touch of modern: L’ultimo spettacolo, di Peter Bogdanovich

ben johnsonCi sono attori che rappresentano la quintessenza di un cinema che ormai non esiste più, fatto di volti segnati dal tempo e intrisi di umana dignità.

A cinquant’anni di età Ben Johnson prendeva parte ad una pietra miliare del genere western come Il mucchio selvaggio e il suo viso era quello di un autentico protagonista dell’epoca della frontiera. A vederlo, gli avresti dato almeno dieci anni in più, non come quei cinquantenni di oggi che arrivano a quell’età da fighetti imbalsamati e ritoccati. Una generazione, quella di Johnson, oggigiorno (ahimé) per lo più dimenticata. Di quelli che facevano la gavetta e che si conquistavano il posto a suon di cadute da cavallo e giornate passate sotto il sole cocente.

Ben Johnson nasceva esattamente cento anni fa, il 13 giugno del 1918, di origini miste irlandese e pellerossa. Esordisce a Hollywood come controfigura e stuntman, fino a quando John Ford – non uno qualunque – lo prende sotto la sua ala protettiva, sul finire degli anni Quaranta, iniziando ad ingaggiarlo regolarmente per i suoi film, con ruoli crescenti di importanza, fino a quello da protagonista in Wagon Master (La carovana dei mormoni, 1950), la cui locandina non a caso appare in una sequenza del film di cui parleremo oggi.

Con Ford, Ben Johnson gira cinque film. Con Peckinpah quattro, diventando sempre più un volto noto dei western. La consacrazione definitiva – con la vittoria dell’Oscar, del Golden Globe e del Bafta come miglior attore non protagonista – arriva però soltanto nel 1971, con Peter Bogdanovich e un film, L’ultimo spettacolo, che in apparenza è di tutt’altro genere, ma che in realtà affronta, a modo suo e calato in un’ambientazione più moderna, il tema sempre attuale della frontiera.

È il film che dà il nome a questo blog, e anche grazie all’occasione di questo anniversario è giunta finalmente l’ora di parlarne.

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Dopo Bersagli, primo vero lungometraggio di Bogdanovich (considerato il fatto che Voyage to the Planet of Prehistoric Women era stato un lavoro di mera gavetta, rinnegato dall’autore), il regista americano di origine serba inizia ad approfondire quell’ambito nostalgico (soltanto abbozzato in Targets) che caratterizzerà la sua produzione cinematografica, in particolar modo quella degli anni Settanta.

L’ultimo spettacolo è ambientato nel 1951, vent’anni prima della sua uscita nelle sale, in un’immaginaria cittadina del Texas spettrale e desolata, dove i giovani sembrano non avere alcuna prospettiva se non quella di emigrare in qualche località migliore. Due amici, Sonny e Duane, trascorrono le loro giornate tra le partite di football e il puntuale ritrovo nella sala da biliardo gestita da Sam “The Lion”, il personaggio interpretato da Ben Johnson, che invero appare per un minutaggio piuttosto limitato nell’economia della pellicola.

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La monotona quotidianità si intreccia con le travagliate storie d’amore dei due protagonisti: Duane è fidanzato con la bella Jacy, che tuttavia è di un ceto sociale più elevato del suo e che per questo motivo ha delle pressioni da parte dei genitori affinché frequenti un ragazzo più adatto a lei. Sonny, invece, ha da poco lasciato la sua giovane ragazza e inizia una relazione con la moglie del coach di football, che ha il doppio della sua età.

Quando gira The Last Picture Show Bogdanovich ha poco più di trent’anni. Si era formato alla scuderia di Roger Corman e arrivava dalla critica cinematografica (una cosa più unica che rara nella Hollywood di quei tempi), seguendo lo stesso percorso che avevano intrapreso alcuni suoi colleghi francesi della Nouvelle Vague, a cui il regista in parte si ispirava.

Su consiglio di Orson Welles, Bogdanovich gira in bianco e nero, con una fotografia dalle tonalità morbide, che esalta tutte le varianti possibili di grigio e che utilizzerà in seguito anche in Paper Moon.

Il film è un crescendo che accompagna lo spettatore nella vita e nella maturazione di questi ragazzi di provincia, nel più classico dei coming of age.

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Simbolo della fine di un’era e della loro giovinezza è la chiusura del cinema del paese, dove i due protagonisti portavano le ragazze per le loro prime esperienze amorose. Il locale è costretto ad abbassare la saracinesca (dopo aver proiettato come ultimo spettacolo Il fiume rosso di Howard Hawks) a causa della crisi che accompagna il settore dopo l’avvento della televisione.

E in ciò il regista racconta un po’ di storia del cinema americano e della decadenza successiva al ‘46, che portò alla chiusura di migliaia di sale nel Paese. Un trend che sarà invertito proprio grazie alla New Hollywood, la corrente di cui faceva parte Bogdanovich.

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La metafora del cinema è solo uno dei tasselli nostalgici di un film che punta molto sulle eccellenti interpretazioni degli attori: oltre a Ben Johnson, ci sono i due giovani protagonisti interpretati da Timothy Bottoms e Jeff Bridges, l’esordiente e bellissima Cybill Shepherd (nei panni della femme fatale in erba Jacy) e la veterana Cloris Leachman, anch’essa vincitrice dell’Oscar, come miglior attrice non protagonista.

Il tema del rapporto tra un ragazzo giovane (Sonny) ed una donna matura (Ruth, moglie del suo allenatore di football), che già aveva fatto scalpore ne Il laureato, viene reso ancor più audace dall’ambientazione nei morigerati anni Cinquanta.

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La caratterizzazione dei personaggi è semplicemente perfetta, innestati in una sceneggiatura avvolgente e agrodolce, il vero punto di forza dell’opera, ancor più di una regia tanto spensierata quanto solida.

L’ultimo spettacolo è una pellicola fondamentale del filone nostalgico della New Hollywood, nonché la più celebre e celebrata di Bogdanovich, un regista di cui oggi si tende a parlare poco, ma che è stato un assoluto protagonista della rinascita del cinema americano negli anni Settanta.

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The Last Picture Show (1971, USA, 118 min)

Regia: Peter Bogdanovich

Soggetto: Larry McMurtry

Sceneggiatura: Peter Bogdanovich, Larry McMurtry

Fotografia: Robert Surtees

Interpreti principali: Timothy Bottoms (Sonny Crawford), Jeff Bridges (Duane Jackson), Cybill Shepherd (Jacy Farrow), Ben Johnson (Sam “the Lion”), Cloris Leachman (Ruth Popper), Ellen Burstyn (Lois Farrow), Eileen Brennan (Genevieve)

5 pensieri riguardo “touch of modern: L’ultimo spettacolo, di Peter Bogdanovich

  1. Inutile dirlo, uno dei miei preferiti. La scena della piscina al Country Club è la cosa più felliniana che io abbia mai visto in un film di Hollywood

  2. Bellissimo film! E poi Paper Moon.. e anche “Ma papà ti manda sola?”, simpatica commedia con la Streisand in gran forma 🙂 … e “Dietro la maschera” con una Cher in gran spolvero… davvero un grande regista Bogdanovich

    1. un grande assolutamente…
      negli anni Settanta ha dato il suo meglio…
      se non l’hai visto, ti consiglio anche Nickelodeon, uscito in Italia col titolo Vecchia America… è uno dei miei preferiti, sebbene ritenuto un film minore di Bogdanovich…

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