Al cinema: Una questione privata, di Paolo e Vittorio Taviani

una questione privata 1Che nel 2017 si portino sul grande schermo storie sulla Resistenza, senza che vi siano particolari ricorrenze o celebrazioni, è sicuramente una buona notizia, considerata la fugacità dell’italica memoria e il preoccupante rifiorire di movimenti o anche soltanto atteggiamenti apologetici del nazi-fascismo e irrisori o negazionisti verso ciò che è stato il male assoluto del Novecento, l’Olocausto.

Ecco perché il nuovo film dei fratelli Taviani non può che ricevere un plauso a prescindere, quanto meno per la sua funzione sociale e di ripristino della memoria collettiva. Peccato che, come tutti i film di nicchia, sia destinato a passare relativamente inosservato, come dimostrano i modesti incassi e la dicitura (invero largamente presente nelle produzioni made in Italy) che dà notizia dei contributi pubblici ricevuti per il valore storico-culturale dell’opera riconosciuto dalle istituzioni (il che significa, come noto, che senza quei soldi il film non si sarebbe fatto). 

La pellicola si innesta nel filone delle opere tratte da libri sulla Resistenza, ed in particolare da quei romanzi in cui una storia di finzione si colloca in un contesto di vicende realmente vissute dagli autori, quindi sostanzialmente semi-autobiografici. Pellicole come Il partigiano Johnny di Guido Chiesa, tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, o L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo, tratto dal libro omonimo di Renata Viganò.

Anche il film dei Taviani è tratto da un romanzo postumo di Fenoglio, dalla cui analisi non si può prescindere per valutare la pellicola. Un romanzo straordinario nella sua concisione e nella sua semplicità. Quello che Italo Calvino, nella prefazione del 1964 al suo Il sentiero dei nidi di ragno (altra opera sulla lotta partigiana ispirata a vicende biografiche, che tuttavia non ha avuto trasposizioni cinematografiche), definì sostanzialmente come il libro fondamentale sulla Resistenza (in esso, dice Calvino, c’è “la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta”).

Si è detto della funzione sociale e di sostegno alla memoria collettiva che potrà avere questo film: è curioso che in ciò l’opera dei fratelli Taviani ricalchi lo stesso ruolo avuto dai romanzi degli anni Sessanta sulla Resistenza (tra cui proprio quelli di Fenoglio), giunti dopo un decennio (gli anni Cinquanta) che aveva visto un sostanziale abbandono della narrativa partigiana (il cui periodo d’oro si era avuto nell’immediato dopoguerra, dal ‘46 al ‘49). Quella rinascita letteraria degli anni Sessanta fu in parte dovuta proprio alla constatazione del rifiorire di movimenti neofascisti, che tornavano a riproporsi sulla scena politica italiana: in particolare, il casus belli fu l’organizzazione, con l’avallo del governo Tambroni, del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano a Genova, città insignita della medaglia d’oro della Resistenza.

In mezzo alla recente selva di notizie che ci racconta di saluti romani a Marzabotto, di aggressioni neofasciste a Ostia o dell’utilizzo dell’immagine di Anna Frank come strumento di irrisione, ben venga dunque un film che a oltre settant’anni di distanza torni a rinfrescare la labile memoria italica.

La sceneggiatura è opera dei due fratelli (entrambi ormai vicini ai novant’anni di età), quanto basta perché l’opera venga presentata come “Un film di Paolo e Vittorio Taviani”, nonostante la regia sia accreditata al solo Paolo. Una sceneggiatura molto fedele al romanzo, di cui si ripropongono quasi pedissequamente la maggior parte dei dialoghi, modificando per il resto pochi aspetti e tagliando alcune parti con l’obiettivo (che si può dire raggiunto) di mantenere, oltre che lo spirito, il “formato” dell’opera originaria: quello di Fenoglio è un romanzo breve così come quello dei fratelli Taviani è un film breve (84 minuti, una durata inferiore alla canonica soglia dei 90 minuti, che sembra costituire il minimo sindacale delle opere cinematografiche moderne).

La storia è quella del giovane partigiano Milton, che dopo essere passato dalla villa, oramai abbandonata, della sua amica Fulvia, della quale si era innamorato prima di imbracciare le armi nella lotta per la Resistenza, scopre, da alcune rivelazioni che gli fa la custode dell’abitazione, che Fulvia era in realtà legata al suo amico Giorgio, anch’egli attualmente impegnato coi partigiani. Deciso a rintracciare Giorgio per chiedergli la verità sul suo rapporto con Fulvia, Milton viene a sapere che questi è caduto nelle mani dei fascisti. Il giovane partigiano si impegna così in una disperata ricerca di un prigioniero da poter scambiare con il suo amico, mettendo a repentaglio la propria vita.

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L’ideale dell’amicizia sembrerebbe prevalere sul desiderio di risolvere il dubbio che attanaglia il protagonista. Ma la “questione privata” di Milton è in realtà proprio la ricerca della verità su Fulvia, sul fatto che sia stata effettivamente legata all’amico Giorgio, cosa che può confermargli soltanto quest’ultimo, prigioniero dei fascisti. La questione sentimentale (quella che aveva portato Calvino a definire quello di Fenoglio “un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti” paragonato niente meno che all’Orlando furioso) si fonde con gli eventi della Resistenza. La storia di finzione si innesta nella Storia (con la maiuscola). Ed è del resto la particolarità del libro di Fenoglio, che rappresenta un qualcosa di insolito, essendo incentrato su un intreccio sentimentale, un triangolo amoroso, che è in fin dei conti ciò che lo rende genuino.

Nel film questo aspetto emerge forse in maniera ancor più marcata, sia perché le parti del romanzo di Fenoglio tagliate dalla sceneggiatura sono quelle più attinenti alla lotta partigiana, sia perché i due fratelli insistono sulla gelosia di Milton per un amore che si percepisce fortissimo, illustrato in una serie di flash-back proposti in apertura. Ma è soprattutto il finale a dimostrare la scelta dei Taviani di concentrare l’opera sulle vicende sentimentali del protagonista più che sulla sua sorte di membro della Resistenza: ciò si evince dalla decisione di concludere il film qualche riga prima rispetto alla fine del romanzo, con le parole di Milton rivolte immaginariamente a Fulvia dopo la fuga dai fascisti che lo rincorrevano. Del finale tragico del libro di Fenoglio, di quelle ultime drammatiche righe, non v’è traccia.

A suo tempo c’erano stati non pochi dubbi su un romanzo con protagonisti dei partigiani ma che non mettesse in primo piano la Resistenza, bensì una storia sentimentale, che assurge quasi al rango di favola per adulti con ambientazione storica. Eppure, come detto, per il Calvino del ’64 il romanzo definitivo sulla Resistenza è quello che narra di una questione privata, di un intreccio amoroso. Quello che riesce a far rivivere la lotta partigiana nella concatenazione tra passione e storia, attraverso la finzione romanzesca.

Era un po’quello che aveva provato a fare lo stesso Calvino con Il sentiero dei nidi di ragno ma che secondo lo stesso autore riuscirà compiutamente soltanto a Fenoglio.

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Questi continui accenni al romanzo dello scrittore di Alba sono assolutamente necessari per un film che su di esso si fonda fedelmente. Del resto i Taviani non mancano di citare, nel loro lungometraggio, il Cime tempestose di Emily Brontë, romanzo-ossessione di Fenoglio, da cui trasse, in giovanissima età, una riduzione teatrale. Inoltre, la colonna sonora del film è un continuo rimando all’Over the Rainbow di Harold Arlen e E.Y. Harburg, cantata da Fulvia con funzione diegetica o udibile in sottofondo come accompagnamento. Questi due riferimenti dimostrano peraltro la passione di Fenoglio per il cinema americano, nell’ambito di una generica anglofilia che lo contraddistinse e che ribaltò in chiave semi-autobiografica sui personaggi di Milton, prima, e del partigiano Johnny poi. La riduzione teatrale di Cime tempestose fatta da Fenoglio, infatti, era stata ispirata allo scrittore, oltre che dalla passione per il romanzo della Brontë, anche dalla visione di La voce nella tempesta, film di William Wyler del 1939. Quanto a Over the Rainbow, invece, si tratta, come noto, del brano principale de Il mago di Oz di Fleming, anch’esso del ‘39.

Importante nel film – come nel libro – la caratterizzazione di Milton come studente e intellettuale, condizione che lo allontana per certi versi dal partigiano medio, che è nella maggior parte dei casi un proletario, uomo delle campagne o operaio. In ciò Milton si dimostra più vicino all’amico Giorgio che a molti suoi compagni d’arme, in quanto il rivale in amore appartiene all’alta borghesia, ciò che lo porta a venir sbeffeggiato dagli altri partigiani, principalmente a causa delle abitudini che continua a mantenere in tempo di guerra (Giorgio si mette il borotalco e indossa il pigiama prima di andare a dormire in mezzo alla paglia).

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Le Langhe di Una questione privata sono perennemente avvolte dalla nebbia, con una fotografia che, nei pochi momenti di sereno, prova ad evocare i panorami bucolici delle colline che attorniano la città di Alba. Ma il film è in realtà ambientato da tutt’altra parte, essendo ormai le Langhe di Fenoglio letteralmente invase dai vigneti. E per rendere dunque l’idea delle colline albesi del ’44 ci si è dovuti spostare in location situate presso altitudini più elevate. Ma ad un occhio mediamente attento non può non rivelarsi il fatto che quelli inquadrati siano paesaggi di montagna più che collinari.

I fratelli si concedono anche un momento autoriale, nella sequenza in cui il militante fascista un po’ matto intrattiene i partigiani che lo hanno in custodia suonando un’immaginaria batteria da complesso jazz. Un momento di grande recitazione in cui si fondono sonorità diegetiche e – nella successiva scena in cui Milton si allontana dal battaglione che ha in consegna il fascista – musiche extradiegetiche. Un’invenzione dei Taviani, questa, dato che nel romanzo di Fenoglio c’è soltanto un brevissimo accenno, peraltro indiretto, a tale bizzarro personaggio.

L’interpretazione degli attori è buona, ma altalenante: quella di Luca Marinelli, che veste i panni del protagonista, è in particolar modo un crescendo che raggiunge il suo culmine nella seconda parte, in un finale aperto di grande libertà e intensità.

Può infine far discutere la scelta di omettere il dialetto (o quanto meno l’accento) piemontese, anche nelle scene che vedono coinvolti semplici contadini: in un cinema italiano che abusa delle parlate romanesche, sicule e partenopee è una decisione sicuramente opinabile, anche se c’è da dire che lo stesso Fenoglio aveva evitato ogni forma di regionalismo linguistico.

In conclusione, quello dei Taviani è nel complesso un buon film che pur non potendo reggere il confronto con un caposaldo della narrativa sulla Resistenza, ne rappresenta una dignitosa trasposizione che ne conserva appieno lo spirito.

___

Una questione privata (2017, Italia, 84 min)

Regia: Paolo Taviani

Soggetto: Beppe Fenoglio

Sceneggiatura: Paolo e Vittorio Taviani

Fotografia: Simone Zampagni

Musiche: Giuliano Taviani, Carmelo Travia

Interpreti principali: Luca Marinelli (Milton), Valentina Bellè (Fulvia), Anna Ferruzzo (Custode), Lorenzo Richelmy (Giorgio)

21 pensieri riguardo “Al cinema: Una questione privata, di Paolo e Vittorio Taviani

  1. Il libro è molto bello, il film non è male si.

    W i Partigiani e abbasso gli italiani medi 😉

    I miei nonni sono stati protagonisti di quei precisi eventi, che hanno caratterizzato la rinascita dell’Italia. Mio nonno paterno è stato un bolscevico italiano prima di diventare capo partigiano 😀

    1. ah sì?
      lo hai conosciuto? se sì immagino che ti avrà raccontato delle grandi storie…
      ci allontaniamo sempre più da quegli anni e quindi testimonianze dirette ne restano sempre meno… non rimangono che i libri e i film, che per fortuna continuano a uscire, come questo dei Taviani…

      1. I Taviani sono antifascisti DOC, dunque fanno belle cose 😀
        Li ho conosciuti tutti i miei nonni e mi hanno raccontato di tante sofferenze ma anche di conquiste e obiettivi concreti che per l’epoca erano sacri (lavoro, sociale, uguaglianza, ecc…). Il 1900 non è solo il nazifascismo o le guerre mondiali 😀

      2. Il 1900 è migliore del 2000 sotto ogni aspetto. Non saranno un buffone come il Dux o un fanatico come Adolf a compromettere il Secolo delle Rivoluzioni e delle lotte sociali, per quanto abbiano dato il loro peso negativo.
        Ogni periodo ha le sue contraddizioni, interne ed esterne.

  2. Mi piaccioni i film dei fratelli Taviani, l’argomento mi sta a cuore e l’attore protagonista è davvero bravo. Poi dopo questo post ho ancora più voglia di vedermi il film 😉 Cheers

    1. beh allora puoi andare sul sicuro 😉 … ti consiglio anche il romanzo, se per caso non lo hai letto… che è davvero eccezionale pur nella sua semplicità (e brevità)…

  3. Questo film mi ispira molto, soprattutto perchè alla base c’è uno dei miei romanzi preferiti (e non intendo solo dei “romanzi sulla resistenza”, intendo proprio romanzi tout court). Ebbi la felice intuizione di “farmelo leggere” da Omero Antonutti quando passò per il programma Ad Alta Voce su Radio 3, ed è stata una esperienza indimenticabile.
    Inoltre la presenza di Luca Marinelli – per me il miglior attore italiano in circolazione – è un elemento di interesse in più

    1. io il romanzo l’ho letto solo in questi giorni, in occasione della visione del film… anche perché di Fenoglio andava per la maggiore Il partigiano Johnny, ai tempi delle letture scolastiche…
      è davvero un gran romanzo e non era semplice farne un film, ma tutto sommato l’opera tiene bene e ha anche qualche spunto interessante non presente nel libro…
      vai pure a vederlo, non ti deluderà!

  4. Avrai visto , suppongo quello che ne scrivo e quello che lamento, a proposito della parlata degli attori,. Chi conosce Fenoglio sa che non è questione di piemontese, che Fenoglio non parlava, poiché pensava nel particolarissimo “langarolo” parlato nella zona molto piccola fra Alba, Mango e Treiso, subito traducendo in inglese e solo successivamente, e non sempre, in italiano. Le sue maggiori opere stanno là a testimoniarlo. Un attore inglese che si fosse espresso in uno stiracchiato italiano sarebbe stato meno inascoltabile e più filologicamente corretto del povero Luca Marinelli. Di questo sono profondamente convinta. Ciao.

    1. ho letto ora la tua recensione…
      io qui ho parlato di piemontese in senso generico, ben consapevole che il piemontese di Alba non è quello di Canelli (dove Milton va a rapire il sergente)…
      nel libro non ci sono assolutamente parole in dialetto (a meno che me ne sia persa qualcuna, ma non credo), ma è anche vero che il dialogo di un libro si legge e non si ascolta e quindi almeno l’accento piemontese lo avrei dato a qualche personaggio, almeno ai contadini o ai partigiani di condizione più bassa…
      anche perché invece il partigiano veneto parla in dialetto nel film (non nel libro)…
      non dico di arrivare agli estremi pasoliniani, ma in film come questo è fondamentale il collegamento con il territorio (anche per ragioni di verosimiglianza storica)…

      1. Una questione privata è infatti il frutto di una faticosissima ricerca stilistica di Fenoglio, per scrivere nella lingua nazionale. Per questo veniva considerato da Calvino il romanzo sulla Resistenza che tutti gli scrittori italiani avrebbero voluto scrivere. Per la fatica di questa scelta stilistica molto elaborata Fenoglio procedeva con estrema lentezza, senza riuscire a concludere il romanzo stesso. Aveva però in mente una conclusione tragica, alle porte di Alba, come risulta dai suoi appunti e da alcuni scambi con la moglie, che ci sono rimasti, poichè sono scritti: con lei non riusciva a più comunicare a voce per la malattia che lo avrebbe portato alla morte di lì a poco 1963. La pubblicazione dei suoi romanzi è un altro discorso ancora: Einaudi fu il primo a pubblicarli, senza problemi, nonostante l’inglese, il langarolo e il poco italiano. Solo del 1978, però, è l’edizione completa delle sue opere in tre volumi a cura di Maria Corti (sempre Einaudi), fondamentale riferimento per chiunque si occupi di lui, trattandosi della prima edizione critica condotta con estremo scrupolo filologico sulle edizioni precedenti e sui numerosi manoscritti che testimoniano i suoi continui ripensamenti. Ciao

    2. vedo che sei preparatissima, sicuramente più del sottoscritto… 😉
      devo dire che nell’edizione da me letta del romanzo, quella con introduzione e note critiche di Gabriele Pedullà (2005), quest’ultimo boccia la teoria della Corti sul fatto che si trattasse di un romanzo incompiuto:
      Oggi quasi nessuno studioso accetta più questa ricostruzione. La tesi della Corti si basava infatti principalmente sul reperimento di una serie di appunti dove si allude alla liberazione di Giorgio. Successivamente però, a un esame approfondito, si è scoperto che appartengono tutti, con ogni probabilità, al primissimo disegno, forse persino antecedente alla prima stesura in nostro possesso. (…) a quanto ci è dato di sapere oggi, Una questione privata deve essere considerato dunque un romanzo concluso, al quale tuttavia è mancata l’ultima rifinitura (ipotesi che tra l’altro si accorda perfettamente con la testimonianza della moglie di Fenoglio).
      Riporto quello che ho letto, anche perché personalmente non ho i mezzi per addentrarmi in questa questione…
      sicuramente i Taviani hanno tagliato la testa al toro, scegliendo di chiudere il film con l’invocazione a Fulvia e quindi sostanzialmente non interessandosi del destino di Milton…

      1. Grazie. La mia conoscenza si ferma all’edizione della Corti 😦 , ma, come sai, “nessuno è perfetto” Mi fa comunque piacere questo scambio, credo utile a tutti. Ciao.

    3. grazie a te! se è venuto fuori un bello scambio è soprattutto merito tuo… 😉
      ripeto, sei sicuramente più preparata di me, che di Fenoglio ho letto solo Il partigiano Johnny + questo, peraltro da poco…
      poi personalmente non mi addentro nei dibattiti tra studiosi perché non è il mio campo…
      ciao 🙂

  5. Non credo al romanzo incompiuto e anch’io sono rimasto colpito dallo strano disequilibrio, nel film, fra le vicende personali e quelle della lotta partigiana.
    I Taviani omettono qualsiasi riferimento all’inimicizia profonda fra badogliani e rossi, e un po’ abusano dei flashback idilliaci. Ma Marinelli è un attore che mi piace sempre, e anche se stavolta ha a che fare con dialoghi un po’ troppo letterari, mi pare sia lui – il suo volto, le spalle curve, la febbre incipiente, l’ossessione che lo corrode – che tiene in piedi il film.

    1. sono d’accordo con l’abuso dei flash-back, soprattutto nella prima parte, che mi aveva portato a storcere un po’ il naso in corso di proiezione… poi devo dire che nella seconda parte il film si focalizza meglio sulla corsa contro il tempo di Milton e si rimette in carreggiata…
      giusta anche la tua osservazione sul mancato riferimento ai contrasti tra partigiani, che nel libro sono invece ben evidenziati… tra l’altro ho anche notato che i Taviani calcano parecchio la mano sui fascisti (il termine “scarafaggi neri” di cui si abusa nel film è totalmente assente nel libro)…
      grazie per il contributo alla discussione!

    1. eh sì, è il destino di questi film un po’ di nicchia… anzi, già mi sorprende che a oltre tre settimane dall’uscita sia ancora proiettato da qualche parte…
      però ormai è presente davvero in poche sale in Italia…

  6. Causa lavoro l’ho perso, e spero di recuperarlo in un cinema di seconda (o terza visione)… Ho adorato il romanzo e sono curioso di vederlo trasposto in film (un’operazione di trasposizione che ritengo assai difficile, e sono quindi ancora più curioso di vedere come hanno fatto)

    1. Sì sicuramente era difficile, ed infatti da un lato è apprezzabile il fatto che i Taviani abbiano scelto un approccio non didascalico, come ho scritto nella rece, puntando più sulla questione privata del protagonista che sulla sua sorte, che tanto aveva fatto discutere tra i commentatori del romanzo… poi certo che confrontarsi con un caposaldo della letteratura è durissimo per tutti e infatti va apprezzato il coraggio di un’operazione di questo tipo…

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