Confronti: il ’68 e la contestazione studentesca nei film della New Hollywood

maggio 68 1Quale occasione migliore della ricorrenza dei cinquant’anni del maggio francese per proporre una carrellata di film che affrontano il tema della contestazione studentesca di quegli anni? Una questione che è stata analizzata dal cinema europeo di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, ma anche – ed anzi soprattutto – dal cinema americano, in quel periodo investito dalla rivoluzione della New Hollywood e che proprio per tale motivo vedeva in un tema di questo tipo la possibilità di una cesura contenutistica rispetto al generale (con poche eccezioni) conformismo sociale del cinema classico.

Di seguito verrà proposto un confronto fra tre film americani – tutti e tre usciti nel 1970 – che trattarono, con un taglio adatto ai tempi, la questione della contestazione studentesca, tema che in America andava a braccetto con la critica dell’impegno militare in Vietnam e con la lotta per i diritti civili degli afroamericani. Il 1968 è l’anno del drammatico assassinio di due personalità come Martin Luther King e Bob Kennedy, due avvenimenti (che si verificarono il 4 aprile e il 5 giugno di quell’anno), che rappresenteranno un nuovo tragico shock dopo quello che la Nazione aveva vissuto in occasione dell’omicidio a Dallas del fratello di Bob, JFK, meno di cinque anni prima.

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maggio 68 2Il 13 maggio 1970 esce L’impossibilità di essere normale (Getting Straight), sicuramente non tra i più noti film sulla contestazione studentesca (per non dire che è proprio dimenticato).

La storia dello studente e aspirante professore Harry Bailey, diviso tra le sue idee che lo porterebbero ad abbracciare ancora una volta la contestazione e la voglia di trovare una strada nuova e migliore per cambiare la società – quella, appunto, dell’insegnamento – è quasi totalmente incentrata su temi sessantottini, cosa che porta il film ad essere palesemente datato, sebbene ancora oggi utile per riflettere su questioni sociali (oltre che, ovviamente, per fotografare il periodo storico).

Quando esplodono le contestazioni studentesche, per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam, Harry non sa bene da che parte stare: moralmente è a fianco degli studenti, pur non riuscendosi ad impegnare direttamente; ma dall’altra parte il suo voler diventare insegnante lo porta a tenere un basso profilo ed anzi a essere una sorta di mediatore tra i contestatori e i professori. A ciò si aggiungono le sue travagliate vicende sentimentali con la bella Jan (Candice Bergen), anch’essa combattuta tra la protesta e il sogno di una normale vita borghese.

Diretto con piglio fermo da un regista di secondo piano come Richard Rush, Getting Straight è retto da un’interpretazione monumentale di Elliott Gould che si carica tutto il lavoro sulle spalle e lo porta a compimento in maniera eccellente.

La sceneggiatura di Robert Kaufman è verbosa e forbita (forse anche troppo), adatta al contesto universitario, sebbene a tratti alcuni dialoghi appaiano un po’ troppo letterari.

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Il direttore della fotografia è László Kovács, lo stesso che qualche anno prima aveva impressionato pubblico e critica in Easy Rider, ma che stavolta ruba qualche idea ad alcuni film celebri del periodo (vedi le inquadrature in stile Il laureato nell’appartamento di Jan).

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maggio 68 6Un mese dopo Getting Straight, esce a New York Fragole e sangue (The Strawberry Statement), dopo un passaggio a Cannes che gli era valso il Premio della giuria.

Si tratta, senza alcun dubbio, del più famoso e del più focalizzato tra i film americani che ritraggono la contestazione studentesca di fine anni Sessanta. Fragole e sangue rappresenta l’esordio alla regia per il grande schermo di Stuart Hagmann, uno dei tanti autori della New Hollywood che arrivavano dalle serie tv e uno dei non pochi cineasti che resteranno famosi per una pellicola soltanto – questa – all’interno di una filmografia decisamente limitata.

A San Francisco, il giovane studente Simon entra in contatto con i movimenti di protesta che all’interno dell’Università hanno proclamato lo sciopero. Simon si dichiara poco convintamente un liberal, pratica il canottaggio ed è interessato più alle donne che alle lotte sociali. Si intrufola negli edifici occupati dell’Università attirato da una ragazza e si fa coinvolgere nell’organizzazione, pur mantenendo un atteggiamento strafottente e passivo. Con la ragazza, Linda, una fervente attivista, inizia una relazione che cresce d’intensità man mano che lui si appassiona alle ragioni della protesta.

Questa volta il tema della contestazione viene cavalcato da una major, la MGM, dopo aver riscontrato che i film di fine anni Sessanta sui movimenti di protesta giovanili potevano anche far guadagnare dei bei soldoni (come insegnava Easy Rider).

Le somiglianze con gli altri due film già usciti quell’anno e che trattavano il tema delle contestazioni studentesche, ossia Zabriskie Point e il sopra analizzato Getting Straight, sono nette, nonostante il film di Antonioni abbia un taglio decisamente più autoriale e quello di Richard Rush benefici di una prova attoriale più intensa grazie ad un Elliott Gould superlativo. Qui il cast è composto da attori poco esperti, tra cui un Bruce Davison al primo ruolo da protagonista, ma che se la cava egregiamente nella parte del giovane frivolo e impulsivo che si avvicina man mano all’impegno politico. Bud Cort è in un ruolo secondario, ma si mette comunque in luce prima di prendere il volo con Altman (letteralmente, in Brewster McCloud).

La pellicola è caratterizzata da un montaggio frenetico, già nelle fasi iniziali, e da una regia che non si risparmia qualche esperimento tecnico interessante, in linea con la tendenza all’anarchia stilistica dell’epoca.

Anche il sonoro ha una sua discreta importanza e il regista lo utilizza – sempre in combinazione con il montaggio – per alcuni accostamenti suggestivi (le urla del capovoga si mescolano a quelle degli scioperanti, anche se la traduzione in italiano fa perdere l’analogia delle parole).

La colonna sonora pop-folk dà poi un tocco in più al tutto, con alcuni brani memorabili come The Circle Game, cantata da Buffy Sainte-Marie in apertura e chiusura di pellicola, e la bellissima Our House dei Crosby, Stills, Nash & Young.

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Ispirato alle reali vicende occorse alla Columbia University e raccontate nel romanzo di James Kunen (ma il film venne girato a San Francisco per il rifiuto dell’ateneo newyorkese di prestare i propri locali alla rappresentazione di quegli eventi), The Strawberry Statement si ricorda soprattutto per il finale fortemente drammatico, con la lunga, estenuante sequenza in cui polizia e guardia nazionale sgombrano l’Università occupata con l’ausilio di fumogeni e metodi poco ortodossi. Gli studenti asserragliati provano a resistere pacificamente intonando l’inno lennoniano Give Peace a Chance, ma vengono sopraffatti dalla spirale di violenze che si abbatte ineluttabilmente su di loro.

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maggio 68 4R.P.M. Rivoluzione per minuto esce qualche mese dopo L’impossibilità di essere normale e Fragole e sangue, un fattore che probabilmente è stato determinante nel far cadere nell’oblio quest’opera che sostanzialmente reiterava in maniera quasi pedissequa i contenuti dei film di Rush e Hagmann. In particolare, R.P.M. è più vicino a Getting Straight nel replicare l’idea di una figura che, ponendosi a metà tra l’integralismo anarchico studentesco di quegli anni e il conservatorismo dell’establishment, prova a mediare tra le due fazioni. Ciò che cambia è l’esito della vicenda, diametralmente opposto a quello del film di Richard Rush.

Dopo l’occupazione di un’università californiana, gli studenti fanno recapitare al consiglio di facoltà le loro proposte per la nomina di colui che dovrà prendere il posto del dimissionario ex preside. In lista, dopo quello di Che Guevara, c’è il nome del professor “Paco” Perez, un docente illuminato, liberale e progressista, cui viene conferito l’incarico e che tenta fin da subito di negoziare la fine dell’occupazione con una serie di concessioni agli studenti. Delle dodici richieste avanzate da questi ultimi, il nuovo preside riuscirà a fargliene approvare ben nove, ma i ragazzi, chiusi nel loro fanatismo utopico, non vorranno scendere a compromessi. Dopo aver provato in tutti i modi a chiudere bonariamente la vicenda, Paco sarà costretto a fare ciò cui non pensava di dover arrivare: farà sgombrare gli edifici della facoltà dalla polizia in assetto antisommossa, passando dall’essere il professore più amato della facoltà alla pioggia di disapprovazione che gli pioverà addosso da parte degli studenti nel finale.

L’esito antitetico di questo R.P.M. rispetto a Getting Straight (lì il mediatore interpretato da Elliott Gould finiva infatti, come visto, per tornare a schierarsi dalla parte degli studenti durante gli scontri finali) evidenzia un diverso modo di approcciarsi al tema delle contestazioni studentesche, quello di un regista che era stato un nome importante della fase crepuscolare della Vecchia Hollywood. Circa una decina di anni prima Stanley Kramer aveva girato film come L’ultima spiaggia (1959), Vincitori e vinti (1961), Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo (1963), per poi abbracciare temi sociali con quello che è considerato il suo capolavoro, Indovina chi viene a cena?, uscito nel 1967.

R.P.M. diventa così una pellicola che è metafora di quei tempi, di quella New Hollywood che aveva dettato i temi di discussione, che venivano affrontati anche da registi appartenenti alla precedente generazione, i quali decidevano di confrontarsi sullo stesso terreno dei cineasti emergenti, spesso però mantenendo un approccio contrastante rispetto a quello adottato da questi ultimi. Ed i risultati, in questo caso, sono decisamente deludenti se è vero che il film di Kramer è sostanzialmente dimenticato, mentre il sopra analizzato Fragole e sangue è ancora oggi l’opera simbolo della contestazione studentesca in America di fine anni Sessanta.

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Nemmeno la buona prova di un convincente Anthony Quinn (che pure era entrato nella fase calante della sua notevole carriera) riesce a sollevare le sorti di una pellicola che nella prima parte trasuda barocchismo e artificiosità un po’ ovunque, per poi regalare qualche emozione soltanto nel finale. E difatti R.P.M. si rivelerà un flop, sia dal punto di vista commerciale, sia da quello artistico, come riconosciuto dallo stesso regista.

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Altri film girati in America che affrontano i temi della contestazione studentesca (o più genericamente della contestazione contro l’establishment), della critica alla guerra in Vietnam, della renitenza alla leva e/o delle controculture sviluppatesi in quel periodo sono i seguenti:

Ciao America (Greetings) di Brian De Palma, di cui abbiamo parlato diffusamente qui e che si concentra sul tema della guerra in Vietnam e della renitenza alla leva.

Easy Rider, di Dennis Hopper, e Alice’s Restaurant, di Arthur Penn (entrambi del 1969) focalizzati sul tema delle controculture.

Sempre del 1969 è America, America, dove vai? (Medium Cool), film di Haskell Wexler di cui abbiamo parlato qui, in un post dedicato. Una eccellente fusione di realtà e finzione mediante l’espediente, scelto da Wexler, di ambientare una storia a soggetto nel bel mezzo della contestazione che nel 1968 montava sempre più forte in diverse parti del Paese e, in particolare, durante le proteste scoppiate a Chicago in occasione della convention del Partito Democratico.

Nel febbraio del 1970 esce – pochi mesi prima dei tre film sopra analizzati – Zabriskie Point che tuttavia non può essere considerato rigorosamente New Hollywood, essendo stato girato da Michelangelo Antonioni nella sua breve parentesi americana.

Uscirono nel 1970 anche i due più importanti film che documentarono le controculture nei loro momenti aggregativi di massa, i concerti evento di fine anni Sessanta: Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica, di Michael Wadleigh, e Gimme Shelter, dei fratelli Maysles, di cui vi abbiamo proposto un confronto qui.

L’ultimo film che citiamo in questa breve carrellata, anch’esso incentrato sulla contestazione studentesca e la renitenza alla leva, è il dimenticato Yellow 33 (Drive, He Said), del 1971, primo lungometraggio diretto da Jack Nicholson.

12 pensieri riguardo “Confronti: il ’68 e la contestazione studentesca nei film della New Hollywood

  1. Interessante retrospettiva su un periodo certamente interessante della storia recente, sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista cinematografico!

  2. Our house / is a very very very fine house / with two cats in the yard…
    Ahhh quanto l’ascoltavo dal giradischi del mio fratellone quando ero piccolo 😀

  3. Ottimo speciale! Allargabile ad altri post, di contestazione non per forza scolastica.
    Comunque, mi permetto di aggiungere un inside-joke warnerbrosiano: nel film L’Esorcista, la madre della protagonista sta girando proprio un film di contestazione studentesca, diocristo! (cit.) 😀

    Moz-

    1. ma dai, non lo ricordavo… e comunque sì, si potrebbe parlare di molti altri film legati al ’68 e alla contestazione, tra cui quelli europei, che io non ho preso in considerazione in questo articolo…

    1. c’è da dire che diversi tra quelli che ho analizzato/citato sono caduti nell’oblio (e sono davvero difficili da trovare), e anche a quei tempi non ebbero particolare successo… anche perché molti di quei film uscivano all’ombra di un’opera come Easy Rider, che aveva fatto epoca…

  4. Fragole e sangue, Easy Rider, Alice’s Restaurant e Zabriskie Point li ho visti, gli altri mi mancano. Però la mia visione risale a talmente tanto tempo fa che dovrei rivederli, soprattutto dopo le tue recensioni 🙂

Commenti

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