Confronti: Philip Marlowe secondo Hawks e Altman (Il grande sonno vs. Il lungo addio)

marlowe 1Il personaggio di Philip Marlowe fu creato dallo scrittore americano Raymond Chandler sul finire degli anni Trenta. Il primo romanzo che vede protagonista il celebre detective privato è Il grande sonno, del 1939, cui seguiranno altri otto tra romanzi e racconti, che andranno a perfezionare quel sotto-genere del poliziesco chiamato hard-boiled, creato negli anni Venti da Dashiell Hammett. Un genere letterario in cui l’attenzione narrativa si spostava dalle indagini compiute mediante l’analisi deduttiva del luogo del crimine, alla costruzione di un protagonista dalle tinte fosche, un detective che compiva la sua missione finendo spesso invischiato in oscure trame in corso di svolgimento. Tale è il personaggio di Philip Marlowe, i cui libri sono stati oggetto di una decina di trasposizioni cinematografiche, alcune delle quali sono diventate dei capisaldi del genere noir

marlowe 2Sicuramente tale è Il grande sonno, tratto, per l’appunto, dal primo libro con protagonista Marlowe. The Big Sleep non fu tuttavia il primo film incentrato sulle gesta del celebre detective privato. Vi erano state infatti in precedenza due pellicole tratte da soggetti di Chandler, ma nelle quali era stato sostituito il nome del protagonista (Time to Kill e The Falcon Takes Over), e una (L’ombra del passato, del 1944) che invece utilizzava il nome di Marlowe, costituendo dunque la prima apparizione del personaggio in un’opera cinematografica. Il regista e l’interprete principale di quest’ultimo lungometraggio non erano certo due sconosciuti (rispettivamente, Edward Dmytryk e Dick Powell), ma il passaggio ad un’accoppiata di prim’ordine come Howard Hawks e Humphrey Bogart (peraltro accompagnato dalla giovane neo-sposa Lauren Bacall, di venticinque anni più giovane) costituiva sicuramente un balzo in avanti per consegnare all’immortalità il detective chandleriano.

The Big Sleep è innanzitutto un film molto complesso, nel senso che ha una trama estremamente intricata e aggrovigliata, principalmente a causa di due aspetti: la velocità con cui si svolge l’azione e la fitta schiera di personaggi secondari che interagiscono nelle trame, alcuni dei quali soltanto nominati. Un qualcosa di anomalo per il cinema classico hollywoodiano, che puntava a non far spremere troppo le meningi allo spettatore, fornendogli una trama possibilmente lineare o comunque ben comprensibile. E invece si tratta di un film che ancor oggi – un’era in cui siamo abituati a certe sceneggiature dai ritmi indiavolati o dalle costruzioni astruse – può risultare difficile da seguire. C’è da dire che l’opera è tratta da un libro già di suo molto intricato, con l’azione che non si ferma per un istante, come del resto richiedeva la letteratura hard-boiled. Si narra che gli sceneggiatori, su pressante richiesta di Bogart, che anch’egli non ci stava capendo niente, andarono da Chandler a chiedergli un chiarimento sulla storia originale (in particolare se uno dei personaggi si fosse suicidato o fosse stato assassinato), ricevendo in risposta un laconico “non lo so”.

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Ad ogni modo, se il libro è in effetti intricato, ma in fin dei conti comprensibile (eccettuati alcuni passaggi, come quello di cui sopra), il film di Hawks ha invece una struttura davvero molto complessa, che si fatica a seguire se non si è per l’appunto letto il libro o se non lo si guarda almeno una seconda volta. Del resto condensare in due ore scarse di pellicola le oltre duecento pagine (fitte fitte) del romanzo di Chandler era un’impresa non semplice anche per colui che di lì a qualche anno avrebbe ricevuto il premio Nobel per la letteratura, William Faulkner, che insieme a Leigh Brackett e Jules Furthman scrive la sceneggiatura affidata alla regia di Hawks. Una sceneggiatura che non riporta grossi rimaneggiamenti rispetto all’originale, se non nel finale, ma che per non tagliare troppo finisce per difettare di semplicità.

Alcune delle battute che sono state attribuite alle argute penne di Faulkner e Leigh Brackett sono in realtà già presenti nel romanzo e sono state soltanto affinate in fase di sceneggiatura (come, tra le tante memorabili, quella che Marlowe rivolge a Joe Brody: “in giro non si fa che vedere un sacco di pistole, e niente cervelli”, che in Chandler suonava “è pazzesco quante armi da fuoco circolino in questa città e come siano latitanti le persone intelligenti”). Altre battute sono state adattate giocoforza per le caratteristiche fisiche dell’interprete principale (Bogart non era proprio uno stangone e il dialogo iniziale tra Marlowe e Carmen Sternwood “– Siete alto, eh? – Non lo faccio apposta.” viene di conseguenza modificato in “– Non è molto alto lei, eh? – Beh, io ho fatto del mio meglio.”). In certi casi il tocco degli sceneggiatori invece si sente eccome (la frase che Marlowe rivolge al Generale, parlando della figlia Carmen, “voleva farsi prendere in braccio” diventa “voleva sedersi sulle mie ginocchia mentre ero in piedi”).

Ma al di là dei dialoghi, la sceneggiatura stravolge il soggetto chandleriano soprattutto (e non poteva essere altrimenti) dando maggior spazio e peso al personaggio di Vivian, per incrementare i momenti che vedevano presenti sulla scena i due divi, marito e moglie, su cui c’era grande attesa da parte del pubblico, cavalcata ovviamente dalla Warner Bros. (“The picture they were born for!” scrissero nelle locandine). La produzione arrivò addirittura a chiedere a Hawks di girare alcune sequenze aggiuntive che mostrassero una Bacall più audace e disinibita nei confronti di Bogie.

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La storia, tanto per rimarcarlo un’altra volta, è intricatissima e narra delle indagini che il Generale Sternwood chiede di compiere al detective su un presunto ricatto nei confronti della più giovane delle sue figlie, Carmen, per presunti debiti di gioco. Verrà fuori che dietro al ricatto c’è una decisamente più articolata vicenda di ninfomania, commercio di materiale pornografico e foto osé, argomenti che in verità nel film vengono edulcorati per non incorrere nelle ganasce censorie del Codice Hays (anche se quei doppi sensi nell’audace dialogo sui cavalli passarono eccome: “– Sa, i cavalli bisogna vederli al lavoro sul terreno. Certo Lei ha classe, però non so se resiste alla distanza… – Molto dipende da chi ho in sella.”).

The Big Sleep è diventato col tempo un classico del noir, nonché uno dei più celebri lungometraggi di Hawks, girato in uno dei suoi periodi migliori (è preceduto da Acque del Sud, il film in cui si conobbero Bogart e la Bacall, e seguito da Il fiume rosso, primo, memorabile western del regista). La regia di Hawks è lineare e pulita, con quello stile che non si fa notare più di tanto, tipico dell’età classica e del regista dell’Indiana in particolare. Il bianco e nero di Sid Hickox è un saggio di quello che doveva essere la fotografia di un film noir della Golden Age. E per non farsi mancare niente, l’accompagnamento musicale fu affidato ad un certo Max Steiner, reduce da tre Oscar e dall’immortalità acquistata con la partitura di Via col vento (che l’Oscar non l’aveva vinto, ma che resterà uno dei suoi lavori più celebri).

Ma Il grande sonno è ovviamente, a tutti gli effetti, il film di Humphrey Bogart: il suo Marlowe è un personaggio cinico, dalla battuta sempre pronta. L’espressività arcigna, l’atteggiamento da duro, il totale controllo del ruolo, hanno consegnato il detective da lui interpretato all’immortalità cinematografica.

***

marlowe 5Meno di trent’anni dopo, in piena New Hollywood, il personaggio di Philip Marlowe viene riportato sul grande schermo da Robert Altman, uno dei grandi nomi del nuovo corso del cinema americano. Dopo quello di Hawks c’erano stati altri tre film tratti da soggetti di Chandler, ma tutti di secondo piano. Già un anno dopo The Big Sleep uscirono Una donna nel lago, diretto da Robert Montgomery, che interpretò anche il protagonista, e La moneta insanguinata, di John Brahm. Del 1969 è invece L’investigatore Marlowe, di Paul Bogart, che ebbe il merito di riportare l’attenzione su un personaggio che per oltre vent’anni si era perso di vista, almeno sul grande schermo, per poi tornare alla ribalta negli anni Settanta, dove sarà protagonista di ben tre film. Il primo di essi è per l’appunto quello di Altman, del 1973.

Il regista di Kansas City confeziona un noir affascinante, che per certi versi si discosta dalla tradizione dei noir anni Quaranta, ma per altri rimane ad essa fedele. La connotazione da “loser” del protagonista (come ricorda l’amico di Marlowe, Terry Lennox, nel finale) era infatti un tratto già tipico del genere letterario hard-boiled e dei romanzi di Chandler in particolare. Lo stesso scrittore, in tempi non sospetti (in una lettera del 1951), definiva il suo personaggio “un fallito”.

Questa volta, dunque, la tendenza del nuovo cinema americano a rappresentare figure di perdenti c’entra fino ad un certo punto, anche se il Marlowe del film di Altman è un personaggio che per molti versi si discosta dai suoi predecessori e da quello di Bogart in particolare: è innanzitutto innegabilmente più autoironico; il suo cinismo, poi, sembra quasi sfociare in uno spleen, in una rassegnata ennui esistenziale.

Di sicuro Altman ha fatto un ottimo lavoro per costruire la caratterizzazione del personaggio (tutte le scene col gatto, ad esempio, sono impregnate di un’irresistibile ironia malinconica – e il gatto, giusto per precisarlo, non c’è nel romanzo).

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Per il resto, al clima nostalgico ha contribuito non poco la suggestiva fotografia di Vilmos Zsigmond, sporca e volutamente smorta, e la colonna sonora di John Williams, con il tema The Long Goodbye che si prende la scena in vari punti della pellicola (eseguito da cantanti sempre diversi).

La sceneggiatura è opera di Leigh Brackett, ovvero la stessa che, trent’anni prima, aveva collaborato allo script di The Big Sleep, insieme a Faulkner. Questa volta, però, la trama è decisamente meno intricata. Forse è soltanto a tratti eccessivamente frettolosa, con alcuni spunti interessanti liquidati troppo sbrigativamente.

In piena notte, il detective privato Philip Marlowe riceve una visita dal suo vecchio amico Terry, che gli chiede di accompagnarlo al confine con il Messico, a causa di alcuni problemi avuti con la moglie. Qualche ora dopo averlo lasciato a Tijuana, Marlowe viene interrogato da due poliziotti che stavano cercando proprio Terry. Rifiutandosi di collaborare, Marlowe viene portato in centrale, dove scopre che la moglie di Terry è stata assassinata. Il detective si rifiuta tuttavia di credere che possa essere stato il suo amico e continua a non collaborare con la polizia, venendo così trattenuto in arresto. Il rilascio avviene soltanto dopo che giungerà la notizia del suicidio di Terry, che ha lasciato, prima di togliersi la vita, uno scritto in cui confessava di aver ucciso la moglie. Marlowe, tuttavia, continua a non vederci chiaro e si reca in Messico per scoprire gli ultimi movimenti del suo amico.

La sceneggiatura si discosta in vari punti dall’omonimo romanzo di Chandler: ad esempio (ancora una volta) nel finale, che però piacque così tanto ad Altman da inserire una clausola nel suo contratto affinché non venisse modificato dai produttori. Un finale che peraltro mette in scena quello che è il vero tema del film: il tradimento dell’amicizia (e non i tradimenti passionali, come sembrerebbe per tre quarti della pellicola).

Pur essendo un ottimo film, Il lungo addio non ha la statura de Il grande sonno di Howard Hawks, che è del resto uno dei caposaldi del noir.

Così come Elliott Gould non può competere con il Marlowe di Bogart, attore così magistralmente iconico che riesce a far suo qualsiasi personaggio da lui interpretato, rendendo difficile per chiunque cimentarsi in un ruolo da lui ricoperto.

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Eppure Gould se la cava più che dignitosamente, dando una sua impronta al personaggio e, soprattutto, evitando inutili ammiccamenti al grande Humphrey. Fu proprio Altman ad insistere per avere Gould nei panni del protagonista, tanto da porla come condizione per accettare la regia. Gould era in grossissime difficoltà ad Hollywood, dopo un inizio di carriera folgorante: la parte in Bob & Carol & Ted & Alice gli era valsa una nomination all’Oscar – l’unica della sua carriera – come miglior attore non protagonista; i ruoli da protagonista in M*A*S*H, prima volta in cui lavorò con Altman, L’impossibilità di essere normale e Piccoli omicidi avevano dimostrato il suo enorme talento nella recitazione (soprattutto nel secondo). Aveva poi anche lavorato nientemeno che con Ingmar Bergman, ne L’adultera, prima di una sosta forzata di due anni: un ostracismo dai grandi schermi dovuto ad alcuni suoi atteggiamenti sul set di A Glimpse of Tiger, una produzione bloccata sul nascere anche a causa delle intemperanze dello stesso Gould, che venne accusato, tra le altre cose, di avere problemi con le droghe.

From Hero to Zero, in una incredibile parabola discendente. La sua reputazione era talmente compromessa che Gould dovette subire l’umiliazione di un test psicologico prima che i produttori accettassero di affidargli la parte. Ma dopo la convincente interpretazione di Marlowe l’attore tornerà sugli scudi, seppure non raggiungendo più i livelli di inizio anni Settanta.

Tra gli attori non protagonisti, risalta l’interpretazione di Sterling Hayden, nei panni dello scrittore in decadenza Roger Wade, e quella di Henry Gibson, nel ruolo (secondario) del Dr. Verringer. Un giovane Arnold Schwarzenegger compare, non accreditato, nella parte di uno degli scagnozzi del gangster Marty Augustine, mettendo in mostra il suo fisico da culturista in una scena francamente superflua.

Con The Long Goodbye Altman proponeva il suo personale commiato al genere noir e al personaggio chandleriano al grido di “Marlowe is dead”. E la critica gli andò dietro, forse suggestionata dal titolo o dai toni crepuscolari dell’opera, preparandosi a intonare il de profundis del noir, ritenuto un genere “non più accettabile”. Così non sarà, come dimostreranno, già negli anni successivi, film come Chinatown o Bersaglio di notte. E nemmeno il personaggio di Marlowe andrà in soffitta, come profetizzava Altman: due anni più tardi lo ritroveremo in un film diretto da Dick Richards, con protagonista il veterano Robert Mitchum (Marlowe, il poliziotto privato tratto dal libro Farewell, My Lovely). Lo stesso Mitchum riprenderà tali panni per una produzione britannica del ’78 (Marlowe indaga, remake inglese di The Big Sleep).

Di certo Il grande sonno e Il lungo addio sono due pellicole molto diverse, separate, del resto, da quasi tre decenni. Se la prima è espressione della Golden Age di Hollywood (e del noir), la seconda si innesta in quella schiera di film che porteranno all’evoluzione del genere nel cosiddetto neo-noir.

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The Big Sleep (1946, USA, 114 min.)

The Long Goodbye (1973, USA, 112 min.)

4 pensieri riguardo “Confronti: Philip Marlowe secondo Hawks e Altman (Il grande sonno vs. Il lungo addio)

  1. Leggo i nomi di Bogart e Altman nello stesso post e non posso che liquefarmi sulla scrivania.
    De Il lungo addio è interessante anche l’uso del main theme, riproposto in varie versioni; credo che una sequenza come quella alla casa sulla spiaggia dello scrittore matto (magnifico Hayden!) possa tranquillamente rientrare nell’antologia del Cinema Assoluto!

    1. eh sì, qui ho piazzato una doppietta mica male…
      anche a me ha colpito l’uso della canzone The Long Goodbye eseguita da vary performer…
      la sequenza che citi è peraltro una di quelle che variano dal libro al film, visto che nel romanzo lo scrittore viene assassinato, anziché morire suicida… e ho letto addirittura che c’è chi ritiene che questa discrepanza sia un omaggio al da me citato aneddoto di The Big Sleep sul fatto che chiesero a Chandler se lo chauffeur fosse stato assassinato o se fosse morto suicida… e Chandler rispose “I don’t know!” 😉

  2. Posso solo applaudire, come parlare di due film fantastici nello stesso post, spettacolare! 😉 Dici bene sono film differenti anche nell’approccio ma con un’anima comune, ho una predilezione per il capolavoro di Howard Hawks anche per la presenza di Lauren Bacall, prototipo della donna sexy e tosta che al cinema dovrebbe essere un modello da imitare 😉 Cheers!

    1. ma sì, il confronto ci stava, del resto sono i due migliori film con Marlowe…
      anch’io preferisco quello di Hawks (di poco), ma devo ammettere che la prima volta che lo vidi ero rimasto spiazzato… troppo astruso… ma avendo letto di recente il libro e avendo rivisto il film per scrivere questo pezzo l’ho potuto apprezzare maggiormente…

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