Al cinema: Ore 15:17 – Attacco al treno, di Clint Eastwood

ore 15 eastwood 1A memoria, credo che questo sia l’unico caso di un film per cui io possa dire che se fossi entrato al cinema un’ora dopo l’inizio della proiezione non avrei potuto che trarne giovamento.

Ma del resto bisognava capirlo fin dal titolo: Ore 15:17 – Attacco al treno. Una pellicola che narra di un attentato terroristico a un treno, sventato da gente che era lì per caso. Il problema è: si può costruire un film da (almeno) un’ora e mezza su un episodio simile? Per darsi una risposta bisogna vedere l’opera di Eastwood e tale risposta non può che essere: no, non si può. O almeno non si può nella maniera scelta dal regista.

Ma andiamo con ordine e ripartiamo proprio dal titolo, che lascia aperta un’ulteriore perplessità.

Il titolo in inglese, The 15:17 to Paris, sembrerebbe richiamare il western di Delmer Daves (poi rifatto da James Mangold) 3:10 to Yuma. In realtà il titolo è lo stesso dell’autobiografia su cui è basato il film (The 15:17 to Paris: The True Story of a Terrorist, a Train, and Three American Heroes) scritta da coloro che furono protagonisti di quelle vicende, i tre ragazzi americani che sventarono l’attentato, Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos, insieme allo scrittore Jeffrey E. Stern.

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Ora. Sembra chiaro come il titolo in italiano e quello in lingua originale abbiano due significati differenti. Quello in inglese significa “il treno delle 15 e 17 per Parigi” e c’è da dire che nelle maggiori lingue straniere è stato tradotto mantenendo questo significato (ad esempio in francese è Le 15h17 pour Paris). Il titolo in italiano, invece, per come è stato formulato ci dice che “15:17” è l’orario in cui si è verificato l’attacco. Verrebbe da credere alla versione in lingua originale, considerato che anche il libro è intitolato così e che solo in italiano si fa riferimento all’ora dell’attentato. Eppure, il fatto che Eastwood inquadri continuamente degli orologi nei momenti in cui il treno effettua le fermate intermedie, e che tali orari, al momento della partenza, non coincidano mai con le famose 15:17, fa pensare come forse, per una volta – caso che sarebbe più unico che raro – il titolo in italiano potrebbe essere più appropriato di quello originale. Non ho approfondito più di tanto la questione, anche perché mi sembra che averne parlato per un intero paragrafo sia già più che sufficiente, però chi fosse a conoscenza della versione esatta (fonti alla mano) farebbe un grosso servigio alla collettività se mi aiutasse a svelare l’arcano.

Detto ciò, il titolo in italiano, per l’appunto, è rivelativo del fatto che il film parlerà di una vicenda temporalmente limitata.

Il fatto che i protagonisti siano gente capitata lì per caso e non persone che si sono addestrate per mesi per una determinata azione, ancorché breve, è quello che differenzia un film come questo da uno che potrebbe essere ritenuto simile come Zero Dark Thirty (quello che racconta l’assalto al compound di Bin Laden in Pakistan e la sua cattura e uccisione, in una missione che è durata, anche in quel caso, pochi minuti, ma che aveva alle spalle mesi di preparativi, di operazioni di intelligence e di addestramento).

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Anche Sully, il precedente film di Eastwood, racconta un fatto realmente accaduto che si consuma in pochi minuti (come noto, l’ammaraggio di un aereo di linea sul fiume Hudson, dopo che lo stesso aveva avuto dei problemi alla partenza).

Non a caso Sully e The 15:17 to Paris, oltre ad essere gli ultimi due film girati dal regista (che con questo ha superato i 35 lungometraggi a soggetto) sono anche i più brevi della sua filmografia (rispettivamente, 96 e 94 minuti di durata).

Eppure, non si può negare come in Sully il regista californiano – che ormai va quasi per i novanta – abbia invece fatto un ottimo lavoro, innestando efficacemente nella stessa pellicola azione e legal thriller.

Alla fine, dunque, tutto si riduce ad un grosso problema di fondo: come riempire di contenuti un lungometraggio incentrato su un fatto di durata particolarmente esigua? In Sully Eastwood ha trovato la ricetta giusta. In The 15:17 to Paris, invece, semplicemente non ci è riuscito.

Il film – come ormai si sarà intuito e come è noto a chi lo ha visto o ne abbia anche soltanto sentito parlare – racconta la vera storia dell’attentato del 21 agosto 2015 progettato e messo in atto all’interno del TGV Thalys dal venticinquenne marocchino Ayoub El Khazzani. Il terrorista, armato di tutto punto, è stato bloccato e neutralizzato dai summenzionati tre americani (due dei quali erano militari in licenza), che si trovavano in giro per l’Europa per un viaggio di piacere.

I tre uomini – e qui sta la prima particolarità del film – sono interpretati da loro stessi, considerata la relativa vicinanza temporale delle vicende ricostruite e tenendo conto che Eastwood ha deciso – e in ciò gli va dato atto di aver avuto una buona intuizione – che nessuno meglio di loro avrebbe potuto assumere le parti dei protagonisti. Una cosa che è facile a dirsi, ma di sicuro non a farsi, soprattutto se hai a che fare con attori non professionisti che devono essere guidati passo passo, ancorché nel fare cose che conoscono alla perfezione perché le hanno vissute in prima persona. E in questo aspetto sta forse il maggior merito del regista, quello di aver saputo dirigere in maniera efficace tre ragazzi che non avevano mai recitato prima di allora, e che risultano decisamente convincenti nell’interpretare loro stessi (e si usa dire – anche per attori più navigati – che interpretare se stessi sia sempre particolarmente difficile).

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Ma torniamo al tema di come riempire i 90 e rotti minuti di pellicola.

Eastwood decide di raccontarci l’infanzia dei tre ragazzi, di come sono diventati amici e di come non fossero esattamente dei bambini prodigio (per usare un eufemismo, visto che ovviamente non c’è da fidarsi della ricostruzione, sicuramente edulcorata, propugnata dal film). Venti minuti devastanti, che sono seguiti da un’altra quarantina in cui si racconta della loro età adulta, della decisione di entrare nelle forze armate (per due dei tre) nonché di quella di effettuare tutti assieme un viaggio di piacere in Europa. Viaggio di cui ovviamente vengono mostrati tutti i dettagli, dalla sbirciata sotto la gonna dell’addetta alla reception dell’ostello di Roma, alle serate nei club tedeschi. E sennò come ci arrivi ai famosi 90 minuti?

La parte del viaggio ambientata in Italia (Roma e Venezia, ça va sans dire) è francamente stucchevole: al di là del clima da “Turisti per caso”, è davvero imbarazzante assistere ad interi minuti in cui i protagonisti si fanno selfie davanti a monumenti o a vere e proprie marchette nei confronti di hotel e ristoranti (quelli veneziani, in particolare, pubblicizzati in modo spudorato).

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Ecco allora che Eastwood prova a dare un tono alla pellicola inserendo la frase ad effetto, messa in bocca al rude Spencer Stone: “Non pensi mai che la vita ti sta spingendo verso qualcosa? Uno scopo più elevato?”. E qui la credibilità del film va a farsi benedire, perché tre ragazzoni come quelli, che d’un tratto diventano i Nietzsche della situazione, sono credibili come potrebbe esserlo Trump che si offre di andare a fare un mese di volontariato in una bidonville del Nicaragua.

Siamo dunque di fronte, largo circa, a settanta minuti di inutilità seguiti da venti di buon cinema. Perché dal momento in cui la pellicola si concentra sull’attacco al treno le cose iniziano a diventare interessanti: la regia si fa intensa e degna di nota (del resto Eastwood è sempre Eastwood), tanto da potersi anche perdonare il lungo inserto documentaristico del finale (la cerimonia di conferimento della Legion d’Onore da parte dell’ex Presidente francese Hollande, di cui si riportano le immagini d’archivio) e il minestrone patriottico finale, che in un film di Eastwood non può mancare.

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Vero che questo film va ad innestarsi in quella che a tutti gli effetti è pronta ad assumere la connotazione di una trilogia, ed in particolare di una trilogia sull’eroismo, sull’American Hero. Ma è anche vero che degli ultimi tre lungometraggi di Eastwood, questo è probabilmente il peggiore, quello in cui il tema dell’eroe viene affrontato nella maniera meno convincente in assoluto: se Eastwood aveva intenzione di dipingere l’affresco di una moderna teoria del fatalismo poteva farlo decisamente meglio.

Forse – anzi, sicuramente – il regista voleva creare uno spottone dell’eroismo a stelle e strisce, dicendo sostanzialmente che in chiunque si può annidare un eroe, anche in coloro che rivestono una condizione appena superiore a quella dell’uomo medio: colui che andava male a scuola; colui che si è arruolato nell’esercito perché non sapeva, altrimenti, come tirare a campare; colui che passa il tempo libero sul divano, davanti alla tv via cavo, lattina di birra alla mano, per intenderci. Forse voleva proprio dirci ciò, ma con questa sua opera sembra che Eastwood abbia più che altro costruito un (probabilmente) innecessario biopic di tre eroi-loro-malgrado (assistiti, peraltro, da una discreta dose di buona sorte).

Insomma, tornando alla frase di apertura, non preoccupatevi se arriverete al cinema in ritardo. Anzi, se vi capita di entrare un’ora dopo che il film è iniziato, forse potrebbe essere persino meglio.

___

The 15:17 to Paris (2018, USA, 94 min)

Regia: Clint Eastwood

Soggetto: Jeffrey E. Stern, Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos

Sceneggiatura: Dorothy Blyskal

Fotografia: Tom Stern

Musiche: Christian Jacob

Interpreti principali: Spencer Stone (se stesso), Anthony Sadler (se stesso), Alek Skarlatos (se stesso)

24 pensieri riguardo “Al cinema: Ore 15:17 – Attacco al treno, di Clint Eastwood

  1. Ho letto solo l’ultima frase, ho sentito parlare in modo disastroso di questo film, ma siccome devo ancora vederlo, prometto di ripassare dopo la visione, Clint si guarda, sempre e comunque, almeno sono già pronto a tutto. Cheers!

  2. Sono anche io del parere che Clint si guarda a prescindere, ma in effetti ci sono film in cui scade un bel po’. American Sniper è uno di quelli. E questo mi sa tanto di qualcosa di pure peggio… Boh forse lo vedrò

  3. Recensione molto interessante. Ero indecisa se andarlo a vedere ma non credo lo farò, con tutta probabilità ci sono film più interessanti in sala in questo periodo ☺️ tipo Lady Bird, che ancora devo vedere

  4. Penso che a questo punto non lo vedrò nonostante i venti minuti buoni, se proprio devo affrontare Eastwood, che già per me è una fatica, cercherò almeno di sceglierne uno che non mi faccia digrignare i denti più del necessario per quaranta minuti 🙂

    1. esiste esiste (purtroppo, perché in effetti è bruttissimo come termine)…
      è colpa della mia deformazione professionale da giurista, che mi accompagna spesso quando scrivo e da cui non mi riesco a liberare facilmente 😉

      1. ammiro la tua costanza nei confronti delle visioni in lingua originale!!
        io l’ho visto doppiato questo, ma devo dire che il doppiaggio era l’ultimo dei problemi 😀

      2. In tutti i film ci sono i sottotitoli in italiano, e non mi pesa seguire così. Qualcosa imparo, poco, ma qualcosa

      3. no ma fai benissimo! è sicuramente il modo migliore per vedere i film, ma non tutti ne hanno voglia… per questo ho detto che ammiro la tua costanza! 😉

  5. Non lo vedrò, ma non ne hai colpa. Clint non mi fa impazzire: Sully era un buon film, vedibile e godibile, ma non all’altezza di alcuni suoi precedenti, almeno secondo me.
    C’è di meglio nelle sale! 😌

    1. Quello è poco ma sicuro, soprattutto in questi mesi!! Su Sully sono d’accordo: bel film ma non tale da entrare tra i primi 5 di Eastwood. Certo però che se paragonato a questo, Sully è un filmone 😉😉

Commenti

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