Cronache semiserie dal Torino Film Festival (con una classifica – serissima – dei migliori film di Brian De Palma)

tff35Finisce un festival del cinema e spergiuri che non guarderai mai più film doppiati. Cascasse il mondo. E dopo due giorni, ovviamente, quel giuramento è già infranto, perché i festival durano una settimana, mica tutto l’anno, e i film li si guardano come sono.

Che poi quella vaga promessa era già stata intaccata nell’attimo in cui Wilt Chamberlain si era seduto nella poltrona davanti alla tua, costringendoti – per riuscire a leggere i sottotitoli – a 120 minuti di inclinazione a 45 gradi del busto, con conseguente torcicollo e lombalgia subacuta. E lì che rimpiangevi Amendola, Pannofino e compagnia bella, e quindi, vabbè, facciamoci anche qualche film doppiato ogni tanto. 

L’altra certezza è che quella sigla che proiettano prima di ogni film, la sigla del festival, alla ventesima volta che la senti ti ha fatto venire l’orticaria e sbatteresti la testa contro la poltrona antistante, soprattutto se occupata dal suddetto Wilt, che magari a fronte di un tale gesto di intemperanza cambia posto e ti lascia vedere il film in pace.

Insomma, si è concluso il Torino Film Festival, trentacinquesima edizione. Ha vinto una pellicola israelo-franco-tedesca (ma più che altro israeliana). E pensare che mentre ero in coda per assistere ad una proiezione è passato un corteo che protestava contro il fatto che l’anno prossimo il Giro d’Italia prenderà il via proprio da Israele. Ma non credo che i giurati (il presidente della giuria era Pablo Larraín, detto per inciso) li abbiano sentiti.

Quest’anno, accantonando la mia solita propensione per una fruizione slow del prodotto cinematografico, ho deciso di farmi una settimana di vita da festival, prendendo cinque giorni di ferie e alzandomi alle 6 e mezza di mattina pure al sabato e alla domenica, solo per andare a vedere film. Due terzi delle persone a cui lo racconti ti dà dello squilibrato. L’altro terzo lo pensa, ma non te lo dice.

Quest’anno al TFF c’era la retrospettiva su Brian De Palma, per la prima volta in Italia. Uno che è generalmente considerato regista di secondo piano, da nottata di Rete 4, e che invece è stato una colonna della New Hollywood, insieme a Scorsese, Lucas, Spielberg, Coppola. Non potevo perdermela questa “retro” (come dicevano i gggiovani in coda), per colmare le mie (non molte) lacune della sua filmografia, nonché per gustarmi sul grande schermo opere di cui avevo ormai soltanto più una vaga memoria.

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Spielberg, Scorsese, De Palma, Lucas e Coppola, i “Movie Brats”

Snocciolando qualche dato, posso dire che in 7 giorni ho visto 22 film, di cui 1 cortometraggio.

Delle 22 pellicole, 16 erano di De Palma.

Film visti in concorso: zero (poi magari un giorno vi spiego anche il perché).

Delle altre sei opere vi parlerò brevemente in un altro post.

Ho insomma dignitosamente sfruttato il mio abbonamento 9-19, che non vuol dire che è destinato ai teenager, ma che puoi vedere tutti i film che iniziano entro le sette di sera. Quindi altro che teenager, è una roba più da anziani che cenano con le galline e a cui al calar delle tenebre iniziano a calare pure le palpebre.

Ho visto dunque una media di tre film al giorno. E qui il coro alpino dovrebbe intonare all’unisono: “DI-LET-TAN-TE!!”, perché c’è chi se ne fa tranquillamente sei al giorno (e anche più, per chi si fa pure le notturne). Ma qui si ritorna al mio essere slow: più di tre-quattro al giorno non posso farcela, e tanti complimenti agli Stakanov delle sale.

Che poi bisogna contare i tempi per le code, per mangiare qualcosa, per spostarsi da un cinema all’altro e per le funzioni fisiologiche, ovviamente. Ma evidentemente i suddetti Stakanov conoscono dei sistemi per ovviare a tutto ciò, stando peraltro svegli diciotto ore al giorno.

Ecco: le code. Sabato e domenica ovviamente c’è più gente, in settimana meno. Per le retrospettive le code filano più velocemente, soprattutto per i film mattutini e se si tratta di opere minori. Insomma, per un Vittime di guerra alle 9 del mattino è assai probabile ritrovarsi in sala con un’altra ventina di malcapitati come te e basta.

Avevo promesso una classifica sui migliori film di Brian De Palma. Ci sto arrivando.

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Il buon Brian ha diretto, dopo una serie di corti in età giovanile, 29 lungometraggi. Sta lavorando al trentesimo, Domino, che dovrebbe uscire il prossimo anno (chissà se anche da noi, visti i problemi che hanno avuto i suoi ultimi film con la distribuzione in Italia).

Al TFF hanno proiettato tutti i lungometraggi, due corti e due videoclip. Perché i più informati sapranno che De Palma ha girato anche due celeberrimi video musicali degli anni Ottanta (ah quanto è anni Ottanta De Palma!!): Dancing in the Dark di The Boss Bruce Springsteen e Relax dei Frankie Goes to Hollywood. Mica pizze e fichi.

I videoclip li davano prima di alcuni film, così, a caso, senza una logica, almeno I Suppose. Dancing in the Dark, ad esempio, mi è capitato due volte: la prima è stato accolto da applausi e grida di giubilo dai nostalgici di turno che affollavano la sala (cui mi sono ovviamente unito). La seconda volta niente. Il silenzio. Erano tutti concentrati sul film che stava per iniziare, nientemeno che Dressed to Kill.

Insomma, abbiamo 29 film diretti (sinora) da Brian De Palma. Per fare cifra tonda aggiungo un cortometraggio, il più celebre, Woton’s Wake. Così facciamo 30 (ma non è mia intenzione assecondare il noto proverbio e fare 31).

Ecco. Ora dividiamo in due periodi questi trenta film: il periodo che va dal 1962 al 1981 di Blow Out, che potremmo definirlo quello più indipendente, sperimentale, autoriale di De Palma; e quello che va dal 1983 di Scarface al 2012 di Passion, in cui il regista ha prodotto film più mainstream (a.k.a. il periodo della maturità).

Quindici più quindici. E la divisione ha pure un senso perché Blow Out in effetti può considerarsi il film che chiude un periodo più autoriale, mentre Scarface inaugura una stagione sicuramente più commerciale, ancorché il regista non abbia (quasi) mai abbandonato le sue idee e ossessioni.

Per ciascuno di questi due periodi proporrò dunque una classifica dei migliori film (due top 15, insomma), ovviamente a mio sindacabilissimo giudizio e cercando di giustificare almeno con qualche riga di commento ciascuna posizione.

I MIGLIORI FILM DI BRIAN DE PALMA DEL PERIODO 1962-1981

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  1. Dionisio nel ’69 (Dionysus in ’69, 1970)

Sul finire degli anni Sessanta Brian De Palma fu invitato dall’attore William Finley ad assistere allo spettacolo teatrale Dionysus in ’69, eseguito in un garage del Greenwich Village e diretto da Richard Schechner. Si trattava di uno di quegli esempi di “teatro totale” tanto in voga in quel periodo, che prevedevano il coinvolgimento del pubblico anche in modi poco ortodossi. Tale esperienza, che colpì molto il regista italo-americano, verrà ripresa nel film Hi, Mom!, nella sequenza del “Be Black Baby”, ma prima di ciò verrà fatta oggetto di un lungometraggio ad hoc, questo Dionisio nel ’69, che sostanzialmente si limita dunque a registrare lo spettacolo teatrale di Schechner, ispirato alla tragedia di Euripide Le Baccanti, che viene rivista in chiave sperimentale e avanguardista.

De Palma filmò la pièce cercando di intervenire il meno possibile nello svolgimento dello spettacolo e pertanto il film meriterebbe di essere considerato più un documentario che un’opera a soggetto. Eppure il regista ci mise del suo decidendo di riprendere con due macchine da presa gli attori e con altre due il pubblico, montando poi il girato con uno split screen simultaneo a due quadranti. Una tecnica, quella dello split screen, che risale al cinema delle origini, ma che non veniva utilizzata granché in quel periodo e che invece diventerà, proprio a partire da questo film, un marchio di fabbrica di De Palma. Addirittura l’intero film è girato in split screen, e talvolta uno dei due quadranti di cui si compone lo schermo viene lasciato vuoto, senza allargare quello visibile.

Resta l’unico elemento di curiosità di una pellicola per il resto troppo intrisa di spirito avant-garde e che di fatto si riduce nella ripresa di un qualcosa con cui De Palma c’entrava ben poco.

I nudi integrali e, in generale, lo spirito della pellicola anticipano di circa un lustro un’opera come il Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini. A differenza di quest’ultima, tuttavia, quello di De Palma è un film sostanzialmente dimenticato, troppo audace per l’epoca, troppo pretenzioso visto con lo sguardo di oggi.

  1. Oggi sposi (The Wedding Party, 1969)

È il lungometraggio d’esordio di Brian De Palma, girato nel 1963 (quando il regista aveva appena 22 anni) ma distribuito soltanto nel ’69, dopo il successo di Ciao America. Ispirato ad una festa di nozze cui il regista aveva partecipato, il film narra le vicende di Charlie, promesso sposo della giovane Josephine, che incontra la numerosa famiglia di lei, prima che si svolgano le nozze, assieme a due amici (uno dei quali è un Robert De Niro alla sua prima apparizione in un lungometraggio, ventenne e un po’ tarchiatello). Si tratta di una pellicola giovanile, girata come un film anni Venti/Trenta, con tanto di cartelli, fast forward, lunghi silenzi imbarazzanti (a causa della totale mancanza di musiche e sonoro in molte scene prive di dialoghi) e, addirittura, sovrimpressioni che ricordano il cinema delle origini. La fotografia sembra quella dei film di David Wark Griffith, e non solo per il b/n slavato. Totalmente (e giustamente) dimenticata, viene recuperata soltanto dai cinefili per il fatto di essere l’opera prima, per l’appunto, di De Palma e De Niro, nonché di Jill Clayburgh. La regia di De Palma è sperimentale (con jump-cut a profusione), ma nemmeno troppo se si pensa a come sarà innovativo il regista italo-americano in Greetings.

  1. Woton’s Wake (id., 1962)

Il più celebre corto di Brian De Palma, definito dallo stesso regista un pastiche, narra le vicende di uno scultore, Woton Wretchichevsky, che gira mascherato terrorizzando le coppiette. Una delle sue creazioni prende vita con le sembianze di una giovane donna, che Woton insegue in ambienti che ricordano film celebri come Il settimo sigillo o King Kong. Ma l’intero corto è di per sé un’opera citazionista, girata con tecniche da cinema muto e, in particolare, con un occhio all’espressionismo tedesco. Si tratta di un film giovanile in cui De Palma riversa tutta la propria cinefilia e gli insegnamenti dei corsi frequentati alla New York University, ma anche un tocco di ironia, che si percepisce fin dal divertissement musicale proposto in apertura. Woton è interpretato da William Finley, che sarà, insieme a Robert De Niro, l’attore più presente nei film giovanili del regista italo-americano.

  1. Home Movies – Vizietti familiari (Home Movies, 1979)

brian de palma 4Opera minore di Brian De Palma, Home Movies è un lungometraggio costruito dal regista insieme agli studenti del corso di cinema indipendente che teneva presso il Sarah Lawrence College, lo stesso in cui aveva studiato una quindicina di anni prima, grazie alla borsa di studio ricevuta in seguito al successo del suo cortometraggio Woton’s Wake.

Il regista, con la collaborazione di un gruppo di studenti, scrive e dirige questa commedia con diverse trovate ironiche, basata su un soggetto da egli elaborato e che richiama in maniera evidente le prime opere indipendenti di De Palma, Greetings e Hi, Mom!. Ritroviamo infatti il tema meta-cinematografico e quello del voyeurismo, in un contesto che spesso si intrufola nel grottesco.

Si tratta, in sostanza, della storia del giovane Dennis Byrd, che mette in pratica le lezioni del suo insegnante di cinema realizzando un film in cui riprende le vicende quotidiane della sua famiglia. Peccato che si tratti di una famiglia tutt’altro che normale.

L’alter ego di De Palma è Kirk Douglas, nei panni dell’insegnante di Star Therapy. Il ruolo del padre è affidato all’ottimo Vincent Gardenia, che poco meno di dieci anni prima aveva interpretato un personaggio analogo nel film Piccoli omicidi di Alan Arkin, una commedia per certi versi simile a Home Movies, con la sua ambientazione familiare e il taglio surreale e grottesco.

  1. Fury (The Fury, 1978)

Con dieci lungometraggi alle spalle, un De Palma ormai maturo si cimenta ancora una volta in un horror-thriller, con agganci allo spy-movie. La storia è quella di un agente dell’intelligence americana cui viene rapito un figlio, apparentemente dotato di poteri paranormali. L’unica possibilità di ritrovarlo sarà quella di mettersi in contatto con una ragazza che sembra avere analoghi poteri.

Fury costituisce un pressoché inevitabile passo indietro, soprattutto considerando il fatto che arriva dopo un’opera come Carrie, un film per certi versi irraggiungibile nella sua compiutezza di caposaldo dell’horror post-hitchcockiano.

In particolare, la protagonista femminile non si avvicina mai all’intensità della Carrie di Sissy Spacek e coloro che invece dovrebbero avere doti attoriali a iosa (i due grandi nomi della pellicola, Kirk Douglas e John Cassavetes) sembrano prendere poco sul serio le proprie parti.

E proprio sull’onda del successo di Carrie e sulla moda del paranormale sembra essere interamente costruito questo Fury, che di altro ha ben poco, se non la voglia di De Palma di crogiolarsi nell’esagerazione, quello che diventerà il mestiere dei gore-addicted del cinema post-moderno.

Unica nota positiva di un film che di memorabile ha ben poco è la colonna sonora di un John Williams in stato di grazia, reduce dal trionfo di Star Wars.

  1. Conosci il tuo coniglio (Get to Know Your Rabbit, 1972)

Dopo i suoi primi cinque lungometraggi indipendenti, il giovane Brian De Palma viene chiamato per la prima volta a Hollywood, per dirigere un film con una major, la Warner Bros. Ne esce fuori una commedia a tratti esilarante; un’opera sicuramente piacevole, con un messaggio di fondo peraltro molto suggestivo: negli Stati Uniti qualsiasi idea, anche quella più rivoluzionaria e anti-sistema, finisce per costituire carburante per il sistema stesso, alimentando i meccanismi capitalistici.

Il giovane Donald Beeman lascia di punto in bianco, dopo sette anni, il suo lavoro da analista societario per iscriversi a un corso da Tap Dancing Magician, ossia da mago ballerino di tip-tap. Il suo ex capo, il signor Turnbull, cerca di convincerlo a tornare indietro sulla sua decisione, ma finirà per essere anch’egli coinvolto nella nuova professione di Donald, su cui lo stesso Turnbull fonderà un business che col tempo prospererà enormemente.

Questo film non fu un’esperienza felice per De Palma, che arrivò allo scontro con i produttori sull’epilogo che avrebbe dovuto avere l’opera: il regista puntava ad un finale provocatorio, la Warner ne scelse invece uno più soft, costringendo De Palma a fare le valigie in anticipo.

Memorabile la parte – pur secondaria – affidata ad Orson Welles, quella dell’insegnante di Tap Dancing Magician.

  1. Le due sorelle (Sisters, 1973)

brian de palma 5Sisters è una evidente dichiarazione di derivazione stilistica nei confronti di quello che il regista americano ha sempre considerato un suo maestro, Alfred Hitchcock. Già gli inquietanti titoli di testa, che mostrano una sorta di ecografia di due gemelli, rimandano al re della suspense (ma anche al Kubrick di 2001), ricordando quell’iride su cui il film tornerà successivamente con insistenza (il richiamo è, ovviamente, a Psyco). Sullo sfondo, l’incalzante musica del grande Bernard Herrmann, noto proprio per le sue collaborazioni con Hitchcock.

Il film è un horror-thriller incentrato sul tema del doppio, la storia di un omicidio in cui sono coinvolte due gemelle (o presunte tali). Tra i lungometraggi di Hitchcock a cui si è ispirato De Palma non possono non venire in mente, oltre al già citato Psyco, Vertigo e La finestra sul cortile.

L’importanza di Sisters sta nel nuovo modo di concepire il thriller, con tocchi di modernismo e di glamour, che si evolve dalla tradizione hitchcockiana preconizzando film come Basic Instinct e American Psycho.

  1. Obsession – Complesso di colpa (Obsession, 1976)

Brian De Palma e Paul Schrader: due grandi nomi della New Hollywood si uniscono e ideano un soggetto (messo su copione dal solo Schrader) che si ispira in maniera evidente al capolavoro di Hitchcock Vertigo – La donna che visse due volte.

De Palma aveva già mostrato in alcune delle sue precedenti opere (soprattutto in Murder à la Mod e in Sisters) il suo debito stilistico nei confronti del maestro della suspense, da egli ritenuto un mentore da cui attingere allo stesso modo in cui un linguista consulta un dizionario o un testo di grammatica. Ma qui il regista italo-americano va decisamente oltre, tanto che il film può essere considerato quasi un remake dell’opera di Hitchcock, con vari scostamenti, ma con un tema di fondo, quello del doppio, replicato in maniera sostanziale.

Una discreta parte della storia di Michael Courtland e della donna in cui rivede sua moglie, a sedici anni dalla morte di quest’ultima, è girata a Firenze, di cui vengono mostrate molte delle bellezze artistiche e architettoniche.

Quella di Obsession è sicuramente una storia intricata (ma non troppo), e anche per questo coinvolgente e affascinante, che si chiude con la memorabile scena dell’abbraccio tra i due protagonisti, con il regista che si diletta in una delle sue tecniche stilistiche più utilizzate, la panoramica a 360 gradi.

  1. Hi, Mom! (id., 1970)

Hi, Mom! è l’ideale seguito di Ciao America, di cui condivide un personaggio, il Jon Rubin di Robert De Niro. L’idea di De Palma del cinema come voyeurismo torna prepotente nella prima parte della pellicola, dove troviamo Jon che, tornato dal Vietnam, propone ad un produttore di film pornografici di girare un’opera per lui spiando ciò che succede nel palazzo di fronte a quello in cui abita. La prima parte ha il taglio di una commedia faceta ma è anche una chiara parodia del cinéma vérité, così come il resto della pellicola è una critica alla tv e ad un certo modo di essere liberal, tipico della fine degli anni Sessanta. Dopo aver fallito come regista amatoriale, Jon si ritrova infatti a recitare a teatro in uno spettacolo (Be Black Baby) in cui alcuni esaltati fanatici del Black Power cercano di far capire ai bianchi cosa significhi essere persone di colore in una società intrisa di razzismo. Passano i mesi e nella terza parte della pellicola si assiste ad un Jon imborghesito e impigrito, perfettamente calato nei panni del modello di uomo contro cui si scagliava fino a poco tempo prima.

Hi, Mom! è un film fortemente provocatorio, sia da un punto di vista stilistico, sia e soprattutto sotto l’aspetto contenutistico. Siamo ancora nell’ambito del cinema indipendente, di taglio underground, ma sicuramente l’opera è meno sperimentale di quanto fosse Ciao America. In Hi, Mom! De Palma si diverte a provocare, più che con la forma, con i temi: quello socio-politico e quello sessuale.

  1. Vestito per uccidere (Dressed to Kill, 1980)

brian de palma 6Un De Palma sempre più a suo agio nel genere thriller produce una delle sue pellicole più conosciute e di successo, un film intenso, con una suspense costruita perfettamente e con un finale onirico, questo abbastanza anomalo.

Ancora una volta De Palma cita a piene mani Hitchcock (qui soprattutto Psyco, con ben due scene ambientate sotto la doccia) e affronta i temi a lui cari del doppio (qui inteso come doppia personalità) e dell’erotismo. La scena iniziale, che fece molto discutere all’epoca (e che viene regolarmente tagliata nei passaggi televisivi), vede una Angie Dickinson impegnata in una sensuale doccia che termina con un esplicito atto di autoerotismo.

Come in Psyco, De Palma liquida la (presunta) protagonista a un terzo del film, cedendo il testimone alla prostituta d’alto bordo interpretata da Nancy Allen (all’epoca moglie di De Palma). Michael Caine è un ottimo Dottor Elliott, senza strafare, con una recitazione assolutamente controllata.

  1. Murder à la Mod (id., 1968)

Murder à la Mod è il primo film di Brian De Palma uscito nelle sale (ma non il primo lungometraggio girato dal regista, che fu Oggi sposi, distribuito tuttavia soltanto nel ’69). Si tratta di un thriller sperimentale davvero sorprendente per essere un’opera prima. Narra le vicende di una ragazza, Karen, innamorata di un giovane cineasta e fotografo, Christopher, che le ha chiesto di sposarlo pur senza averla mai toccata con un dito. A un certo punto avverrà un misterioso omicidio su un set fotografico. La seconda parte della pellicola è interessantissima da un punto di vista sia stilistico che contenutistico: la scena centrale dell’omicidio viene infatti ripresa dal regista più volte, ognuna con uno stile particolare e da un punto di vista di un personaggio diverso.

L’opera fu bocciata dal suo stesso autore (ed è forse questo il motivo per cui non ha praticamente distribuzione), eppure non può che rivelarsi un’ottima e interessante anticipazione di quelli che saranno lo stile e i contenuti dei successivi film di De Palma: il tema del voyeurismo, il debito verso Hitchcock e le citazioni nei confronti del cinema europeo (Antonioni su tutti). Infine, e soprattutto, costituisce il primo esempio di un genere – il thriller glamour ad alto contenuto di erotismo – che segnerà la produzione del regista di Newark fino ai film più recenti.

  1. Ciao America (Greetings, 1968)

Ho già parlato diffusamente di questa pellicola in una recensione di qualche giorno fa, che penso spieghi in maniera dettagliata come possa un film sostanzialmente sconosciuto essere al quarto posto di questa classifica. In sintesi, la storia è quella di tre ragazzi nella New York del ’68 che vivono alla giornata nell’attesa della chiamata per il Vietnam e cercando di sottrarsi ad essa. Il film è interessante per il suo debordante eclettismo stilistico, un incrocio tra cinema americano e Nouvelle Vague che portò De Palma ad essere considerato il Godard americano. Greetings rappresenta anche l’esordio sul grande schermo, in un ruolo da protagonista, di un certo Robert De Niro, e già questo dovrebbe bastare ad invogliare i più alla visione di quest’opera.

  1. Il fantasma del palcoscenico (Phantom of the Paradise, 1974)

brian de palma 8Nonostante lo scarso successo che ebbe ai suoi tempi, Il fantasma del palcoscenico è diventato col tempo un film cult, un’opera in cui De Palma riversò una miriade di buone idee, molte delle quali tuttavia ispirate a celebri opere letterarie: Il Fantasma dell’Opera, in primis, e Il ritratto di Dorian Gray, ma anche Il Gobbo di Notre Dame e il Faust. La storia del cantautore Winslow Leach e di come si trasforma nel fantasma del Paradise, a causa degli inganni orditi nei suoi confronti dal discografico Swan, è considerata peraltro un remake del film del 1925 Il fantasma dell’opera (anch’esso ispirato al libro di Gaston Leroux), anche se mettere accanto un film come quello di De Palma e un’opera del cinema muto non può che apparire una forzatura.

La pellicola è memorabile sotto diversi aspetti: per una grafica ed una fotografia esaltanti, fin dai titoli di testa; per alcune scene memorabili, come quella in cui il protagonista torna a cantare, nello studio predispostogli da Swan, grazie ad un sintetizzatore vocale; in generale, per il meraviglioso intreccio di generi che riesce a coniugare, soprattutto, musical e horror.

In particolare, Phantom of the Paradise porta il musical su territori inesplorati, rockeggianti e kitsch, che verranno poi rielaborati da opere come The Rocky Horror Picture Show (uscita un anno dopo).

I protagonisti sembrano personaggi della letteratura gotica (persino il rocker Beef, che pare un moderno Frankenstein) ma calati in un contesto pop-rock allucinante e chiassoso, che è del resto il punto di forza della pellicola.

  1. Carrie – Lo sguardo di Satana (Carrie, 1976)

Carrie è un capolavoro dell’horror, un crescendo di tensione che parte in sordina (scena iniziale a parte) e sale vorticosamente verso un’apoteosi di ansia e perdizione. Un inizio degno di Penthouse, con una carrellata peraltro tecnicamente interessante, che sfocia nel dramma di Carrie. Segue la quiete che (ancora una volta) precede la tempesta. E poi un climax vertiginoso, magistralmente dosato dal regista fino ad un epilogo teso e infinito, davvero bellissimo.

De Palma porta per la prima volta in assoluto sul grande schermo un soggetto di Stephen King, attingendo a piene mani – ancora una volta – dal repertorio hitchcockiano.

E bisogna ammettere che del Maestro della suspense si rivela un degno erede.

  1. Blow Out (id., 1981)

Ancora agli inizi degli anni Ottanta, il clima di paranoia e di ossessione per i complotti che aveva segnato gli anni Sessanta non si era minimamente sopito, come dimostra questo Blow Out, uno dei capolavori di Brian De Palma, un film che nonostante sia uscito nel 1981 (dunque apparentemente fuori tempo massimo, secondo la datazione convenzionale) è ancora fortemente legato alle istanze della New Hollywood.

Tutti gli autori del nuovo corso del cinema americano furono influenzati dagli omicidi dei fratelli Kennedy e in particolare lo fu il De Palma di quest’opera, nella cui trama si inserisce il richiamo ad un altro celebre fatto di cronaca di fine anni Sessanta, che coinvolse un altro dei fratelli Kennedy, Ted: il famigerato incidente di Chappaquiddick. Su una vicenda analoga si basa infatti la sceneggiatura, con la sola differenza che a morire nell’isola vicino a Martha’s Vineyard fu la ragazza anziché il (probabile) futuro candidato alla presidenza Ted Kennedy. Nel film avviene il contrario con l’aggiunta dell’ipotesi di complotto (e qui avviene la congiunzione tra la vicenda di Ted e la tragica fine dei suoi due fratelli, in particolar modo quella di JFK).

In Blow Out il tema dell’indagine sull’omicidio politico raggiunge il suo culmine, sebbene l’idea di fondo tragga ispirazione da due opere molto simili dei decenni precedenti: il Blow-Up di Antonioni e La conversazione di Francis Ford Coppola (che a sua volta si ispirava al film di Antonioni, con alcune citazioni esplicite). Ed è curioso che con Blow Out la New Hollywood arrivi a citare se stessa (per l’appunto il Coppola di The Conversation).

L’indimenticabile scena finale del montaggio sonoro dell’urlo all’interno del b-movie (che richiama la sequenza ironica iniziale, riproponendola su un piano drammatico) è la degna chiusura di un’opera fondamentale di De Palma, un film che ancora oggi non perde minimamente il suo fascino.

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>>> Vai alla TOP 15 dei film di De Palma del periodo 1983-2012

14 pensieri riguardo “Cronache semiserie dal Torino Film Festival (con una classifica – serissima – dei migliori film di Brian De Palma)

  1. Wow che carrellatona, sono senza fiato *o*
    Mi verrebbe da dire: meno male che hai saltato i film in concorso 😛 Grande, una introduzione a De Palma è proprio ciò di cui avevo bisogno, ora non vedo l’ora di scoprire il ranking degli altri 15!!!

    1. hai ragione, ho cercato di essere sintetico, ma la cosa mi è decisamente sfuggita di mano… e conta che ho tagliato davvero tanto dalle recensioni che sera dopo sera scrivevo dei film visti durante il giorno…
      ero in trance da festival (e da De Palma)…
      del resto quando ci si diverte… 😀 😀

  2. Ammetto di non essere un estimatore di De Palma, ma questa classifica potrebbe essere l’occasione per ricredermi, soprattutto perchè molti mi mancano.

    Sono stato al TFF due anni fa, ed è stato bellissimo! Io ho visto una media di tre film al giorno, anche perchè oltre non riesco a stare fermo davanti allo schermo, ho bisogno di muovermi e fare altro. Quest’anno volevo tornare, ma tra l’aver speso un capitale alla Mostra di Venezia e l’aver appena iniziato a lavorare alla fine ho rinunciato; spero di riuscire l’anno prossimo.

    1. eh ma anch’io massimo tre o quattro al giorno, non di più…
      il TFF è purtroppo in calo, quest’anno ha perso tre sale e parecchi soldi di budget, tanto che hanno dovuto ridimensionare alcune cose… ne parlerò poi nel terzo post di queste cronache… speriamo che non diventi un festival di secondo piano, dieci anni fa c’era Nanni Moretti a dirigerlo, il livello è inevitabilmente calato (senza nulla togliere alla Martini, ottima critica, ma che sicuramente non ha la visibilità che avevano i suoi predecessori: Moretti, per l’appunto, Gianni Amelio e Paolo Virzì)…
      vedremo cosa ci riserverà il futuro…
      quanto a De Palma, è un autore che si apprezza soprattutto se contestualizzato, vedendo più opere e approcciandosi ai temi e allo stile che lo contraddistinguono…

  3. Bellissima classifica.
    (Riuscire a prendermi la settimana intera di ferie per il festival fa parte dei miei ‘obiettivi per l’anno prossimo’ da un paio d’anni ma finisco sempre a novembre quasi senza giorni di ferie 😦 )

    1. per me è il primo anno che faccio una settimana piena di ferie, ma devo dire che non me ne sono assolutamente pentito, essendo stata una bellissima esperienza…
      certo, sarebbe meglio se lo facessero in un altro periodo dell’anno, perché a fine novembre ti becchi tanto di quel freddo nelle code al Massimo… ma vabbè, ce lo teniamo così… 😉

  4. Bravissimo ! Grazie per questa recensione ! Io quest’anno non ho fatto l’abbonamento 9-19 per motivi di lavoro ma con l’AIACE ho preso in anticipo i biglietti e sono riuscita a vederne una quindicina (molti alla mattina). Concordo completamente sul tema sigla iniziale e freddo delle code.

    1. grazie a te per il commento!
      non sapevo che con l’AIACE si potessero prendere i biglietti in anticipo! non che ne avessi bisogno, avendo fatto l’abbonamento, ma buono a sapersi per gli anni prossimi se dovessi vedere qualche “serale”…

      1. In anticipo in realtà non tanto prima ma appena approno le biglietterie con la tessera AIACE puoi comprare i biglietti a 5 euro per tutti i film anche quelli in fascia serale

Commenti

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