Speciale Oscar 2018: L’ora più buia, di Joe Wright

churchill 1Quello che si è appena concluso verrà ricordato come l’anno dei film sull’evacuazione di Dunkerque, episodio bellico apparentemente secondario nell’economia del secondo conflitto mondiale (non di certo per gli inglesi) che è stato rispolverato da ben due pellicole uscite nel 2017, che insieme hanno raccolto quattordici nomination agli Oscar, tra cui – per entrambe – quella a miglior film. Se quella di Christopher Nolan, uscita in Italia la scorsa estate, si concentrava sulle fasi realizzative dell’Operazione Dynamo, che portò al salvataggio di circa trecentomila soldati intrappolati nella sacca di Dunkerque (o Dunkirk per utilizzare il nome inglese della cittadina, che ha dato il titolo al film), Darkest Hour parla (anche) di quello stesso avvenimento inquadrandolo invece nel contesto del primo mese del premierato di Winston Churchill, succeduto a Neville Chamberlain sulla poltrona di primo ministro britannico proprio nel peggiore dei momenti, quello dell’avanzata inarrestabile delle forze di Hitler nell’Europa occidentale, che sembrava si dovesse trasformare, da un momento all’altro, nell’invasione della Gran Bretagna. 

Churchill ottiene da re Giorgio VI l’incarico di formare un nuovo governo il 10 maggio del 1940. L’evacuazione di Dunkerque, iniziata sul finire di quel mese, si completerà ai primi di giugno. Meno di un mese, dunque. Un mese in cui le pressioni dei conservatori sul neo-primo ministro per una soluzione non belligerante delle ostilità (mediante un patto con Hitler da ottenere per intercessione dell’Italia di Mussolini) si resero sempre più insistenti, fino a mettere all’angolo Churchill, che riuscirà a rimanere saldo sui suoi propositi di resistenza ad oltranza soltanto grazie al supporto della gente comune e a quello – meno atteso – del monarca.

Se quello di Nolan era un war movie con le sembianze e la suspense di un thriller, il film di Joe Wright non si discosta invece mai dal suo preciso connotato di biopic, incentrato sulla vita e sulla passione di una delle figure più importanti della Storia del Novecento. Winston Churchill ci viene mostrato in tutti i suoi difetti (qualche bicchierino di troppo, l’arroganza nell’atteggiarsi con le persone che gli stanno intorno, una certa raffinata trivialità), ma anche nelle sue grandi doti: l’oratoria, in primis, nonché la capacità di crescita e di mantenere il controllo all’interno di un contesto profondamente ostile.

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E la pellicola è in ciò sostanzialmente un racconto di formazione, è un film che narra l’evoluzione del protagonista da navigato e scaltro politico a leader di un Paese che sta affrontando le peggiori avversità. Il Churchill che caccia via in malo modo la nuova segretaria perché gli ha sbagliato la spaziatura è un lontano parente del Churchill che chiederà il suo aiuto nel finale per preparare il discorso da pronunciare in Parlamento. Il Churchill che scende in metropolitana per chiedere il sostegno e il parere del popolo britannico non è più il Churchill scontroso e lunatico della vigilia del suo incarico.

Il nuovo primo ministro ha un portamento ben diverso da quello di alcuni suoi compagni di partito, il suo predecessore Chamberlain (che si dimostra il deus ex machina dei conservatori anche dopo le sue dimissioni, inevitabili dopo la sfiducia da parte dell’opposizione laburista) e il ministro degli esteri Lord Halifax (“Holy Fox”, come lo chiama Churchill nell’intraducibile gioco di parole che si può gustare solo nella versione in lingua originale), nobile e amico personale di re Giorgio VI, nonché il più acceso sostenitore della necessità di evitare un’escalation del conflitto, addivenendo ad un accordo con Hitler in grado di preservare la sovranità del Regno.

E proprio per questa sua palese diversità il neo-primo ministro è inizialmente inviso al monarca. Eppure i due si riavvicineranno quando il re comprenderà che la resistenza del suo popolo alla potenziale invasione nazista passa, prima di tutto, dall’esempio che egli darà alla Nazione evitando l’esilio forzato in Canada propostogli da alcuni consiglieri.

Churchill è grasso, goffo, ingobbito e dunque anche fisicamente si discosta dai suoi pari, nobili non soltanto nell’araldo ma anche nel portamento. L’interpretazione e la trasformazione di Gary Oldman sono davvero straordinarie come è stato ormai sottolineato praticamente da chiunque. Una recitazione strepitosa, un’immedesimazione nel personaggio totale, uno studio meticoloso della mimica, del linguaggio, dell’inflessione, che rendono la visione della pellicola in lingua originale pressoché fondamentale (senza voler screditare il buon lavoro svolto da Stefano De Sando nel doppiaggio in italiano, non si può negare come tra le due versioni ci sia una distanza abissale).

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Joe Wright si dimostra a suo agio nella direzione di film in costume, con una regia che resta sempre in secondo piano, senza infastidire il one-man-show di Oldman e senza discostarsi più di tanto da uno stile tradizionale: la plongée che apre la pellicola nello scenario della seduta di Westminster che toglie la fiducia a Chamberlain ne è un chiaro esempio, così come la lentezza dei movimenti di macchina o la semplicità delle carrellate al ralenti sulle strade londinesi al passaggio dell’auto di Churchill, con le inquadrature in soggettiva che ci mostrano la determinazione del primo ministro che va temprandosi semplicemente osservando la dignità quotidiana degli inglesi comuni. La prima di queste carrellate è seguita da una seconda (quella che precede la scena della metropolitana) in cui l’aggravarsi della situazione e l’angoscia che sempre più pervade il popolo vengono resi con la metafora della pioggia e con la rappresentazione dell’affanno con cui le persone si muovono sotto di essa (metafora che in un film ambientato a Londra si può usare a cuor leggero, c’è da dire).

E le carrellate ad altezza d’uomo di una Londra che ancora non immagina che di lì a qualche mese finirà sotto le bombe naziste, diventano in plongée quando Churchill si reca in Francia per tentare di convincere gli alleati a resistere e contrattaccare. Con il pretesto dell’arrivo in aereo, si segue dall’alto la massa di sfollati che fuggono dalle città minacciate dall’avanzata dei tedeschi.

Di contro appaiono fuori luogo quegli invero pochi tentativi di innestare in tutto questo classicismo registico una ventata di post-modernismo (si veda la preparazione della ricca colazione all’inglese, immortalata, ricorrendo ad un montaggio serratissimo, nella parte iniziale della pellicola).

Degna di menzione, la già citata scena ambientata nella metropolitana, sia per la sua potenza narrativa ed etica, sia per il pregevole confezionamento della sequenza, che sembra estrarsi dal tempo e dallo spazio, con una messa in scena che infonde all’atmosfera un che di ovattato e onirico.

Ma i veri protagonisti di questa pellicola sono il linguaggio e il suo fascino, che derivi dal citazionismo o dalla capacità di persuadere, dall’oratoria fine a se stessa o dalla suggestione poetica dei discorsi che sanno parlare ai cuori spaventati di chi ha timore ma non è disposto ad arrendersi.

Mai.

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Darkest Hour (2017, Regno Unito, 114 min)

Regia: Joe Wright

Sceneggiatura: Anthony McCarten

Fotografia: Bruno Delbonnel

Musiche: Dario Marianelli

Interpreti principali: Gary Oldman (Winston Churchill), Kristin Scott Thomas (Clementine Churchill), Ben Mendelsohn (re Giorgio VI), Lily James (Elizabeth Layton), Ronald Pickup (Neville Chamberlain), Stephen Dillane (visconte Halifax)

20 pensieri riguardo “Speciale Oscar 2018: L’ora più buia, di Joe Wright

  1. Bell’articolo, ma ci aggiungerei anche, nell’ascesa di Churchill, il ruolo fondamentale svolto da una opposizione responsabile. Fu proprio l’opposizione ad appoggiare la nomina di Churchill. Nel film questo elemento viene spiegato bene nelle prime scene.

    1. hai ragione, il ruolo dei laburisti nella nomina di Churchill è stato fondamentale, anche perché era l’unico candidato conservatore che erano disposti a votare dopo la sfiducia a Chamberlain…
      ciò emerge chiaramente nel film, così come emerge che sia i conservatori che il re avrebbero voluto Halifax come primo ministro, il quale però era inviso all’opposizione…
      sicuramente il fatto che le cose siano andate come sono andate è stato un bene per il Regno Unito e per l’Europa visto che Halifax voleva a tutti i costi cercare un accordo con Hitler per porre fine alla guerra ed evitare l’invasione (a suo avviso inevitabile) della G.B….
      diciamo che sono aspetti che non ho richiamato nella recensione per non dilungarmi troppo nelle questioni politiche, concentrandomi più sul film…
      in ogni caso la tua osservazione è pertinente, grazie per il commento.

  2. Per ora l’ho visto solo doppiato, e sottolineo pure io l’ottimo lavoro di De Sando. Ma una interpretazione del genere va gustata pienamente in v.o., sono d’accordo! Mi è piaciuto molto anche il personaggio di Chamberlain con quel piglio aristocratico e indolente dato dall’ottimo Ronald Pickup

    1. io l’ho visto prima doppiato, poi in l.o. e devo dire che il doppiaggio di De Sando è buono ma si perde certi borbottii che Oldman accentua, ma che non sono coperti dalla voce in italiano (ci ho fatto caso soprattutto in un paio di occasioni)…
      poi l’ho rivisto in l.o. ed in effetti la resa è straordinaria…
      Ronald Pickup è piaciuto molto anche a me…
      non so se lo sapevi, ma ho letto che Chamberlain avrebbe dovuto essere interpretato da John Hurt, il quale però – ironia della sorte – era malato di cancro (proprio come il Chamberlain che avrebbe dovuto interpretare)…

  3. Non credo che la statuetta per il best movie andrà a L’ORA PIU’ BUIA (nella mia sfera leggo THE SHAPE OF WATER)
    Ma per il best actor Gary Uomovecchio è favoritissimo.
    E sarebbe ora! E’ stato Dracula, Beethoven, Sirius Black, Sid Vicious, Mago Merlino, Smiley ecc ecc e ancora non l’hanno premiato????

    1. sono d’accordo con entrambi i pronostici, ossia che Darkest Hour non vincerà come miglior film, ma con tutta probabilità Oldman vincerà come miglior attore protagonista…
      qui è semplicemente straordinario, sia come trasformazione, sia come interpretazione…
      e visto in lingua originale in effetti ha una marcia in più e ti rendi conto di che diamine di lavoro abbia fatto con questo ruolo… chapeau!

    1. guarda, se hai la possibilità e se proprio non ti secca dover seguire il film insieme ai sottotitoli, te lo consiglio sicuramente, perché è uno di quei film che in lingua originale ha una marcia in più, grazie alla straordinaria prova di Gary Oldman…

  4. Ho apprezzato la vostra recensione. Vincenzo se ti va anche io ho scritto una recensione del film L’Ora più buia sul mio blog wordpress di cinema e serie tv Cinefiliinserie. Volevo dirti che sulla pagina facebook del vostro blog ho inviato un messaggio.

  5. Se la regia di Wright fosse stata più personale e meno asservita al one man show di Oldman ne sarebbe probabilmente uscito un film capace di impensierire gli altri candidati ma purtroppo così è risultato “solo” un biopic ben confezionato, con un protagonista grandioso.
    Comunque da vedere a tutti i costi, preferibilmente in lingua originale.

    1. sono d’accordo, ed infatti non credo che abbia chance sul fronte della candidatura all’Oscar per il miglior film…
      come sono d’accordo sul fatto che sia comunque da vedere e preferibilmente in l.o.!
      grazie per il commento!

Commenti

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