Al cinema: The Greatest Showman, di Michael Gracey

the greatest show 1Ma davvero potevamo credere che il successo di La La Land non avrebbe avuto ripercussioni nelle successive stagioni cinematografiche? Per chi lo avesse creduto, ecco servito The Greatest Showman, in cui Hugh Jackman, smessi i panni di James “Logan” Howlett alias Wolverine, diventa nientemeno che Phineas Taylor Barnum, quello che può essere considerato l’inventore del circo moderno (o almeno di quello americano, nella sua versione più grottesca e stravagante). La storia di P.T. Barnum diventa dunque un musical, con un’idea per certi versi nemmeno poi così originale, ma che evidentemente necessitava di una congrua spinta (il citato successo di La La Land, per l’appunto) per arrivare sul grande schermo.

Le tempistiche non mentono: il progetto è in pista addirittura dal 2009, ma guarda caso le riprese sono cominciate nel novembre 2016, quando ormai il fenomeno La La Land era esploso, quanto meno a livello di Festival. 

La regia viene affidata all’esordiente e pressoché sconosciuto Michael Gracey, che arriva dal mondo degli effetti speciali, ma che non aveva comunque fatto niente di importante nella sua carriera, fino a trovarsi al centro della ribalta con questa pellicola, che ha ricevuto la nomination al Golden Globe per il miglior film commedia o musicale (riconoscimento andato nella notte a Lady Bird). Gracey è australiano come Jackman (che è anche co-produttore con la sua Seed Productions), e questo potrebbe già spiegare molte cose.

Il breve prologo è struggente e molto dickensiano: P.T. Barnum, figlio di un sarto che non può permettersi di comprare al figlio nemmeno un paio di scarpe per sostituire quelle bucate, cerca di evadere dalla sua triste condizione facendo ridere la gente, in particolare la figlia di uno degli altolocati clienti di suo padre, che con un balzo temporale – forse anche troppo affrettato – diventa moglie di Barnum, quando ancora è un impiegatuccio che cerca come può di sbarcare il lunario.

Ma i due sono innamorati, e si sa che quando c’è l’aMMMore il resto non conta. E difatti fanno due figlie e vivono come possono, fino a quando il buon P.T. non tira fuori dal cilindro la prima delle sue imposture (a fin di bene, sia chiaro), con il quale riesce ad ottenere un finanziamento dalla banca dando in garanzia una flotta di pescherecci colata a picco nel mar della Cina.

Con la somma ricevuta, il nostro riesce a fondare in quel di New York City (Broadway, of course) il Barnum’s American Museum, un museo delle stranezze che si rivelerà un colossale flop. Ci vorranno le figlie di P.T. per fargli capire che i personaggi di cera e gli animali imbalsamati potranno avere successo nella Vecchia Europa, ma non nel Nuovo Mondo, dove ci vuole ben altro. Barnum capirà così che per attirare le masse ci vogliono le stranezze in carne ed ossa. Inizierà dunque ad ingaggiare nani e ballerine, uomini lupo e donne barbute (sempre piaciute!), tizi super-tatuati e uomini più alti / più grassi del mondo (o presunti tali). Il nostro ci metterà invero buona parte del suo, con grandi o piccole mistificazioni (dal cuscino ficcato sotto la camicia dell’uomo più grasso del mondo, per farlo sembrare ancora più grasso, ai trampoli su cui cammina l’uomo più alto del mondo, per far sì che appaia ancora più alto). Per il resto quello di Barnum è pragmatismo unito a un sostanziale cinismo (visto che tutti ridono di te, tanto vale farsi pagare!, dirà a un nano, restio a mettersi in mostra, per ingaggiarlo nel suo show).

the greatest show 2

Il successo di pubblico stavolta arriva, ma l’American Museum viene stroncato dalla critica snob e preso di mira dai reazionari violenti, che arrivano a dar fuoco all’edificio per porre fine a quello che ritengono uno scempio per la società. Eppure Barnum trarrà forza da queste amare vicende per dare nuova linfa al suo spettacolo: il termine circus, affibbiatogli sprezzantemente dal critico teatrale, verrà sfoggiato in bella mostra nella nuova insegna, mentre l’impossibilità (per mancanza di fondi) di ricostruire il fabbricato distrutto porterà all’intuizione del tendone itinerante.

Nel mezzo, il tentativo di Barnum di costruirsi una reputazione presso l’alta società (che ovviamente disprezzava il suo circo), grazie alla sempre efficace tecnica della diversificazione: mentre nani e donne barbute proseguono il loro show, Barnum porta negli Stati Uniti “l’usignolo di Svezia” Jenny Lind, facendole girare i teatri e ricevendo finalmente il consenso – tanto bramato – delle classi alto-borghesi e della critica. Ma quello di P.T. era soprattutto un chiaro desiderio di rivincita sociale nei confronti dei genitori di sua moglie (la sempre ottima Michelle Williams), che non lo avevano mai accettato per le sue umili origini.

Il film è altalenante ma nel complesso piacevole e riuscito. La parte iniziale, che è quella più la-la-landeggiante, fatica molto a carburare ed è intrisa di uno spirito melodrammatico a volte un po’ fuori luogo (che ritorna in alcune parti della pellicola, anche se meno intensamente). Non mi riferisco tanto al prologo dickensiano, quanto alle iniziali vicende familiari di P.T. e sua moglie, presentate talvolta con un piglio mellifluo e decisamente datato.

La parte centrale è quella in cui invece il film spicca il volo, nonché quella dove sono concentrate le migliori canzoni della bellissima colonna sonora (i testi sono composti dagli stessi autori delle lyrics di La La Land, e qui il cerchio si chiude). Il brano This Is Me, cantato dalla donna barbuta, è uno dei pezzi più interessanti insieme a quello principale (The Greatest Show) e si è aggiudicato nella notte il Golden Globe come miglior canzone (e a questo punto diventa il favorito per la corsa all’Oscar).

the greatest show 3

Il finale è invece abbastanza lineare, per certi versi scontato, ma del resto non poteva essere diversamente.

L’intrecciarsi di ambientazioni ottocentesche e musica pop è in linea con le analoghe tendenze dei musical contemporanei, ma riesce comunque a sorprendere la sequenza del primo spettacolo americano della diva Jenny Lind, che tutti si aspettano parta con una melodia alla Callas (del resto è stata presentata come colei che ha trionfato alla Scala e all’Opéra di Parigi), quando invece si esibisce in un brano sostanzialmente pop, spiazzando tutti.

Hugh Jackman, che nasce come attore di musical (anche se è ricordato per altre cose) è davvero eccezionale nella parte del protagonista e peraltro canta in maniera eccellente (detto anche dall’amico con cui ero al cinema, che fa il tenore in un ensemble e che dunque sicuramente ne capisce più del sottoscritto). Keala Settle (la donna barbuta) è una cantante nonché attrice di musical a Broadway e dunque non c’è molto da stupirsi per la sua buona prova, sia dal punto di vista della recitazione che sotto l’aspetto canoro. Rebecca Feguson, che interpreta la cantante Jenny Lind, viene invece doppiata da Loren Allred (il suo personaggio, del resto, viene presentato come la miglior cantante d’Europa, con una canzone, Never Enough, peraltro di una certa complessità).

the greatest show 4

Le coreografie sono interessanti anche se spesso la macchina da presa si muove più dei ballerini-cantanti, rivelando una regia e una fotografia di ottimo livello.

___

The Greatest Showman (2017, USA, 105 min)

Regia: Michael Gracey

Soggetto: Jenny Bicks

Sceneggiatura: Jenny Bicks, Bill Condon

Fotografia: Seamus McGarvey

Musiche: John Debney, Benj Pasek, Justin Paul

Interpreti principali: Hugh Jackman (P.T. Barnum), Ellis Rubin (P.T. Barnum bambino), Zac Efron (Phillip Carlyle), Michelle Williams (Charity Barnum), Skylar Dunn (Charity bambina), Rebecca Ferguson (Jenny Lind), Zendaya (Anne Wheeler), Keala Settle (Lettie Lutz, la donna barbuta)

6 pensieri riguardo “Al cinema: The Greatest Showman, di Michael Gracey

  1. Mi preoccupa proprio la parte “la-la-landeggiante” siccome non ho amato nemmeno il film ba-ba-balbettante e da-da-danzante 😉 Penso che mi limiterò a leggere questo pezzo, che mi è piaciuto di sicuro più di quanto potrebbe piacermi il film (storia vera). Cheers!

    1. per carità, è abbastanza diverso da La La Land, ne replica lo stile in certi punti…
      però direi che se non ti è piaciuto La La Land, questo non te lo consiglierei…
      però un’ascoltata su youtube alla canzone vincitrice del Golden Globe gliela darei, è davvero bella…

    1. scommetto un fiorino che uscirete dal cinema canticchiando “This Is the Greatest Shooooow!!!!”…
      così come avevo scommesso un fiorino che l’altra bellissima canzone del film, This Is Me, quella cantata dalla donna barbuta, avrebbe vinto il Golden Globe…
      e ci ho preso 😉

  2. D’accordissimo con tutta l’analisi, e da amante di La la land non posso che scovare i punti di incontro tra le due storie, che si assomigliano in numerose sfumature, ma si raccontano in maniera così differente che il confronto non è quasi attuabile. This is me merita un Oscar.

    1. Sì ovviamente il raffronto viene spontaneo soprattutto per il fatto che i due film condividono lo stesso genere e poi un po’ per la parte iniziale, la fase che ho definito la-la-landeggiante… ma indubbiamente a parte questi due aspetti sono due film che vanno per la propria strada, anche se è innegabile che un film come questo ha ricevuto una grossa spinta dal successo di La La Land… Grazie per l’intervento!
      E ovviamente… anch’io tifo per l’Oscar a This is me perché è una gran bella canzone…

Commenti

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...