Due anni di Netflix: 30 film che valgono il prezzo dell’abbonamento (la Top Ten)

top-10-netflixSi conclude questa selezione di 30 titoli tra i più apprezzabili del catalogo Netflix, siamo giunti ormai alla Top Ten. Il cerchio si stringe e finiamo inevitabilmente nel gotha del cinema universale, con una decina che – forse con un paio di eccezioni – si avvicina abbastanza a un ipotetico “canone”; non esiste oggettività nel cinema, è una chimera propugnata dalla critica, tuttavia statistiche alla mano questa rosa di vincitori esprime piuttosto bene la politica di Netflix quanto a compromesso tra arte e popolarità. Si tratta di dieci film che mantengono una certa equidistanza tra il cestone dei blockbuster e il bouquet dei cosiddetti “autoriali”.

Ma bando alle ciance e vediamo insieme quelli che – secondo chi scrive – sono i 10 migliori film presenti nel catalogo Netflix (con le dovute precisazioni riguardo agli Illustri Esclusi, di cui alla premessa del primo post):

10. Underground (id., 1995) di Emir Kusturica

Impossibile non inserire in classifica questo geniale circo jugo-nostalgico, che ho avuto la gioia di rivedere dopo tanti anni grazie all’inserimento in catalogo. Di questo titolo ne avevamo già parlato con il nostro Special sulle migliori Palme d’Oro al Festival di Cannes.

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9. Prisoners (id., 2013) di Denis Villeneuve

Un thriller quasi perfetto con una mirabile sceneggiatura, condotto da Denis Villeneuve con intrigante personalità registica, montaggio intelligente, storia sempre interessante e avvincente fino all’ultimo. Plot di questo genere così soffrono quasi sempre del dilemma dell’imbuto, ovvero il vortice trascinante di mistero e suspense spesso viene tradito nel restringimento finale, conducendo l’indagine a soluzioni che spesso non soddisfano lo spettatore; ebbene, in questo caso il finale – che non sarà sorprendente, ok – non rovina un grammo della bellezza di questo film. Ottime le interpretazioni, dove primeggiano ovviamente l’irascibile Hugh Jackman e il detective Gyllenhaal con i suoi tic oculari. Un plauso particolare anche alla fotografia del veterano Roger Deakins (le inquadrature finali della corsa in auto all’ospedale sotto la pioggia sono fantastiche), qui alla sua ennesima nomination senza aver ancora vinto un Oscar.

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8. Il Profeta (Un prophète, 2009) di Jacques Audiard

Eccezionale. Una storia dura di carcere, corruzione e ineluttabilità dell’azione criminosa raccontata con splendida rarefazione da Audiard, sublimata dall’interpretazione di Tahar Rahim. Il giovane arabo Malik viene cooptato dalla mafia corsa capeggiata da César Luciani (un magnifico Niels Arestrup, colto in un florilegio di primi piani pensosi, dove campeggiano i solchi rugosi e il bianco ingiallito della sua chioma arruffata); dal primo omicidio commissionato nascerà la storia di formazione malavitosa del giovane, attraverso varie relazioni con i gruppi etnici presenti dentro e fuori dalla prigione. Oltre al ritmo serrato, Audiard ci regala la dimensione onirica delle visioni del protagonista, con un equilibrio e una armonia tali da non tradire in minima parte il crudo realismo della pellicola. Alcune sequenze restano scolpite dentro, come la prima uscita in permesso dalla detenzione, una mattina ancora buia al primo canto degli uccelli, una boccata d’aria fresca che riesce perfino a riempire i polmoni dello spettatore.

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7. I figli degli uomini (Children of men, 2006) di Alfonso Cuarón

Capolavoro che si ascrive al filone post-apocalittico, grandioso sotto tutti i punti di vista tecnici; la fotografia umida e fredda di Lubezki, la colonna sonora, l’ambientazione desolante, il cast dove secondo me emergono Clive Owen, Michael Caine e Pam Ferris, e non ultima la regia di Cuaròn che nelle scene più dinamiche fornisce esercizi magistrali d’inquadratura (si veda l’assalto finale al palazzo fatiscente, con stille di sangue sfocate sullo schermo). Ma è anche la storia in sè ad avere qualcosa di premonitore – una Gran Bretagna chiusa mentre il mondo muore, una Brexit degeneration – e in qualche modo terapeutico; lo sguardo dei militari al passaggio della bambina è qualcosa che rimane impresso. Memorabile la scena in cui in una fuga concitata la piccola passa nelle mani della zingara Marika, la quale per un attimo scompare fuoricampo e allo spettatore – come alla madre in ansia – scatta immediatamente il pregiudizio sugli “zingari che rubano i bambini”. E invece la zingara è uno dei personaggi più eroici e positivi del film, e finalmente, e vivaddio! alla faccia di quell’ insopportabile antigitanismo che insozza ancora la nostra società. Bravo Cuaròn!

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6. L’amore bugiardo – Gone Girl (Gone Girl, 2014) di David Fincher

Lo ammetto, non sono tra i più grandi estimatori di Fincher, sebbene ovviamente non mi sognerei mai di negarne la bravura, ma mi sembra che questo Gone Girl sia davvero il suo capolavoro. Ha spremuto da Affleck e la Pike quanto di meglio non si poteva. Perfetta e gelida Rosamund Pike; mi piace constatare che alla produzione ci sia Reese Whiterspoon, un’altra grande “bellezza mostruosa”, nel senso che trasmette qualcosa di diabolico. Una tra le rappresentazioni più ciniche e cattive del matrimonio in crisi, un soggetto quadratissimo reso alla perfezione.

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5. Assassini nati – Natural Born Killers (Natural Born Killers, 1994) di Oliver Stone

Altro tassello della serie “recuperi eccellenti”, quei film che per un motivo o per l’altro (se non per caso) non avevo ancora mai visto. Mamma mia quanta roba, questo Natural Born Killers! Resto basito dal fatto che agli Oscar non se lo sono filato manco di striscio, leggo che a Venezia lasciò la platea (comprensibilmente) di sasso. Oliver Stone è un regista generalmente poco considerato, autore del controverso U.S.A. – La Storia mai raccontata oltre che di una lunga sequela di cult dal profilo sempre aguzzo, una filmografia mai ruffiana.
Qui gli elementi per decretare il rango di Capolavoro sono tantissimi; direi soprattutto e innanzitutto il mirabolante montaggio, contrassegnato da uno scorrere impazzito dei formati più diversi, un intricato luna park di orrore, follia e colore, quasi una violenta riedizione “al peyote” del montaggio delle attrazioni ejzensteiniano. Poi c’è una colonna sonora indovinatissima – dalla voce profonda di Cohen alle schitarrate dei RATM passando per gli archi di Musorgskij – la fotografia allucinata di Robert Richardson (uno dei tanti punti in comune con Tarantino, che peraltro è autore del soggetto) e ovviamente le grandiose interpretazioni. Woody Harrelson è pazzesco, Juliette Lewis è una indimenticabile, schizofrenica bloody girl, eccezionali anche Tom Sizemore nei panni del sick detective, Robert Downey jr. in quelli del giornalista fuori di testa (questa sua prova mi fa cambiare idea sulle sue capacità, semplicemente ora è annacquato dal divismo cinecomic, ma è stato anche un grande attore) e soprattutto l’immenso Tommy Lee Jones, caricaturale direttore del carcere, irresistibile mix tra una maschera da cartoon giappo e una sorta di Jim Carrey indemoniato.
Certi film sono nati per scioccare e fanno ovviamente i conti con la censura. I ragazzi intervistati fuori dal carcere (tra le tante cose, questo film inserisce anche il mockumentary) inneggiano ai criminali; un cartello dice: Murder me, Mickey!, rivelando tutta l’assurda atavica fascinazione dell’orrore e della violenza oltre che l’apatico senso di autodistruzione e odio sociale che genera, mitizzandoli, i peggiori mostri. Cinematograficamente possiamo anche aggiungere che una giostra dell’orrore, quando è fatta bene, val bene un giro.

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4. Pallottole su Broadway (Bullets over Broadway, 1994) di Woody Allen

Uno dei pochi classici di Woody Allen che ancora mi mancava di vedere, strepitoso a dir poco. Come li scrive lui i film, nessuno mai; questo è un delizioso racconto meta-cinematografico ambientato negli anni venti, in cui lo svolgersi della trama procede di pari passo con la rielaborazione di un soggetto teatrale. Quando pensi di poter anticipare una scena ma vieni sempre smentito, quando la storia non è mai prevedibile ma è un equilibrio perfetto di invenzioni geniali e risvolti naturali, ecco che siamo di fronte a un capolavoro di sceneggiatura.
Perfino attori mediocri come John Cusack diventano convincenti sotto l’influsso magico di Allen; Rachel Weisz divina (giustamente premiata agli Oscar), bravo Palminteri ma il mio preferito qui è il grande Jim Broadbent nei panni di un attore bulimico.

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3. Lo squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg

Ebbene sì c’è anche lui. Nonostante lo abbia visto in TV almeno una decina di volte, vederlo presente a catalogo mi ha spinto a riguardarlo ancora. Che meraviglia, questo film che a ragione è considerato il principe dei blockbuster non ha perso un briciolo di smalto. E ne avevamo già parlato qui, nello Speciale Vacanze.

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2. American gangster (id., 2007) di Ridley Scott

Una gangster story serrata e avvincente, con un cast sontuoso, che ci immerge negli ambienti malavitosi degli anni settanta con un taglio parzialmente scorsesiano. Alla faccia di chi lo dava morto dopo i colpi magici di Blade Runner e Alien, Ridley Scott nel 2007 tira su la testa montando i pezzi di una classica, perfetta pulp machine dove il marcio si estende al di là del mondo del crimine. Denzel Washington è grandioso e crudele nonostante la dolcezza dei tratti, Russel Crowe e Josh Brolin sono efficacissimi, ma è tutto il cast a danzare al ritmo giusto. Parte strepitosa per John Ortiz, quasi un caratterista del poliziottesco all’italiana. Colonna sonora black soul e funky ovviamente da capogiro.

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  1. Brazil (id., 1985) di Terry Gilliam

Che meraviglia. Questo è sicuramente il pezzo forte del catalogo Netflix. E questa è la fantascienza che amo, stile Blade Runner, una fantasia di colori e luci al neon, marchingegni futuribili assurdi, rimandi al vecchio cinema noir. In questo sontuoso ed eccentrico Brazil, Gilliam incastona un bel plot tra indagine e delirio dentro un mondo distopico orwelliano, con una malsana atmosfera da incubo e personaggi grotteschi. Il finale spinge notevolmente sul senso angoscioso di caduta vertiginosa nell’incubo, ammiccando all’horror pur senza perdere mai quell’inconfondibile e salace humour nero. Un samba allucinante davvero imperdibile in cui spicca la prova di Jonathan Pryce, con la sua bianca faccia da impiegatuccio, la piccola parte dell’inossidabile De Niro qui nei panni di una specie di Mario Bros, ma soprattutto la regia minuziosa e strabordante di inventiva del più popolare tra i Monty Python.

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Per le posizioni precedenti:
Top 30 film sul catalogo Netflix —–> dalla 30 alla 21
Top 30 film sul catalogo Netflix —–> dalla 20 alla 11

2 pensieri riguardo “Due anni di Netflix: 30 film che valgono il prezzo dell’abbonamento (la Top Ten)

  1. Per me non esiste competizione “Brazil” vince su tutti, giusto “Lo Squalo” può tallonarlo. Non so se il film di Terry è il mio preferito, perché per chi guarda tanti film è difficile individuarne solamente uno, ma ecco “Brazil” insieme a “La Cosa” di Carpenter è quello che potrebbe ambire al titolo 😉 Cheers

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