Speciale Russia: Jolly Fellows, di Felix Mikhailov

la-locandina-di-jolly-fellows-163444_jpg_191x283_crop_q85La Russia è un Paese ancora fortemente antiliberale, per quanto riguarda l’omosessualità. Questo è un dato da tenere sempre a mente parlando di Jolly Fellows, il film del 2009 scritto e diretto da Felix Mikhailov che tratta l’argomento, ancora controverso in patria, del travestitismo e della fluidità dell’identità sessuale intesa come un divenire costante e uno spettro di possibilità. Mikhailov prese ispirazione, per il suo film, dai racconti di vere drag queen che si esibivano in un night club: rielaborando le storie che gli erano state raccontate, Mikhailov diede forma a un mosaico di vite apparentemente discontinuo ma decisamente coerente e narrativamente molto solido, realizzando non solo un buon film, ma anche una sonora denuncia contro una società che ancora marginalizza e discrimina le persone sulla base del loro orientamento sessuale. Forse proprio per questo motivo l’opera richiese così tanto tempo per essere realizzata: i film a tema LGBT sono prodotti ancora molto raramente in Russia, e Mikhailov impiegò dieci anni per portare a termine il suo progetto. La cosa inquietante, è che in questo lasso di tempo la sua storia non è invecchiata affatto.

Jolly Fellows è un film corale che intreccia le storie di cinque uomini dediti al travestitismo che lavorano, in uno stretto sodalizio di vita, come drag queen in un night club. Il film è strutturato episodi, sebbene non ci sia una netta separazione tra un racconto e l’altro, ma il continuo ritorno degli stessi personaggi e il proseguimento delle varie linee narrative tra un segmento e i successivi riescono a conferire un’apprezzabile coerenza all’opera, che punta di volta in volta i riflettori su un personaggio senza mai perdere di vista il gruppo. D’altra parte è anche vero che non tutte le storie brillano allo stesso modo o godono del medesimo approfondimento: al lungo e toccante racconto di Dima / Lusya (Danila Kozlovsky), ad esempio, fa da contrasto la storia molto più breve ed essenziale di Gene / Gelya (Ivan Nikolayev), soddisfacente, certo, ma che non offre molto oltre alla scarna accettazione, da parte del protagonista, della sua natura sessuale.

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Jolly Fellows è un film dalla doppia anima. Si tratta di una commedia, ma con una forte componente drammatica, in cui la comicità, molto spesso amara, serve a esorcizzare il dolore dei personaggi permettendo loro di sopravvivere nonostante i loro problemi. Come i suoi protagonisti sono personaggi ambivalenti, che superano costantemente il confine tra i generi e giocano con i rispettivi ruoli, anche il film balla sempre sul confine tra il dramma e il riso, tra la tragedia e la farsa, spesso annullando il limite posto tra le diverse categorie. Volutamente eccessivo ed esagerato, fa sua la carica trasgressiva dei suoi personaggi, sia nella messa in scena, con un tripudio di costumi sempre più improbabili, sia nelle scelte musicali, con una dissacrante versione della Casta Diva dalla Norma di Bellini e la riproposizione di due brani molto simili, Non, Je Ne Regret Rien di Édith Piaf e I Will Survive di Gloria Gaynor, entrambi posti ad accompagnare due riusciti momenti di autorivelazione al mondo.

La carica trasgressiva del film, tuttavia, non è fine a sé stessa, ma molto ben integrata all’interno del film. L’eccessività esasperata nel comportamento dei protagonisti rappresenta al tempo stesso uno scudo e un’arma per proteggersi contro il mondo esterno, un Altro che interviene solo saltuariamente nella vicenda e la cui presenza è più lasciata intendere che effettivamente mostrata. Tutti gli uomini protagonisti portano ben visibili le cicatrici emotive che si sono guadagnati nel corso della loro vita, e da cui deriva anche il forte cameratismo che li lega e li rende una famiglia a tutti gli effetti; al di fuori di essa, sono tutti uomini soli, senza legami significativi o una vera vita ad aspettarli. Ecco quindi che il mondo del night club non è solo un rifugio dove poter essere quello che desiderano, ma una casa, un posto dove poter trovare affetto incondizionato, comprensione e sostegno senza pregiudizio, qualità che non possono essere date per scontate nemmeno all’interno delle loro famiglie di sangue, come dimostra la storia di Robert / Rosa: dopo aver cresciuto da solo sua figlia, Sasha, questa si vergogna di presentarlo al fidanzato, perché sperava di poter mostrare al suo innamorato un uomo decente.

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Allo stesso tempo è fortissimo, sotto il trucco, i costumi sgargianti e gli atteggiamenti provocatori, un orgoglio enorme e una dignità commovente nel modo che hanno gli uomini di relazionarsi col mondo e con loro stessi, segno di una battaglia già vinta contro il pregiudizio e la censura più feroce, quella che viene da dentro ognuno di noi e molto spesso ci parla chiedendoci di rinunciare alla nostra identità e conformarci alle aspettative della società. Questo soprattutto è importante da afferrare nel film, sotto l’apparenza kitsch delle immagini.

Mikhailov scrive in maniera molto semplice ma decisamente efficace, e con un ottimo senso della struttura del racconto. Meno deciso sembra essere nella regia, spaziando tra molti stili a volte decisamente diversi tra loro: si riconoscono tracce di uno stile documentaristico e altri momenti invece più patinati, in una successione in cui la scelta tra l’uno e l’altro non è sempre chiara. A rendere omogeneo il suo lavoro però, è la dolcezza del suo sguardo, un’affettuosità quasi carezzevole che dimostra l’amore nei confronti delle sue creature. Questo traspare, ad esempio, nella scena del treno in cui Lusya si spoglia dei suoi panni femminili per tornare Dima ed essere riaccolto nella comunità di campagna da cui proviene, o nello spiazzante finale, in cui esplode in tutta la sua brutalità lo scontro con una realtà ancora profondamente arretrata che vede il travestitismo come una baracconata, e gli uomini che lo praticano poco più di scherzi della natura.

Un finale che ci riporta dolorosamente con i piedi per terra, e che rende ancora più apprezzabile la ferocia iconoclasta con cui è stato decostruita la figura del maschio russo nel corso del film.

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Veselchaki (2009, Russia, 91 minuti)

Regia: Felix Mikhailov

Sceneggiatura: Felix Mikhailov

Fotografia: Gleb Teleshov

Musiche: Andrei Danilko

Interpreti principali: Ville Haapasalo (Rosa / Robert), Danila Kozlovsky (Lusya / Dima), Ivan Nikolayev (Gelya / Gene), Pavel Bryun (Lara / Alexey), Alexey Klimushkin  (Fira), Alena Babenko (Alvetochka), Mariya Shalayeva (Sasha)

5 pensieri riguardo “Speciale Russia: Jolly Fellows, di Felix Mikhailov

    1. Esatto, è anche per questo motivo che, secondo me, non osa tanto quanto avrebbe potuto (o dovuto). Diciamo che è un buon inizio di discussione, che adesso dovranno poi portare avanti.

  1. Gran recensione di un film che mi ha riportato alla memoria l’australiano Priscilla regina del deserto, anche se qui il contesto è profondamente diverso… sono d’accordo col commento qui sopra: produrre un film così nella Russia di oggi non deve essere stato facile e capisco dunque la gestazione decennale dell’opera…

    1. Priscilla regina del deserto mi manca, ma sono d’accordo, sono due contesti molto diversi.
      Questo ha il merito di lanciare un sasso, come fece forse a suo tempo “A qualcuno piace caldo” con il suo “Nessuno è perfetto”; dà inizio a una discussione che ora andrà portata avanti, se altri registi avranno il coraggio di farlo.

  2. Anche io ho ripensato a Priscilla, ma forse essenzialmente per la ridondanza dei costumi e delle situazioni. Detto questo, un film che mi è totalmente sfuggito, da recuperare quindi

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