100 di questi Bergman: due film sull’amore e i suoi demoni

young ingmar_bergmanIl nostro viaggio alla scoperta dei demoni interiori di Bergman procede e va a intercettare nel catalogo MUBI due pellicole anni ’50, unite tra di loro per il fatto di avere la parola “amore” nel titolo: si tratta del film drammatico Un’estate d’amore (Sommarlek) del 1951 e della commedia Una lezione d’amore (En lektion i kärlek) del 1954. Tranquillizzatevi subito, con Ingmar il Tenebroso non c’è mai nulla di sdolcinato e ruffiano (per storie più felici rivolgersi a Hollywood, California); l’amore qui raccontato è tormentato, lacerato, diviso, sconfitto. Anche quando il tono è quello della commedia, non c’è mai troppo da star allegri…

sommarlek

UN’ESTATE D’AMORE (Sommarlek, 1951) racconta di una ballerina di danza classica, la bella Marie (Maj-Britt Nilsson), che un giorno riceve dietro le quinte un pacchetto misterioso contenente il diario personale del suo primo amore. Il passato riemerge con tutta la sua dolorosa forza, riportandola agli anni della spensierata gioventù e in particolare a quell’ estate magica passata su un’isola dove il tempo sembrava sospeso, in cui conobbe il giovane Henryk (Birger Malmsten) con il suo simpatico barboncino Bisticcio. Bergman mette il dito nella piaga dell’effimerità di quell’ amore giovane, bello, intenso da far quasi male, che sembrava infinito e indistruttibile. Lo specchio che confronta il presente e il passato di Marie è impietoso, ma ha il fascino di una poesia crepuscolare; straordinaria la sequenza dell’arrivo della donna in un’isola ormai disabitata, sferzata dal vento, fotografata in tutta la sua invernale mestizia dal grande Gunnar Fischer.

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Come tragiche figure premonitrici, gli adulti presenti sull’isola appesantiscono con il loro decadentismo l’aria trasognata di quell’estate d’amore: la vecchia zia Elisabeth (Renée Björling), che si aggira come un inquieto fantasma nella triste dimora, e soprattutto il mellifluo zio Erland (Georg Funkquist), ozioso esecutore del Chopin più umbratile, che attenta al candore della giovane Marie. Anche l’ambizione della ragazza, che sottrae tempo all’amore per dedicarsi allo studio della danza, sembra di ostacolo alla purezza incontaminata di quei giorni; la clessidra volge al termine, il fato sferra il suo colpo di coda mortale. Marie sarà condannata a una tristezza tanto profonda e viscerale da sfociare in una incomprensibile (freudiana) piccola felicità, schiava del suo piccolo mondo spietato, quello della danza. Ma anche questa oasi ha i suoi giorni contati, come non mancherà di rinfacciarle il suo estroso maestro (Stig Olin); che cos’è la vita adulta se non un continuo rifugiarsi in piccoli mondi in distruzione? Sferzante Bergman, come una gelida pioggia invernale.

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UNA LEZIONE D’AMORE (En lektion i kärlek, 1954) mette in scena con i toni della commedia matrimoniale la crisi del rapporto tra il ginecologo David (Gunnar Björnstrand) e la moglie Marianne (la statuaria Eva Dahlbeck); casus belli la disinvolta e maliarda paziente Susanne (Yvonne Lombard) che ghermisce l’azzimato dottorino durante una visita, seducendolo nonostante l’iniziale ritrosia. La commedia si sviluppa alternando vari piani temporali con uno squisito gusto compositivo, mai pedissequamente consequenziale; la storia va avanti e torna indietro giocando con i flashback e un presente narrativo arduo a identificarsi. Anche i personaggi vengono svelati senza predisporre facili indizi chiarificatori, come l’identità della misteriosa viaggiatrice nello scompartimento del treno per Copenhagen; tutto appare disordinato, accendendo la curiosità e lo spirito d’indagine nello spettatore. C’è una delicata nuance erotica nelle intese uomo-donna – coppie scomponibili come nella miglior tradizione teatrale, in cui gioca il suo bel ruolo il wellesiano amico/amante interpretato da Åke Grönberg – in cui la gelosia serpeggia latente per poi esplodere a dirimere efficacemente le spinose questioni di cuore.

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Attorno al nocciolo nuziale della storia ruota la consueta famiglia “diversamente funzionale”: una figlia adolescente ribelle (Harriet Andersson, una delle muse bergmaniane) dall’incerta identità sessuale e una coppia di nonni abitudinari e rassicuranti, portatori dei più consolidati cliché della coppia felice: la tipica moglie che raccomanda al marito di mettere i mutandoni di lana e organizza ogni minuscolo aspetto del loro anniversario, il tipico buon marito che rifugge con buffi e innocui stratagemmi ai dettami della donna. Brioso ed elegante, sicuramente un film con una tesi meno cupa di altri, anche se di una positività decisamente relativa: la “lezione d’amore” che se ne può trarre è che la coppia fatalmente scoppia, nulla è incontaminabile, tuttavia in definitiva per quanto il matrimonio generi infelicità, c’è forse più infelicità al di fuori di esso.

 

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