Speciale Oscar 2018: The Post, di Steven Spielberg

The-PostUtilizzando due termini ormai d’uso comune nel linguaggio cinematografico e televisivo, The Post può essere considerato uno spin off del Nixon di Oliver Stone e un prequel di Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula. La vicenda narrata all’interno del trentunesimo lungometraggio di Steven Spielberg (considerando soltanto quelli usciti per il grande schermo) è difatti inquadrata cronologicamente all’interno del primo mandato della presidenza di Richard Nixon ed è prodromica allo scoppio dello scandalo che porterà alle dimissioni di quest’ultimo per evitare l’impeachment, l’affaire Watergate, oggetto del film di Pakula e che viene citato nel finale della pellicola con una scelta stilistica che richiama quelle analoghe delle serie tv.

La storia al centro di The Post è quella dei cosiddetti Pentagon Papers, i documenti top-secret sul rapporto tra Stati Uniti e Vietnam nel periodo 1945-1967, facenti parte di uno studio commissionato per il candidato alla presidenza Bob Kennedy da Robert McNamara, Segretario della Difesa di John Fitzgerald Kennedy e Lyndon B. Johnson. Un rapporto che metteva a nudo le reticenze e le menzogne dei presidenti che avevano preceduto Nixon (Truman, Eisenhower, nonché gli stessi J.F.K. e L.B.J.) e che per tale motivo avrebbe dovuto rimanere strettamente confidenziale. Ma il consulente del Pentagono Daniel Ellsberg, divenuto un oppositore dell’impegno americano in Vietnam, fotocopiò parte del rapporto per poi diffonderlo ai giornalisti, prima del New York Times, poi del Washington Post, dopo che il primo era stato diffidato dal pubblicare nuovi documenti per effetto di un’ingiunzione di un giudice federale.

The Post racconta proprio quelle vicende, già oggetto di un documentario del 2009 (The Most Dangerous Man in America: Daniel Ellsberg and the Pentagon Papers) candidato all’Oscar nella relativa categoria, così come quello di Spielberg è candidato per il miglior film (invero, sembra potersi dire, con scarse possibilità di vittoria).

L’opera è un omaggio alla libertà di stampa e dunque, di fatto, ad una delle essenze della democrazia. Perché degli Stati Uniti si può dire tutto, ma non che sia una Nazione che si piega davanti ai potenti di turno, e la vicenda dei Pentagon Papers lo dimostra chiaramente: un giornale secondario, ancora a conduzione familiare, come era il Washington Post dei primi anni Settanta, decide di mettersi contro le istituzioni (e, soprattutto, contro uno squalo come Nixon), rischiando grosso pur di far conoscere la verità ai cittadini.

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Nixon fu toccato relativamente dallo scandalo, che coinvolgeva esclusivamente le amministrazioni precedenti, tre su quattro peraltro di esponenti del rivale Partito Democratico. Di certo, però, la questione dei Papers gli comportava non pochi problemi nella gestione della spinosa questione della guerra in Vietnam, sempre più invisa alla popolazione. Senza contare che si metteva alla berlina lo stesso ruolo e il prestigio dell’istituzione della presidenza, oltre a crearsi un precedente pericoloso di pubblicazione di documenti coperti dal segreto di Stato. Eppure la Corte Suprema diede ragione agli editori e alla sacralità della libertà di stampa, facendo andare su tutte le furie Nixon e portandolo in seguito a commettere delle imprudenze per assecondare il suo maniacale desiderio di tenere tutto e tutti sotto controllo, fino a farsi beccare con le mani nel sacco nell’affaire Watergate.

Il film, come si evince fin dal titolo, si concentra in particolare sulle vicende che riguardano il Washington Post, il giornale che più apertamente sfidò le istituzioni pubblicando i documenti dopo che il New York Times era già stato raggiunto dall’ingiunzione. Il Post, peraltro, era in una posizione – economica e non solo – sicuramente subordinata rispetto al quotidiano della Grande mela, vista la sua natura di testata locale, di importanza secondaria nel panorama nazionale e ancorato ad una gestione familiare che soltanto allora iniziava ad aprirsi al mercato, con la quotazione in borsa che avveniva proprio in quel periodo e che sarebbe stata posta a repentaglio dall’eventuale messa in stato d’accusa dei suoi vertici per i fatti relativi ai Papers.

Ecco perché centrali all’interno della pellicola diventano i personaggi e il ruolo di coloro che presero la difficile decisione di pubblicare quei documenti: il direttore del giornale Ben Bradlee (un ottimo Tom Hanks), ma soprattutto l’editrice Kay Graham, una Meryl Streep che si conferma tra le più grandi attrici della storia del cinema conquistando la sua ventunesima nomination all’Oscar, record assoluto sia per la categoria femminile che per quella maschile. La Streep riesce ad essere straordinaria anche quando non parla, come nella emblematica scena del consiglio di amministrazione in cui non riesce a dire la sua sul progetto di quotazione in borsa, rimanendo bloccata, subito soccorsa dal presidente del board Fritz Beebe.

The-Post 2

Spielberg adotta una regia dinamica, con una macchina da presa molto mobile, che si esalta nelle sequenze girate all’interno della redazione del Post, dove la steadicam si muove freneticamente, talvolta in piani sequenza non eccessivamente impegnativi ma efficaci. Il regista evita quasi del tutto i primi piani, se non in qualche rara occasione e in tali casi introducendoli con il consueto movimento di macchina in avvicinamento che è ormai un suo marchio di fabbrica. Non mancano alcune idee degne di nota, come nella scena che raffigura il momento in cui scatta il fatidico e definitivo ordine di dare il via alle stampe: la pressione del tasto che aziona le rotative (e che consente a Spielberg di dilettarsi in alcune sequenze di riproduzione tecnica che rimandano all’Ejzenstejn di Sciopero! piuttosto che al Chaplin di Tempi moderni) dà luogo ad alcune vibrazioni nell’edificio che vengono estremizzate fino a farle sembrare un evento sismico, con evidente richiamo metaforico al terremoto che quella pubblicazione avrebbe provocato.

La fotografia di Janusz Kamiński (che segue Spielberg da ormai oltre vent’anni e che è stato cinematographer del regista dell’Ohio per oltre metà dei suoi film) è eccellente soprattutto nella prima parte della pellicola, in particolare nella sequenza introduttiva che ci mostra uno scontro a fuoco tra i marines e i Vietcong con splendide tonalità insature.

Altro collaboratore storico di Spielberg (ancor più di Kamiński) è il leggendario John Williams, che compone una discreta colonna sonora (l’ennesima per un film del regista di Cincinnati, per il quale ha collaborato finora in 28 dei suoi 32 film), che soltanto nel finale straborda dalla sua funzione accompagnatoria, mantenuta fino a quel momento, finendo per sovrapporsi incautamente con la narrazione.

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The Post (2017, USA, 115 min)

Regia: Steven Spielberg

Sceneggiatura: Liz Hannah, Josh Singer

Fotografia: Janusz Kamiński

Musiche: John Williams

Interpreti principali: Meryl Streep (Kay Graham), Tom Hanks (Ben Bradlee), Sarah Paulson (Tony Bradlee), Bob Odenkirk (Ben Bagdikian), Tracy Letts (Fritz Beebe), Bradley Whitford (Arthur Parsons), Bruce Greenwood (Robert McNamara)

13 pensieri riguardo “Speciale Oscar 2018: The Post, di Steven Spielberg

  1. Io l’ho trovato stupendo, ma mi sa che Spielberg non lo fanno vincere più, è considerato un po’ ovunque “fuori moda”. Uno dei più bei film giornalistici degli ultimi tempi, per me superiore al caso Spotlight (che pure mi era piaciuto un sacco).

    1. anch’io l’ho trovato un buon film, anche se, devo dire, non credo vincerà l’Oscar perché lo trovo comunque inferiore ad altri candidati (uno su tutti, il Tre manifesti)…
      Spielberg fuori moda… può essere… sicuramente con questo film non fa nulla per non sembrarlo… ma io aspetterei l’uscita (imminente) di Ready Player One per dirlo, perché visto il genere e il target cui si rivolge, il buon Steven potrà svecchiarsi con uno schiocco di dita…
      c’è da dire che in questo film non c’è praticamente nulla fuori posto, se non l’unica cosa che ho (leggermente) criticato, la gestione della parte finale da parte di John Williams, che del resto non è che può sempre sfornare colonne sonore capolavoro!

      1. uuhhh vero, aspetto anche io tantissimo Ready Player One! Sarà nettare per i nerd!!! 😀

  2. Un gran bel film, dico davvero. A parte la bravura del cast (Meryl è sempre grande) mi affascina la ricostruzione “archeologica” del giornalismo di allora: macchine da scrivere, rotative, il materiale cartaceo che viaggia sul sedile dell’aereo per Washington (oggi verrebbe scannerizzato e spedito via e-mail… ma così sono capaci tutti!)

    1. sono d’accordo…
      del resto che Spielberg abbia voluto omaggiare Alan J. Pakula e il suo Tutti gli uomini del presidente è sotto gli occhi di tutti e i vari richiami vintage sono (oltre che dovuti per l’ambientazione negli anni Settanta) un’ideale omaggio a quel film…
      un po’ come per riconoscere a Pakula il fatto di essere stato un maestro del cinema politico americano di quegli anni…
      quando Spielberg girava lo Squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo, film di puro entertainment, per quanto fondamentali (o per meglio dire rivoluzionari) nei rispettivi generi, Pakula aveva del resto già completato la trilogia della paranoia, di cui All the President’s Men era il capitolo finale…

    1. Se ti piace Spielberg e anche la storia e/o il giornalismo vai su questo, altrimenti tra poche settimane uscirà un altro film, sempre di Spielberg, di fantascienza e molto atteso, Ready Player One. Detto ciò, questo comunque merita. Ciao!

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