Al cinema: Quello che non so di lei, di Roman Polanski

53905Chiunque abbia mai provato a dare forma e sostanza a un’idea mettendola su carta sa quanto possa essere angosciante quella piccola linea verticale che lampeggia in cima a un pagina impietosamente bianca. Il lavoro dell’artista, del demiurgo che cerca di dare vita a un mondo a partire da una propria visione, è al centro di infiniti racconti al cinema e nella letteratura, in una tradizione narrativa e introspettiva che dimostra una continua vitalità fuori dal comune in un mondo dove ogni idea sembra immediatamente già vecchia e usurata, dimostrando il fascino generato da un mistero, quello del processo creativo, che molti autori, prima o poi, finiscono per affrontare: a questo giro tocca a Roman Polanski con Quello Che Non So Di Lei, un complesso dramma che prende le mosse proprio da un’atroce sindrome da blocco dello scrittore.

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Delphine (Emmanuelle Seigner) è una scrittrice reduce da un ultimo romanzo che ha avuto un successo clamoroso ma che l’ha lasciata apparentemente prosciugata da ogni energia creativa. Ad apparirle come deus-ex-machina è Lei (Elle in versione originale, interpretata da Eva Green), una donna avvolta dal mistero che si introduce progressivamente nella vita della scrittrice assumendone lentamente il controllo fino a rendere Delphine completamente sottomessa al suo volere. Una storia che si presenta, sulla carta, decisamente molto convenzionale e apparentemente già vista, ma che riesce tuttavia ad assumere una sua precisa identità grazie al lavoro della regia e delle attrici protagoniste, capaci di salvare una sceneggiatura non sempre eccellente firmata da Olivier Assayas, già autore del simile, ma ben più riuscito, Personal Shopper.

A saltare immediatamente agli occhi è la ricchezza tematica con cui Polanski ha cercato di caratterizzare la sua opera. Il tema del processo artistico e creativo si lega indissolubilmente con quello del doppio e del trauma conseguente all’analisi di un passato che continua a perseguitare come uno spettro le due protagoniste, legate da catene invisibili che non sembrano avere la forza di spezzare; a questo si aggiunge il dramma umano di due donne disperatamente sole e una linea narrativa thriller incentrata sulla sottomissione fisica e psicologica di Delphine a Lei, e l’ossessione di Assayas per la tecnologia come ricettacolo delle nostre vite e mezzo di comunicazione che trascende la realtà fisica per metterci in contatto con realtà altre o con il nostro io nascosto. Un copione molto denso, quindi, che però non sempre riesce a integrare perfettamente le sue parti risultando un pastiche maldestramente confezionato piuttosto che un progetto originale coerente e coeso; il difetto principale della scrittura è riscontrabile nel finale del film, che termina senza alcun climax e senza chiudere in maniera soddisfacente nessuna delle molte linee narrative aperte nel corso della narrazione, lasciando la sensazione di aver tralasciato diverse pagine della sceneggiatura durante la fase delle riprese.

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Il tema del doppio è sicuramente il più affascinante nella sua ambiguità. Delphine e Lei danno vita a una coppia di personaggi femminili che trovano una propria dimensione solo rispecchiandosi l’una nell’altra in un gioco di specchi deformanti in cui la realtà sembra smarrirsi e trasfigurarsi sempre di più. Lei, sirena e vampiro allo stesso tempo, seduce Delphine in un momento di debolezza, e procede infaticabile ad appropriarsi di porzioni sempre più ampie della sua vita, arrivando perfino a proporle di impersonarla in pubblico. Dal canto suo, invece, Delphine si rende conto dell’enorme potenziale che hanno le storie raccontate dall’amica sulla sua vita, e inizia a incoraggiare confidenze e rivelazioni con l’unico scopo di usarle come materiale narrativo. Due persone che, immerse nella loro solitudine, finiscono lentamente per nutrirsi l’una dell’altra consumandosi segretamente a vicenda in un processo che è autodistruttivo e creativo allo stesso tempo. Un peccato, date le interessanti premesse, che questa linea narrativa non sia esplorata fino in fondo, perdendosi, nella seconda parte, in una trama molto più grossolanamente thriller che si ferma su un livello tristemente superficiale già abbondantemente esplorato altrove con risultati decisamente migliori.

Lei è il vero fulcro su cui si regge Quello Che Non So Di Lei. Interpretata in modo impeccabile da Eva Green, che torna al suo ruolo più iconico, quello di femme fatale, Lei è avvolta da un mistero impenetrabile che non viene mai svelato: priva di presente, passato e futuro, è una figura che si appropria delle vite altrui scrivendole e rinunciando quindi a sperimentarne una originale e personale, fino a cercare di assumere l’identità di Delphine per sopperire alla mancanza della propria. Priva anche di un nome e di alcun seppur minimo contatto umano al di fuori di quello che stringe con la protagonista, Lei è più simile a un fantasma che a una persona, aprendo alla possibilità che si tratti esclusivamente di un’illusione generata dalla mente stressata e sovreccitata di Delphine, un’identità nella quale sparire e nascondersi per sfuggire alle invadenti attenzioni dovute al suo ultimo successo.

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Non è un caso, quindi, che Quello Che Non So Di Lei appaia come un film decisamente sinistro e inquietante, che semina indizi solo per disattendere qualsiasi aspettativa e soffoca lo spettatore grazie alle claustrofobiche ambientazioni e all’eccellente colonna sonora di Alexandre Desplat, che sembra ispirarsi, per alcuni brani, a sonorità tipiche del cinema di Hitchcock, un autore dal quale Polanski sembra essersi lasciato pesantemente influenzare. Il risultato, tuttavia, non è altrettanto brillante, e nonostante le ottime premesse Quello Che Non So Di Lei risulta un film a tratti noioso che spicca solo per le eccezionali prove delle sue attrici protagoniste, che si destreggiano all’interno di un copione confuso e in più parti inverosimile e ridicolo. Un lavoro riuscito solo a metà che avrebbe potuto, e dovuto, offrire molto di più.

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D’après une histoire vraie (2017, Francia, 110 minuti)

Regia: Roman Polanski

Soggetto: Delphine de Vigan

Sceneggiatura: Olivier Assayas, Roman Polanski

Fotografia: Pawel Edelman

Musiche: Alexandre Desplat

Interpreti principali: Emmanuelle Seigner (Delphine Dayrieux), Eva Green (Elle), Vincent Pérez (François)

13 pensieri riguardo “Al cinema: Quello che non so di lei, di Roman Polanski

  1. E’ in giorni come questi che io mi chiedo – con una certa curiosità – dove siano finite le fighette moscie del politacally correct che ogni tanto si ergono a fare la lezioncina di moralità a Roman Polanski. E’ in giorni come questo che apprezzo il loro silenzio.

    1. senza voler fare polemiche, ma non ho capito se il riferimento della tua osservazione sia a questa recensione…
      perché mi sembra che la critica a questo film muova da un profilo strettamente stilistico-narrativo, non di certo morale…
      se invece ti riferivi ad altri, ti prego di perdonare il malinteso…

    2. Guarda, io credo, e immagino non sia una posizione universalmente condivisa, che in una certa misura l’autore e l’opera vadano giudicati separatamente, per cui un’opera di ingegno non perde il suo valore se anche proviene da un essere umano deprecabile. Spero di aver interpretato correttamente il tuo commento

      1. Esatto, io ritengo che l’autore e l’opera vadano sempre giudicati separatamente. Come è sempre avvenuto. Solo da qualche anno è venuta fuori questa strana moda di mescolare le due valutazioni. Spero sia una moda passeggera.

      2. Non credo si tratti di una moda, ma di un modo, valido come un altro, di giudicare le opere d’ingegno, visto che sono convinto che un artista, nelle sue opere, parli anche sempre un po’ di sè. Io cerco di considerare la loro vita e la loro arte separatamente, ma penso che fare il contrario sia ugualmente valido e altrettanto necessario. Non so se mi spiego o se mi sto attorcigliando su me stesso.

    1. Sono d’accordo, e hai fatto bene perchè alcuni spoiler qua e là ci sono. Torna a farci sapere cosa ne pensi quando l’hai visto, mi sembra possa essere un film potenzialmente molto divisivo!

  2. Ottimo inizio, Daniele! Recensione completa e esauriente 🙂
    Polanski è il regista che più di chiunque altro è riuscito con i suoi film a inquietarmi. Ma il sentore di un suo inesorabile autunno mi era già arrivato leggendo un po’ in giro di questo suo ultimo lavoro…

  3. Polanski a me di solito piace. Di solito. Ogni tanto invece no. Già il mio sesto senso cinematografico mi aveva avvertita installandomi dubbi su questo film, ora la tua recensione mi conferma i sospetti. Se poi ci metti che non sopporto la Seigner né i finali troppo “aperti”…

  4. Sto pregustando questo film. Ho da parte il romanzo originale ma prima voglio vedermi il film, perché se leggo prima il libro poi l’opera mi Roman mi sembrerebbe un riassuntino. Adoro le storie di romanzieri, di autori in lotta con i personaggi e viceversa, quindi non vedo l’ora di gustarmi sia film che romanzo 😉

    1. Anche a me piacciono tanto, le storie che esplorano come un libro, un film o una musics vengono alla luce le trovo sempre molto affascinanti! Anche per questo mi aspettavo grandi cose da The Disaster Artist, che si è rivelato poi una delusione.

    1. Eh, bella domanda. Come rispondevo anche a Cigarafterten, qui sopra, io cerco sempre di mantenere distinto il giudizio su un artista da quello sulla sua opera. In questo caso credo che Polanski sia (soprattutto sia stato) un grande regista, per quanto non abbia ancora visto tutti i suoi film; basti pensare
      che con Rosemary’s Baby ha rivoluzionato il genere horror portandolo nella contemporaneità, insieme a Romero con La Notte dei Morti Viventi.

      Sul lato umano non si può negare che si sia macchiato di un crimine assolutamente deprecabile e che, consapevole del peso che il suo nome ha, abbia sfruttato la sua fama per evitare di pagarne il prezzo. Per cui direi, grande artista, pessimo essere umano.

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