Speciale Oscar 2018: Il filo nascosto, di Paul Thomas Anderson

il filo nascosto 1Per un’ora sembra quasi che lo spirito di James Ivory si sia impossessato di Paul Thomas Anderson, che decide di ambientare il suo ottavo lungometraggio in una Londra anni Cinquanta asettica e alto borghese, una comfort zone atipica e spiazzante. Poi il nostro esce alla scoperta, poco alla volta, in un climax totalmente controllato, che a tratti lascia credere di essere di fronte al più sofisticato dei sentimental thriller, o forse alla più cinica e raffinata storia d’amore di taglio classico. O forse ad entrambe le cose.

Se Shakespeare fosse vissuto ai nostri tempi (sempre che sia mai esistito) avrebbe probabilmente scritto una sceneggiatura come quella di Phantom Thread.

Siamo dunque nell’Inghilterra del secondo dopoguerra, nell’atelier del rinomato stilista Reynolds Woodcock, che insieme alla sorella Cyril gestisce una delle boutique di moda più celebrate d’Europa. La sua clientela spazia dalla high society londinese ai reali del Belgio.

Uomo tanto elegante quanto scontroso e burbero, Reynolds si innamora di una giovane cameriera di origini straniere, Alma, che entrerà nella sua vita in punta di piedi, inizialmente sopraffatta dalla personalità eccentrica del suo compagno, dalla sua totale, maniacale dedizione al lavoro. Soltanto in un modo potrà distoglierlo dai suoi lunatici pensieri, dal suo egoismo straripante.

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Con Phantom Thread P.T.A. decide di alzare l’asticella, inscatolando il suo ideale estetico dentro una confezione pressoché perfetta, esattamente come quella degli abiti disegnati dal protagonista di questa storia intensa e insieme sfuggente. Per farlo si affida – ancora una volta dopo Il petroliere – a quello che può essere considerato come uno dei tre o quattro migliori attori viventi, un Daniel Day-Lewis semplicemente eccezionale, tanto per cambiare. Uno che ti fa la differenza con uno sguardo lanciato da sopra l’occhiale calato sul naso. Eppure, quest’anno il fatto di essere un attore straordinario probabilmente non basterà per vincere l’Oscar, a fronte di un attore un po’ meno straordinario ma che ha fatto gli straordinari (Gary Oldman in Darkest Hour). Sia quel che sia, veder recitare Daniel Day-Lewis è sempre un piacere, per gli occhi e per le orecchie (qui, giocando in casa, può pure sfoggiare il suo avvolgente accento british). E sarebbe un peccato, se – come dichiarato dall’attore – questo dovesse essere davvero il suo ultimo film.

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A fianco del monumento Daniel Day-Lewis c’è, nei panni di Alma, l’ottima Vicky Krieps, giovane lussemburghese al suo primo ruolo importante. Un personaggio caratterizzato in maniera eccellente (al pari del protagonista), con quell’inglese imperfetto che risalta a fianco della pronuncia impeccabile di D.D.L.; con quel cinismo mascherato dietro un’apparente aura di rettitudine. Figura fondamentale di una donna che si lascia sottomettere, ma che al contempo ordisce la sua machiavellica trama per raggiungere il suo obiettivo. Con una punta di latente bovarismo: quel capriccio del ballo che dà modo al regista di dilettarsi in una sequenza decisamente poco canonica rispetto al resto della pellicola.

Nel ruolo di Cyril, la sorella dello stilista, una Lesley Manville essenziale ma efficace, anch’essa candidata all’Oscar (Best Supporting Actress). Modello di donna antitetica rispetto ad Alma (o forse no): fredda, razionale, impassibile.

La fotografia è curata dallo stesso P.T.A., cinematographer non accreditato, che a tratti esalta il candore dei costumi (c’è una certa insistenza diegetica sul bianco dei vestiti), mentre in altri frangenti mette in rilievo i colori generalmente freddi degli ambienti, dilettandosi peraltro in un interessante pseudo-viraggio in seppia nella sequenza della malattia di Reynolds, con Cyril che prende le redini della maison.

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La colonna sonora di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead alla sua quarta collaborazione con il regista, è splendidamente classica, con alternanza di pezzi per pianoforte e brani per archi, che diventano sinfonici nelle sequenze emotivamente più intense del film.

La pellicola corre per ben sei Oscar e potrebbe giocare qualche brutto tiro ai ben più accreditati concorrenti alla novantesima edizione degli Academy Awards: sui costumi è data per favorita (anche se la C.D.G.A., il sindacato dei costumisti americani, gli ha preferito qualche giorno fa The Shape of Water per il premio per i migliori costumi in un film storico); mentre in almeno altre due categorie (regia e colonna sonora) potrebbe riservare delle sorprese, da perfetta outsider. Ma attenzione anche alla candidatura principale, quella di miglior film, perché l’Academy ha già dimostrato che, quando ha voglia di stupire, nulla è impossibile. Tanto meno riconoscere che quella di P.T. Anderson potrebbe essere la miglior pellicola dell’anno che si è appena concluso.

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Phantom Thread (2017, USA, 130 min)

Regia e Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson

Musiche: Jonny Greenwood

Interpreti principali: Daniel Day-Lewis (Reynolds Woodcock), Lesley Manville (Cyril Woodcock), Vicky Krieps (Alma)

10 pensieri riguardo “Speciale Oscar 2018: Il filo nascosto, di Paul Thomas Anderson

    1. sì, guarda, questo è imperdibile, a mio avviso…
      ma devono piacere i film raffinati e un po’ sofisticati…
      diciamo che deve piacere P.T. Anderson…
      e comunque pare che sia l’ultimo di DDL, ma io spero torni sulla sua decisione…
      si era già ritirato dalle scene prima di Gangs of NY, poi ha cambiato idea, per fortuna… 😀

  1. Altro motivo per vederlo in lingua originale appena sarà possibile farlo, dunque: l’accento straniero di Alma è andato completamente perduto nella versione italiana.
    Ciò non toglie che, in qualunque lingua lo si guardi, Il filo nascosto sia un grandissimo film, sicuramente uno dei più belli visti in occasione della corsa agli Oscar!

    1. io in italiano non l’ho visto e dal trailer non ci avevo fatto caso (anche perché nel trailer Alma si sente parlare poco)…
      dunque mi confermi che è un ennesimo caso di “Lost in Translation”?
      perché sì, nel film Alma è un’immigrata dall’Europa centrale (l’attrice è lussemburghese ma nel film non mi sembra che si dica da dove arrivi)… non che la cosa sia fondamentale per la narrazione, però è un aspetto che si perde…

      1. Benché l’attrice sia del Lussemburgo, nel film non viene assolutamente fatta menzione del fatto che Alma non sia inglese.
        Anzi, durante il confronto “davanti agli asparagi”, per capirsi, lo spettatore italiano si trova davanti a una donna che effettivamente non sa come esprimersi al meglio e rimane perplesso visto che Alma, fino a quel momento, non aveva mostrato problemi linguistici di sorta… adesso non ricordo quale termine usi di preciso ma ricordo di aver alzato il sopracciglio a un certo punto, perché era una parola abbastanza infantile per descrivere l’atteggiamento di Woodcock.

      2. beh, devo dire che questo film non volevo rivederlo in italiano (perché non mi è piaciuto – per quel poco che ho sentito, ossia dal trailer – il doppiaggio di DDL)… però a questo punto mi hai messo la curiosità di farlo…
        anche perché, come ho già detto altrove, mi riservo di spendere la parola capolavoro per questo film dopo una seconda visione… e a questo punto la farò in versione doppiata… 😀

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