Speciale Russia: perché lo facciamo e con quale film iniziamo (indovinate un po’)

russia 3Esattamente cento anni fa, il 7 novembre del 1917, le forze bolsceviche, sotto la guida di Lenin e Trotsky, prendevano il controllo di Pietrogrado, coronando con successo un’insurrezione iniziata soltanto un giorno prima. Il calendario giuliano, ancora in uso nella Russia degli Zar, datava 25 ottobre ed ecco perché quell’avvenimento è passato alla storia come Rivoluzione d’ottobre, di cui, in questi due giorni, ricorre il centenario. Ma non solo questo, ovviamente, ci ha portato a dedicare uno Speciale alla più estesa Nazione della Terra. L’anno prossimo, infatti, la Russia tornerà ad essere protagonista in qualità di organizzatrice dei mondiali di calcio. A febbraio, inoltre, ricorreranno i 75 anni dalla vittoria sovietica nella battaglia di Stalingrado, da molti considerata uno dei nodi cruciali della seconda guerra mondiale, forse l’evento bellico che più di ogni altro nella storia del Novecento ha portato il mondo ad essere come oggi lo conosciamo. Tra gennaio e febbraio 2018, inoltre, ricorreranno due anniversari legati ad uno dei principali registi russi del secolo scorso, Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (i 120 anni dalla nascita il 22 gennaio e i 70 anni dalla morte l’11 febbraio, essendo egli morto pochi giorni dopo il suo cinquantesimo compleanno).

Ma il nostro è in fin dei conti soltanto un pretesto per avventurarci nei meandri del cinema russo, non di certo al centro della scena mondiale, ma che è stato capace di regalare alcuni autori e pellicole fondamentali nella storia della settima arte. Un interesse che di certo non è soltanto nostro, come dimostra il Festival del cinema russo organizzato nei mesi scorsi a Milano e Torino. E proprio di tale Festival – ed in particolare di quello meneghino – vi parleremo in uno dei prossimi post dello Speciale, che avranno una cadenza molto diluita: uno al mese da qui a giugno, quando, per l’appunto, inizieranno i mondiali di calcio di Russia 2018. Nulla che vi faccia iniziare a pensare di cancellare l’iscrizione al blog, insomma.

Il primo post, ovviamente, non poteva che essere dedicato ad un film sulla Rivoluzione d’ottobre. Un evento immortalato in decine di pellicole, non soltanto da cineasti russi, ma anche britannici e americani (si pensi a Il dottor Zivago di David Lean e a Reds di Warren Beatty). La natura di questo Speciale, tuttavia, non può che portarci ad analizzare un film sovietico, in particolare quello che è sicuramente il più importante e conosciuto lungometraggio sull’avvenimento.

***

ottobre 1Ottobre, conosciuto in Italia con il sottotitolo I dieci giorni che sconvolsero il mondo, fu commissionato dal governo sovietico per celebrare il decennale dei fatti di Leningrado (ai tempi nota come Pietrogrado e che dal 1991 tornerà a chiamarsi San Pietroburgo). La regia fu affidata a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e a Grigorij Vasil’evič Aleksandrov, che era stato assistente del primo ne La corazzata Potëmkin, il film che due anni prima aveva in analogo modo commemorato il ventennale della Rivoluzione del 1905. Ottobre è dunque un’opera girata “a quattro mani” anche se viene generalmente accreditata al solo Ėjzenštejn. Non soltanto, ovviamente, perché egli era più famoso e navigato del suo ex assistente, bensì per il fatto che il grande regista nato a Riga profuse concretamente nella pellicola le sue geniali idee sul montaggio e tutta l’esperienza maturata nella direzione delle sue due precedenti opere, il già citato La corazzata Potëmkin e il suo film d’esordio Sciopero!.

Ottobre inizia narrando i fatti del febbraio del 1917 (secondo il calendario giuliano ancora in uso nell’impero zarista – marzo secondo il calendario gregoriano): la deposizione dello zar Nicola II è rappresentata metaforicamente dalla distruzione della sua statua, di cui vengono proposti insistentemente alcuni dettagli, soffermandosi sugli elementi del potere e sulle parti anatomiche che verranno fatti a pezzi dalla furia popolare.

Oltre che un grande regista, Ėjzenštejn fu, come detto, un grande teorico del montaggio, e lo si nota fin dai primi minuti della pellicola: dalla citata scena della statua, alla successiva sequenza di massa in cui vengono sollevati falci e fucili per inneggiare alla vittoria. È un montaggio frenetico, che a volte alterna singoli fotogrammi in maniera quasi subliminale ma sempre con finalità diegetiche, mai puramente estetiche. In alcuni casi il montaggio è proposto con alcuni scatti che anticipano di quasi quarant’anni l’eclettismo registico di Godard.

ottobre 3

Il taglio dell’opera, che si rivela fin dal suo inizio, è fortemente documentaristico. Una connotazione accentuata, nella versione italiana, dall’utilizzo di una voce narrante invero abbastanza invadente, che sostituisce i cartelli della versione originale e copre a tratti le belle musiche di Dmitrij Šostakovič.

La genialità di Ėjzenštejn nell’utilizzo a fini narrativi del montaggio si evince fin dalla suggestiva scena iniziale in cui, dopo il tramonto dell’illusione circa il fatto che la rivoluzione di febbraio avrebbe portato alla fine della guerra, i soldati tornano a combattere nelle trincee. L’oppressione della guerra nei confronti di un popolo allo stremo viene resa con il montaggio parallelo tra un carro armato che viene prodotto nelle fabbriche di armi, e che sta per essere sganciato a terra da una gru, e un soldato che si rintana nella trincea mentre è in corso un bombardamento nemico. Ėjzenštejn ricrea così l’effetto fittizio di uno schiacciamento del soldato – che guarda preoccupato verso l’alto – da parte del carro armato che viene lentamente accompagnato verso il basso dalla gru, ma che si trova chiaramente da tutt’altra parte.

L’attesa per l’apparizione sullo schermo di Lenin è curiosamente proposta in modo analogo a quella della comparsa dei grandi divi del cinema classico hollywoodiano, in una delle tante efficaci scene collettive.

ottobre 2

Dal ritorno di Lenin in Russia (aprile) ai primi tentativi di una rivoluzione bolscevica contro il governo provvisorio passano circa tre mesi: le giornate di luglio sono ricostruite ancora una volta con l’ausilio di un montaggio frenetico, ai limiti del subliminale, soprattutto quando Ėjzenštejn alterna singoli fotogrammi che ritraggono il cannone e l’artificiere che lo attiva, per restituire l’effetto degli spari.

La sequenza della fallita rivoluzione di luglio sta ad Ottobre come la sequenza della scalinata di Odessa sta a La corazzata Potëmkin: quando viene dato l’ordine di sollevare i ponti sulla Neva, i corpi dei caduti, trascinati dai bracci dei ponti che si aprono, danno vita ad una scena suggestiva e drammatica, tra le più celebri della pellicola. L’inquadratura del cadavere di una donna i cui capelli vengono sollevati da uno dei bracci del ponte mobile è un colpo di genio equivalente a quello della carrozzina nel capolavoro del ‘25, così come lo è la drammatica ed inquietante scena che ritrae la carcassa di un cavallo che resta come impiccato ad uno di tali bracci. Immagini crude ma che danno l’idea della padronanza di Ėjzenštejn nel raffigurare gli oggetti in movimento, dando loro una funzione narrativa.

La Pravda gettata nella Neva è il simbolo visivo (e conclusivo) della sconfitta dei bolscevichi nei moti di luglio.

Il ritorno delle ambientazioni all’interno dei palazzi del potere dà occasione ad Ėjzenštejn di mettere in pratica, ancora una volta dopo Sciopero!, la sua teoria del montaggio delle attrazioni, in cui si combinano immagini apparentemente scollegate tra loro per dare un significato all’azione, per descrivere un atteggiamento di uno dei protagonisti, o ancora semplicemente per suscitare un’emozione nello spettatore.

ottobre 6In questo caso è l’alternanza tra le immagini di Kerenskij e quelle di un pavone, di Napoleone (a cui viene accostato per alcune sue attitudini), nonché di alcune immagini sacre delle principali religioni mondiali, ad annunciare quella che è a tutti gli effetti la restaurazione di un potere pressoché assoluto (“DICTATOR” sentenzia senza mezzi termini, a caratteri maiuscoli, il cartello della versione inglese). Una restaurazione simboleggiata visivamente dalla statua di Nicola II che si ricompone, utilizzando il banale espediente del riavvolgimento della pellicola (che già usavano i Lumière).

In questo gioco di poteri, gli uomini non sono altro che soldatini le cui immagini si alternano a quelle di fragili bicchieri di cristallo.

Dopo il fallito tentativo contro-rivoluzionario di Kornilov, che cercava di rovesciare Kerenskij, si giunge ai fatidici giorni di ottobre.

Chi ha visitato o conosce San Pietroburgo sa bene quanto per essa siano importanti la Neva e i suoi ponti, che dividono i quartieri popolari da quelli del potere. Ecco perché a fronte della nuova minaccia armata bolscevica viene nuovamente dato ordine di sollevare i ponti.

Ma questa volta, come del resto emblematicamente accade ne La corazzata Potëmkin, la minaccia all’ordine costituito giunge dall’acqua, con l’incrociatore Aurora che staziona provocatoriamente nelle adiacenze dei palazzi del potere.

Kerenskij scappa utilizzando un’auto dell’ambasciata americana e qui l’immagine assume funzione di propaganda anti-capitalista, con la bandiera a stelle e strisce ripresa continuamente, sempre in bella mostra, associandola all’oppressore in fuga.

Non manca qualche scena ardita per l’epoca, quando viene presentato il battaglione femminile con alcune soldatesse che si spogliano disinibite, rimanendo con indosso delle camicette che per quei tempi erano già qualcosa di inopportuno.

La lunga parte dedicata alla rivolta d’ottobre dà occasione ai due registi di proporre scene collettive magistrali, in cui agli attori (ovviamente non protagonisti) e alle comparse – selezionati tra gli stessi cittadini di Leningrado che avevano preso parte a quegli eventi dieci anni prima – venne chiesto semplicemente di replicare quanto avevano fatto durante gli avvenimenti dell’ottobre 1917.

ottobre 5

Ma le scene collettive sono anche quelle del congresso in cui si fronteggiano bolscevichi e menscevichi e dove questi ultimi vengono irrisi, ancora una volta, con lo strumento del montaggio, che alterna i loro discorsi a immagini di suonatori (d’arpa o di altri strumenti). Anche in questo caso la scelta della voce narrante della versione italiana rovina un po’ l’effetto voluto da Ėjzenštejn, con la banale spiegazione di qualcosa che le immagini illustravano in modo ben comprensibile, quanto meno allo spettatore di oggi. Perché lo spettatore medio di quell’epoca – il contadino russo che aveva abbracciato gli ideali della rivoluzione – era invece poco acculturato, e difatti queste scelte generarono non poche polemiche, con l’accusa di estetismo e sperimentalismo che venne mossa a Ėjzenštejn e che di lì a qualche anno portò al suo ostracismo, soprattutto dopo che la lotta per la successione di Lenin si chiuderà con la vittoria del georgiano Iosif Stalin, uno che, come noto, non vedeva di buon occhio gli intellettuali. Non per nulla Ėjzenštejn fu costretto a rimuovere da Ottobre tutti i riferimenti a Trotsky, l’avversario di Stalin sconfitto nella lotta per il potere.

Nell’arrembante finale in cui i bolscevichi prendono possesso del Palazzo d’inverno, si assiste ad alcune scelte suggestive come quella di mostrare l’effetto dei cannoneggiamenti tramite la vibrazione dei ricchi lampadari di cristallo del palazzo.

Una voce fuori campo sempre più spavalda nel finale (ma che del resto replica lo spirito delle didascalie originali) accompagna la conclusione delle frenetiche scene dell’assalto al palazzo: la rivoluzione bolscevica è compiuta.

___

Октябрь (1928, Unione Sovietica, 102 min)

Regia e Sceneggiatura: Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, Grigorij Vasil’evič Aleksandrov

Fotografia: Eduard Tisse

Musiche: Dmitrij Šostakovič

Interpreti principali: Vasilij Nikandrov (Lenin), Nikolaj Popov (Kerenskij)

19 pensieri riguardo “Speciale Russia: perché lo facciamo e con quale film iniziamo (indovinate un po’)

    1. Ma il poster (fan art) di Di Caprio / Lenin l’avete visto? Se davvero Spielberg farà il film, ne verrà fuori una bella cosa

  1. Non si sente ma sto applaudendo da parecchio, e cominciano a farmi male le mani! ^_^
    Adoro il cinema sovietico e quello russo, quindi seguirò molto attentamente questo nuovo ciclo. E anzi mi mordo le mani perché vorrei fare qualcosa anch’io ma non ho organizzato nulla… Però grazie per avermi ricordato di Stalingrado: a febbraio dovrò organizzare un fuoco di fila e rispolverare la rubrica “La Storia e la Finzione” 😉
    Sono figlio di genitori non comunisti così, comunisti COSÌ (per citare Mario Brega) e da bambino – primissimi anni ’80 – mi portavano all’Associazione Italia-URSS, nel centro di Roma, dove proiettavano i film di Eisenstein e di altri grandi maestri: rigorosamente in lingua originale! (SI tenevano corsi di lingua russa quindi immagino che i film fossero anche dei “compiti”.) Immagina un bambino di meno di 10 anni che vede “Ivan il Terribile” su grande schermo coi sottotitoli: la noia era potente ma i semi sono entrati in profondità. Sono cresciuto con la visione titanica di Eisenstein, con il suo cielo più grande della terra, con i suoi volti taglienti e gli occhi che dicono tutto: che sia di propaganda o meno, il cinema sovietico ha una potenza senza limiti e una visione filmica che ti rimane addosso e non va più via.
    Ah, e a dieci anni ero convinto che Lenin fosse anche un attore, visto che era in tutti i film che mi toccava vedere 😀
    Rimango in attesa delle altre chicche del ciclo.

      1. Ti ringrazio e vedo sempre i tuoi “like” ^_^
        Negli Ottanta era molto comune, malgrado la parola “comunista” fosse un’offesa e non si potesse dire a cuor leggero. A casa arrivavano riviste come “Realtà sovietica” e cose del genere, che onestamente non so se poi i miei leggessero sul serio 😛

      2. Nel 1900 era un vanto essere comunisti, proprio perchè erano l’unica realtà (seppur imperfetta) diversa dalle altre. Vengo da famiglie di rivoluzioari/partigiani. La Storia mi è stata raccontata bene e soprattutto da persone che hanno partecipato in prima persona a certi eventi. Le barricate sono sempre due: giusti e non giusti (popolo e potere).
        Era un rischio essere comunisti da una parte ma dall’altra, facevi parte di un cambiamento che ha fatto cagare sotto il potere più di qualsivoglia critica 😀

      3. Di fatto la storia dell’intero pianeta nel Novecento è stata dettata dalla paura del comunismo: hanno portato il mondo sull’orlo del baratro perché temevano che finisse sull’orlo del baratro. Forse il “potere” è molto meno forte di quanto voglia mostrarsi 😀

      4. Essendoci stata la reazione nazi-fascista (assieme a quella mafiosa e massonica, nonchè democristiana poi), dimostra che il potere è debole ma è proprio la paura che lo rende terribile. Quanti operai so morti per certe lotte? Gli stessi operai che oggi vengono derisi e sono gli stessi tizi che ci hanno dato le conquiste che oggi ci hanno tolto con la “Democrazia” 😀
        Per questo che dirò sempre W Lenin o w altri grandi di quello che si chiama Secolo Breve 😀

      5. Sì, questa è l’esperienza italiana, ma è stata solo una piccola parte di un processo enorme, che ha coinvolto l’intero globo in forme anche insospettate. Se la civiltà umana sopravvivrà (ed è un gran “se”) fra mille anni gli storici si spaccheranno la testa a capire la mole ingente di danni compiuti nel pianeta per paura del comunismo.

      6. Il cambiamento fa paura, di certo ci sono stati errori ed imprecisioni pure nei comunisti (siamo comunque persone, non semi-dei o dei) ma quando dai ambizioni giuste, si vede subito chi si caga sotto e chi invece vuole fare un qualcosa di equo per tutti. 😀
        I meriti sono stati tanti ma se non ci si riprende in fretta, difficilmente potranno essere apprezzati per bene.
        😀

      7. devo dire che il mio è un interesse più che altro storico e cinematografico, però fa piacere sapere che a novant’anni di distanza Ejzenstejn è capace di sollevare ancora un dibattito politico 😀

    1. eh eh, erano troppi gli avvenimenti che coinvolgevano la “madre Russia” per non pensare a qualcosa…
      su Stalingrado ci mettiamo poi d’accordo, tanto quello lo farò poi io a inizio febbraio 😉
      per il resto mi ha interessato leggere i tuoi aneddoti d’infanzia… è un mondo che ormai non esiste più, ma immagino che non pochi ragazzini della tua generazione (che poi hai solo una decina d’anni più di me, se non sbaglio) abbiano avuto un’infanzia segnata da questi eventi… forse non proprio l’Associazione Italia-URSS ( 😀 😀 ) ma immagino quanto meno all’insegna delle feste dell’Unità…
      io sono nato nell’anno della morte di Berlinguer e nell’89 della caduta del muro di Berlino avevo cinque anni… quindi un mondo già completamente cambiato…
      però certo che crescere a pane ed Ejzenstejn non dev’essere stato male, ti invidio un po’ per questo… 😉

      1. Da bambino ricordo che andammo ad una delle Feste dell’Unità di un tempo, quelle che tanti nostalgici rimpiangono: la noia era totale e per fortuna è stata un’esperienza isolata! Tutti i miei coetanei parlando di queste feste ricordano quanto hanno mangiato, tanto per farti capire la potenza delle idee e del coinvolgimento intellettuale: noi i soldi per comprare panini e salsicce non li avevamo, né in fondo eravamo lì per quello. Ricordo che i miei provarono a seguire qualche dibattito, ma temo siano rimasti delusi. I soldi per questi strani eventi mondani i miei preferivano spenderli in libri, e quando vedo i genitori di oggi… mi sento di apprezzare la loro scelta ^_^

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