Speciale Oscar 2018: Lady Bird, di Greta Gerwig

lady birdLo sapevo che andava a finire così: l’ultimo arrivato (in Italia), il più piccolo e probabilmente il meno titolato a vincere la statuetta come miglior film, è quello che ho amato di più. No, tranquilli, non vi dirò di puntare su questo cavallo, so bene che la mia è pura infatuazione e non credo di avere così tanti argomenti per convincervi. Per molti è un filmetto “radical chic”, per altri è tutt’al più un film carino, del tipo “che ci sta a fare in mezzo a quei giganti“, per altri ancora non è altro che la quota rosa avanzata dall’Academy. Per me Lady Bird è la consacrazione di una brillante donna di cinema, Greta Gerwig; la prova definitiva di un’attrice che amo molto, Saoirse Ronan; la controprova che Lucas Hedges è un talento in sorprendente evoluzione, ingiustamente adombrato dal divo del momento Timothée Chalamet.

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Si fa presto a dire New York. Greta Gerwig ci aveva raccontato i tormenti di giovani donne che cercano il loro posto nella Grande Mela prima con Frances Ha (2012) poi con Mistress America (2015), entrambi girati da Noah Baumbach ma da lei splendidamente scritti e interpretati. Ora, con il suo limpido esordio alla regia, la bella Greta risale le correnti del tempo e ci racconta i primi tentativi di volo fuori dal nido di una di queste hometown girls; uno sguardo chiaramente autobiografico ci porta alla comunità cattolica di Sacramento (nomen omen), California. I tempi cambiano, l’Ovest non è più una meta agognata, ma una complicata trappola affettiva; un po’ di rabbia giovanile mai troppo invelenita spinge l’adolescente Christine “Lady Bird” fuori dagli abbracci materni, dagli schemi preimpostati, dalla morale cattolica (un mondo che intelligentemente la Gerwig non mette banalmente alla berlina, mostrandone anche il lato umano e simpatico). La sua autodeterminazione inizia con il volersi dare un nome nuovo, Lady Bird appunto, scelta che non viene mai spiegata, quasi per una sorta di macguffin onomastico. Pur nella continua ricerca del lato comico che alleggerisce il contesto, il racconto delle strenue strategie di allontanamento di Lady Bird dalle “insopportabili sicurezze” porta in seno un dramma autentico. Saoirse Ronan, attrice che a me dà l’impressione di essere sempre a un passo dall’affermazione, conferisce alla sua adolescente – tardiva ma credibilissima – un piglio da weird loser che non si accontenta del suo status ma non si vergogna di sè. Una ragazzina dai capelli rosa (con ricrescita) che contesta e ama sua madre, molto ben interpretata da Laurie Metcalf (con alcune sfumature che ricordano la dolaniana Anne Dorval di J’ai tué ma mère), candidata all’Oscar come attrice non protagonista (categoria in cui pare che la vincitrice predestinata sia Allison Janney in I, Tonya).

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Il rapporto madre-figlia è il fulcro e l’emblema di questa storia, un conflitto di personalità spigolose ben bilanciato dal tipico papà bonaccione e comprensivo (bravo Tracy Letts), a cui si affianca il rapporto con la miglior amica, la rotondetta sfigata Julie (eccezionale Beanie Feldstein, nome da tener d’occhio). Il gioco dei rapporti tra i vari personaggi rientra in uno schema consolidatissimo da college movie, in cui c’è spazio anche per la reginetta della scuola, il bel tenebroso (Timothée Chalamet) e il fidanzatino complessato, un rosso irlandese cattolico doc: qui rimarco la grande crescita professionale di Lucas Hedges, presente in due dei miei film preferiti più recenti (è il nipote di Casey Affleck in Manchester by the sea e il figlio della McDormand in Tre manifesti a Ebbing Missouri), volto naturale e simpatico che diventerà grande se però saprà liberarsi prima o poi dai panni del bravo ragazzo. L’amalgama tra attori è perfetta e procede fluida tra le varie piccole intuizioni della Gerwig, la quale si conferma un talento della scrittura prima che della regia, un disseminarsi di memorabilia e tributi di un passato non troppo lontano (un 2002 ancora sconvolto dall’11 settembre) con un aggancio alle commedie nostalgiche alleniane, private dei motivetti jazzy per liberare le note della scena indie, asciugate dagli irraggiungibili dialoghi cerebrali e nevrotici per dar spazio a sceneggiate e confidenze ben più ruspanti.

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Già, si fa presto a dire New York ma alla fine tutto termina lì, sbucando con le valigione fuori dall’imbocco della metropolitana; New York è il polo d’attrazione, la liberazione dai laccioli nativi, anche se ambientarsi non è affatto facile come sembrava, anche se del passato in fondo non ci si libera mai. Anzi, è proprio il passato che Lady Bird cerca appena approdata rocambolescamente alla sua nuova vita, tornando per un attimo a essere Christine; il cerchio si chiude, torniamo a quella strada che porta a Sacramento ad ascoltare commossi l’audiobook di Furore di Steinbeck, la più grande epopea americana degli spaesati. Ma il mondo è là fuori e Lady Bird ora è pronta ad affrontarlo; a noi non restano che i titoli di coda, mannaggia al minutaggio.

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Lady Bird (2017, USA, 94 min)

Regia e sceneggiatura: Greta Gerwig

Fotografia: Sam Levy

Musiche: Jon Brion

Interpreti principali: Saoirse Ronan (Christine “Lady Bird” McPherson), Laurie Metcalf (Marion McPherson), Tracy Letts (Larry McPherson), Lucas Hedges (Danny), Timothée Chalamet (Kyle), Beanie Feldstein (Julie)

8 pensieri riguardo “Speciale Oscar 2018: Lady Bird, di Greta Gerwig

  1. Io sono della brigata “tutt’al più carino” anche se nella fattispecie le tue analisi sono precise e molto condivisibili! Anche a me è piaciuta tanto la Metcalf, seguiamola con un binocolo!
    Kalos

  2. grandissima recensione, anche se, ad essere onesto, questo è il film che mi è piaciuto di meno dei nove… non so, non mi ha fatto scattare la scintilla, nonostante ne abbia apprezzato vari aspetti, dalla sceneggiatura sicuramente interessante al carattere profondamente indie…
    attori tutti di gran livello: condivido il fatto che Lucas Hedges sia un giovane di buone speranze, ma anch’io come te, almeno mi sembra di capire, lo vedo troppo schiacciato su un certo tipo di personaggio da cui non riesce ad emanciparsi…
    a mio avviso per la sua definitiva consacrazione servirà una (eccellente) prova da protagonista ed in un ruolo completamente diverso (come del resto hai sottolineato anche tu), altrimenti il rischio è che col tempo diventerà soltanto un ottimo caratterista per un certo tipo di parti…

  3. Hai descritto le sensazioni che ti ha dato con onestà e passione. Ho amato Mistress America e mi piacciono questi film di un’America a noi poco conosciuta, più “ruspante”. Forse non è il capolavoro imprescindibile e non macinerà ricchi premi e cotillon, ma il migliore premio è ciò che il film riesce a trasmettere allo spettatore. E dalla tua recensione è evidente che abbia cose da dire. Non so quando riuscirò a vederlo (non al cinema che per me è diventato evento raro) ma lo inserisco nella lista da vedere.Grazie.

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