Al cinema: A Quiet Place – Un posto tranquillo, di John Krasinski

7aquietplace201800_450E’ difficile, ormai, trovare nuovi modi in cui declinare il monster movie. Alla ricerca di un’originalità sempre più ardua da raggiungere nel cinema horror, John Krasinski quadra il suo cerchio inventandosi un accorgimento stilistico che influenza pesantemente anche la narrazione del film: tutta l’azione dovrà svolgersi in un silenzio il più possibile assoluto. Prende così forma A Quiet Place, un horror decisamente atipico che rinuncia a un elemento, quello sonoro, che fin dalla nascita del genere ha contribuito a decretarne il successo. O forse no? Perché in fin dei conti, A Quiet Place non è un film muto, e non rinuncia ai jumpscare o ai rumori inquietanti. Quindi dove è posto il filo del rasoio su cui è costretto a camminare? Semplice: la parola chiave è tensione.

Il film inizia improvvisamente, senza alcuna introduzione, circa un anno e mezzo dopo l’arrivo di creature mostruose, cieche e bestiali, che attaccano e uccidono attratte dal rumore, un comportamento ferino e primordiale che rende i mostri di A Quiet Place decisamente plausibili e verosimili. Protagonista è invece la famiglia Abbott, che non solo lotta quotidianamente per sfuggire ai mostri, ma ha anche un neonato in arrivo: proprio su questo evento si concentra la trama del film, ambientato principalmente durante la lunga notte in cui Evelyn Abbott (Emily Blunt) deve dare alla luce il suo ultimo figlio mentre i mostri sono attirati inesorabilmente verso la fattoria dove vivono.

Krasinski dimostra di aver compreso perfettamente le regole della tensione e della suspance, e di essere notevolmente dotato quando si tratta di metterle in pratica. Per prima cosa, Krasinski sceglie di non spiegare: seguendo una certa logica, in un film dove nessuno parla anche la sceneggiatura decide di tacere, e lascia nel vago tutti i dettagli che, al contrario, potrebbero essere considerati fondamentali per la costruzione di una storia soddisfacente, come l’origine dei mostri o la presenza di altri nuclei umani, la cui esistenza è solo accennata. Allo stesso modo (Ridley Scott maestro di vita) anche i mostri vengono quasi tenuti celati per la maggior parte del film, mostrandocene solo dei dettagli o in movimento talmente veloce da rendere impossibile coglierne la fisionomia. Quando infine si palesano in tutta la loro gloria, tuttavia, dimostrano un design piuttosto derivativo, in cui spicca solo il bellissimo dettaglio dell’orecchio, enorme e incredibilmente dettagliato.

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Unica regola, quindi, il silenzio. Su quest’unico elemento il film costruisce tutta la suspance, che avvolge efficacemente lo spettatore sfruttando il potere quasi ipnotico che il silenzio possiede, immergendo i propri personaggi in una quiete che somiglia più all’allerta silenziosa di un coniglio che fiuta il predatore piuttosto che a un’autentica pace. I sussurri e i bisbigli con cui avvengono le conversazioni fanno risaltare ancora di più la natura ovattata dei rumori, tali da sembrare una bestemmia, quasi, nel momento in cui invece esplodono con tutta la loro forza. Il silenzio costruisce quindi una sorta di prigione intorno alla famiglia Abbott, intrappolata in una gabbia autoimposta di movimenti misurati e parole sussurrate, emozioni represse e circospezione continua per evitare qualsiasi possibile, seppur minimo, suono. Il risultato è un film teso come la corda di un violino, che spinge anche lo spettatore a stare sempre con l’orecchio teso e a sussultare ogni volta che il silenzio viene rotto; un’immedesimazione totale in una storia sinistra e angosciante da cui non sembra esserci possibilità di fuga.

Se la tensione è costruita in modo magistrale, però, dall’altro lato si assiste, nel corso di A Quiet Place, a un tale numero di leggerezze inserite nella sceneggiatura tale da richiedere un’altissimo livello di sospensione dell’incredulità per portare a termine la visione. A fronte di un’attentissima risoluzione dei problemi principali che coinvolgono gli Abbott, infatti, i piccoli contrattempi o gli avvenimenti minori risultano spesso trascurati; ad esempio, viene ordito un piano articolatissimo per far nascere il bambino di Evelyn e impedire che i mostri ne sentano il pianto, ma in un anno e mezzo nessuno ha mai pensato di sistemare la scala per non farla scricchiolare. Se da un lato questo esempio in particolare può essere giustificato dalla portata uditiva dei mostri, che non percepiscono suoni troppo lievi, dall’altro questa soluzione finisce per smorzare il pericolo costituito dalle creature e rendere sproporzionate altre soluzioni adottate, come giocare a Monopoli con pedine di stoffa. Piccolezze, certo, ma che in un film basato su un’unica regola fondamentale risaltano maggiormente e fanno la differenza tra una sceneggiatura ottimamente scritta e una meno raffinata.

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Una sceneggiatura che non riesce a impedirsi di imporre ai suoi personaggi una serie di azioni semplicemente inverosimili, come non accorgersi che la cantina in cui ti trovi si sta allagando e sollevare una persona immersa nel mais con la sola forza del tuo braccio, per tacere del parto più veloce del mondo e del comportamento quantomeno ambiguo dei mostri. Presentati inizialmente come bestie attirate dai rumori, le creature di A Quiet Place si dimostrano in grado di aprire porte e salire o scendere educatamente le scale per raggiungere esattamente la fonte del suono che ha catturato la loro attenzione – oppure no, dal momento che verso il finale il mostro giunge alla casa degli Abbott senza che sia stato emesso il minimo rumore.

Peccati veniali, si potrebbe dire, ma che mi impediscono di dare un punteggio pieno e tondo al film, un punteggio che avrebbe invece meritato per le ottime interpretazioni del cast, la bellissima colonna sonora e l’angosciante direzione di Krasinski. Un bel film che avrebbe avuto bisogno di molto poco per essere perfetto.

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A Quiet Place (2018, Stati Uniti, 2008)

Regia: John Krasinski

Sceneggiatura: Scott Beck, Bryan Woods, John Krasinski

Fotografia: Charlotte Bruus Christensen

Musiche: Marco Beltrami

Interpreti principali: John Krasinski (Lee Abbott), Emily Blunt (Evelyn Abbott), Noah Jupe (Marcus Abbott), Millicent Simmonds (Regan Abbott)

12 pensieri riguardo “Al cinema: A Quiet Place – Un posto tranquillo, di John Krasinski

  1. Perfettamente d’accordo su tutto. Aggiungo che, soprattutto nel primo tempo, il modo pressoché perfetto di trattare il sonoro, ha causato in sala un piacevole silenzio: nessun bisbiglio fra il pubblico… Cosa che è stranamente continuata anche durante l’intervallo (eh si, all’Uci Lingotto continuano a proporre/imporre l’intervallo!): 6 minuti in cui nessuno, o quasi parlava, e se lo faceva, lo faceva sottovoce!

    1. Vero, anche da me è successo! Ha creato un’atmosfera che sembrava una bestemmia rompere parlando.
      Ps. io l’ho visto in uno Spaziocinema, e anche lì hanno fatto l’intervallo; che stiano tornando a farlo regolarmente come anni fa? Perché c’era anche in Ready Player One.

  2. Ho letto saltando qua e là per evitare spoiler, torno a leggere più attentamente dopo aver visto il film! Sperando che arrivi presto, che sono curioso!

  3. Io invece ho letto la rece pur non avendo ancora visto il film e posso rassicurare che non ci sono spoiler 🙂
    Ottima analisi, ero già mezzo convinto a vederlo ora lo sono del tutto (ma non credo che andrò a vederlo in sala, lo recupererò quando sarà disponibile su Google play).

  4. Volevo andarci stasera a vederlo ma è tutto il giorno che starnutisco come un matto (storia vera) e al primo starnuto avrei fatto crepare qualcuno, quindi meglio che ci riprovo quando mi passa sto maledetto raffreddore!😷😂😂

    1. visto stasera in home video, in sede di “recuperi 2018”..
      che dire: intanto bellissima la colonna sonora, sono d’accordo… Beltrami mi piace e qui si conferma un maestro nel cogliere le sonorità necessarie a esaltare i principali passaggi narrativi, pur senza fare chissà cosa…
      per il resto, la suspense è gestita magistralmente, su questo non ci piove…
      ma la sceneggiatura è fiacca su vari punti, che finiscono per farti prendere il film un po’ alla leggera, quasi in modo caricaturale:
      esempio n. 1 – lei che si pianta il chiodo nel piede e trattiene l’urlo: non ho potuto non pensare alla scena di Fantozzi nel campeggio;
      esempio n. 2 – la stessa idea del figlio in arrivo in una Terra post-apocalittica: se da noi si dice che la gente non fa figli perché con la società di oggi ti fa passare la voglia, allora quelli sono dei veri scriteriati… 😀
      vabbè, battute a parte, film comunque piacevole e carico di tensione (tensione, la parola chiave, ma l’hai già detto tu a più riprese)…
      interpreti credibili, con la Blunt che si conferma davvero brava, sia da mora, sia da bionda 😉

    1. Effettivamente è un film che gioca molto sull’ansia e sulla tensione, per cui se sei particolarmente sensibile a questo genere te lo sconsiglio. Quantomeno al cinema; magari a casa, all’interno della tua comfort zone, ti potrebbe essere più facile vederlo, e io te lo consiglio tanto.

  5. Io ero talmente presa dall’ansia e dal piacere di gustarmi finalmente un bell’horror al cinema che francamente ho dato ben poco peso ai piccoli particolari di sceneggiatura. Anche perché se stessimo a fare le pulci a tutte le cose inverosimili degli horror rimarrebbero ben pochi film perfetti, persino tra i capolavori riconosciuti.

    1. E hai fatto bene, sono convinto che sia proprio così che vada gustato il film. Io ho parlato delle incongruenze e dei buchi che ci sono perché mi sembrava doveroso farlo (e perché sono un pignolo rompiscatole inside), ma anche io, alla fine mi sono lasciato trasportare dall’atmosfera, e i piccoli “errori” non mi hanno rovinato il piacere del film.

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