Al cinema: Il prigioniero coreano, di Kim Ki-Duk

locandinaInaspettatamente vira Kim (è bello perché si chiamano quasi tutti Kim ❤ ) al politico, entrando con una storia andata-ritorno nella querelle coreana nord-sud. Che per loro resta ferita insanabile e aperta, per noi fonte inesauribile di folklore ed episodi grotteschi – tra i miei preferiti quello del nonno del dittatore di ora, che girava sempre su tre treni, sai mai, metti che qualcuno volesse fare un attentato – a forgiare una vera e propria mitologia. Un tipo si sveglia e si sbatte la moglie. Già è mattina, e c’è Kim (Jon, non Ki. Cioè, Un, non Duk, e così via) appeso al muro, il tipo esce, mostra la licenza di pesca a due sentinelle e prende il mare (fiume?).

Ho pure guardato una mappa, secondo me siamo vicino a Kaesong u_u insomma, la barca, che è l’unico mezzo di sostentamento di Nam Chul-woo, si rompe, e alla deriva finisce in Corea del Sud. Subito accalappiato, viene portato negli asettici e sotterranei uffici dei servizi segreti, dove vari agenti si dividono tra il picchiarlo perché confessi di essere una spia del Nord, credergli, cercare di convincerlo a disertare per usarlo come propaganda. Ma Nam è cocciuto, vuole tornare da moglie e figlia e chiude gli occhi, perché sa che se vedrà qualcosa fuori da lì e tornerà al Nord sarà peggio per lui. Dopo un sacco di botte, inframmezzate dal poliziotto buono babyface (che tanto bene quanto male alla fine gli avrà causato), si decidono a lasciarlo da solo in centro a Seul, perché possa appassionarsi delle meraviglie del capitalismo. Lui fa in tempo a salvare una puttana, recapitare un messaggio in codice senza accorgersene e mangiare dell’ottima zuppa, prima di farsi riprendere. Finalmente lo rispediscono a casa. Al Nord è accolto con tutti gli onori, ma solo per la tv (cercate su yt i tg della Nord Corea, perché sono spassosissimi, c’è una presentatrice che parla e sembra Mussolini): poi viene preso, portato negli uffici sotterranei e per nulla asettici della polizia politica e pestato come un tamburo, pure lì, interrogato e torturato, perché riveli tutto.

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E lui e noi passiamo il film a chiederci “ma tutto cosa?” La cornice è il mare o il fiume o l’acqua, ad inizio e fine, a ricordare alcuni dei temi ed elementi più cari al regista, l’uomo-solo-isola, gli affetti, la viuleeeeenz, la calma; e in mezzo impietosa una rassegna e critica delle due ideologie volta a metterle entrambe a nudo, con l’incapacità delle controparti di accorgersi delle ragioni dell’altro. Addirittura più cruda verso il Sud, che si pretende democratico ma, sotto una croccante superficie di democrazia e schermi al plasma, nasconde un morbido cuore di botte e torture e prostitute che piangono, mentre al Nord beh, le botte sarebbe stato strano non gliele avessero date. Nam si trova schiacciato dal meccanismo, quello davanti al quale l’affermazione “sono solo un uomo” non vale più gnente, per entrambe le parti convertire, o costringerlo a confessare, diventa una questione politica più che di realtà, da cui deriva che la violenza è ideologica prima che fisica (o la prima è alla base della seconda), mentre Kim si dichiara neutrale e vuole urlare, ma molto piano perché è sicuramente un coreano assai pacato e sensibile, che un altro punto di vista è possibile sempre.

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Geumul (2016, Corea del sud, 114 min)

Regia e sceneggiatura: Kim Ki-Duk

Interpreti principali: Ryoo Seung-Bum (Nam Chul-woo), Won-geun Lee (Oh Jin-woo), Young-min Kim (Inspector)

7 pensieri riguardo “Al cinema: Il prigioniero coreano, di Kim Ki-Duk

  1. questo lo avrei voluto vedere, nonostante mi sia perso gli ultimi di Kim Ki-Duk (li avevo visti tutti da Primavera… a Soffio)… peccato che nei cinema è rimasto davvero pochissimo…
    del resto un film uscito nel 2016, peraltro presentato a Venezia, ma distribuito solo ora nei cinema (chiaramente per sfruttare il fatto che le vicende coreane da un po’ di tempo sono costantemente nei notiziari) dà l’idea di come sia messa la distribuzione italica appena si esce dall’ambito del mainstream 😦

    1. eh ma infatti da un lato il tempismo dell’uscita nelle sale italiane di questo film sembra imposto dal fatto che in questi mesi le Coree siano costantemente nei tg, ma dall’altro rappresenta una situazione che – a meno di ripensamenti, peraltro assai probabili, dell’altro Kim – potrebbe considerarsi a breve superata 😉

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