovere le coscienze…

  3. Bellissima recensione Vincenzo! Ho visto entrambi i film e sono d’accordo con te.
    Riflessione a margine: di recente ho rivisto Bowling a Columbine e, forte delle mie nuove esperienze di madre (non lo ero la prima volta che l’ho visto) di un bambino che frequenta la scuola, mi è sembrato che il Bowling simboleggiasse tutto quello che hai indicato tu, ma anche il simbolo del profondo scontento di quei ragazzi, l’umiliazione ricevuta da una scuola che li vuole solo idioti giocatori di un gioco idiota, che li tiene ignoranti e gli spegne i sogni.

    1. è sicuramente un’interpretazione plausibile, considerata peraltro la cattiva fama dell’istruzione pubblica negli Stati Uniti…
      e comunque sono andato ad approfondire il significato del titolo perché la cosa mi ha incuriosito: nel documentario Moore dice appunto che i due ragazzi quella mattina erano andati a fare bowling (in realtà dagli atti non è chiaro, alcuni testimoni dicono di sì, altri dicono di no)…
      e a quanto pare il bowling era oggetto di una vera e propria lezione in quella scuola (il che peraltro avvale la tua interpretazione)…
      la tesi di Moore è la seguente: ma quindi se i ragazzi hanno fatto bowling poco prima del massacro, non è che la colpa è di quello sport? ed ovviamente è una tesi paradossale, una provocazione per smontare le teorie di chi sostiene, ad esempio, che il massacro sia stato causato dalla musica o dai film violenti…
      quindi diciamo che le interpretazioni sono molteplici:
      – quella dello strike come metafora della strage (non è quella di partenza di Moore ma credo proprio che sia la prima che salta in testa come associazione mentale);
      – quella che ho proposto del bowling come deliberato gesto di lucidità, ennesimo simbolo della banalità del male (faccio bowling e poi faccio un massacro);
      – quella appunto provocatoria del bowling come causa scatenante del massacro (tesi principale, ma paradossale, di Moore);
      – e poi quella che dici tu, che è plausibile, a maggior ragione considerato che in quella scuola il bowling era oggetto di lezione (!!)…
      il tutto con il dubbio sulla condizione di partenza (ossia se i due avessero in effetti giocato a bowling quella mattina oppure no, perché a quanto pare è circostanza tutt’altro che dimostrata ed anzi forse le indagini ufficiali avevano portato ad escluderlo)…
      così fosse, peraltro, si genererebbe un’incongruenza, e ti dirò che (come ho scritto nella recensione) a mio avviso quel documentario non è esente da incongruenze (ad esempio vedi la storia dei fucili in Canada, che a mio avviso è un argomento che, per come viene presentato, potrebbe essere usato più dai fautori della libera circolazione delle armi che dai no-guns)…
      che dire, quando si approfondiscono le cose escono sempre dei casini inimmaginabili… 😉
      sta di fatto che, bowling o non bowling, la sostanza su ciò che è avvenuto non cambia di una virgola…

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