touch of modern: Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore

nuovo cinema paradisoCorreva l’anno 1988, alla tivù catodica davano ancora gli spot della Standa e trasmettevano OK, il prezzo è giusto!. Il cinema italiano galleggiava, tenuto sveglio dalle mitiche sberle di Bud Spencer e Terence Hill, dal trasformismo comico di Carlo Verdone e ben poco altro sopra le melme del trash più avvilente. In questo nostrano grigiore usciva, schiacciato tra i successi di botteghino americani de Una pallottola spuntata e Chi ha incastrato Roger Rabbit?, un fiorellino di nostalgia intitolato Nuovo Cinema Paradiso, diretto dal giovane rampante Giuseppe Tornatore. Sulle prime fu un flop clamoroso, colpevole anche la durata di 155 minuti; ci pensò in seguito Franco Cristaldi, produttore più che avveduto, a rendere il boccone più digeribile  confezionandolo per i festival con una versione di 123 minuti. E fu trionfo.

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Portatore ormai del titolo di salvatore di un cinema italiano in lenta agonia (con un po’ di verità e un po’ di forzatura), il film spalancò innegabilmente le finestre portando una ventata di gloria internazionale; Grand Prix della Giuria a Cannes nell’89, Oscar e Golden Globe al miglior film straniero nel ’90, Nuovo Cinema Paradiso è entrato di diritto nella mitologia cinematografica e nel cuore di italiani e americani nostalgici del neorealismo di De Sica e delle fantasie di Fellini. Sì perchè il film di Tornatore, va detto, ha tutti gli ingredienti per piacere al pubblico mainstream e alla critica dal cuore caldo: c’è la malinconia di un passato che non torna più, c’è la Sicilia atavica e la storia di formazione di chi è spinto a cercare fortuna fuori dalla terra natia, c’è soprattutto un mondo magico fatto di metri e metri di pellicola aggrovigliata, possenti proiettori Prevost d’epoca e languidi baci in bianco e nero. Pur tuttavia questo aspirante novello Amarcord non lascia mai una impressione di ruffianeria bensì di una dichiarazione d’amore totale e genuina, certo ridondante – ma un po’ com’è l’amore, in fondo – che forse deve davvero tanto alla raffinatura operata dalla produzione: ho recentemente visionato l’edizione director’s cut, con un minutaggio perfino superiore alla prima versione di sala, e posso assicurare che la sensazione di un brodo allungato ce l’ho avuta pure io, specialmente nelle pedantissime sequenze in cui Salvatore rincontra Elena adulta, sua prima e unica fiamma, saggiamente cestinate da Cristaldi.

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La storia ha tre marce, corrispondenti a tre fasi anagrafiche del protagonista, ma procede scalando. La parte iniziale del film è sicuramente la migliore. Certo, è un vecchio trucco quello di mettere il discoletto faccia d’angelo accanto al vecchio brontolone dal cuore di pane; così il piccolo Salvatore Cascio, l’ennesimo enfant prodige dalla fama inversamente proporzionale all’incedere dell’età, con le sue birichinate al proiezionista Philippe Noiret dalla parolaccia facile conquistò il cuore del pubblico, al quale regalò perfino un salvataggio tra le fiamme a dir poco improbabile dal forte sapore deamicisiano. Chiudendo un occhio su alcune saponette in sceneggiatura, è l’ambiente di scena la prima vera forza magnetica di questo film; una sala proiezioni zeppa di poster e altri memorabilia del mondo del cinema, dove si annoda l’amicizia tra il vecchio e il bambino e dove inizia l’amore del protagonista verso la settima arte. E’ tutto lì, in uno stanzino che sembra il cantuccio del campanaro Quasimodo, il nucleo attrattivo; lì si concentra e da lì si espande la magia del cinema, che ammanta una piazza di paese e raggiunge le vite dei suoi abitanti, splendidamente simboleggiata da una proiezione improvvisata de I pompieri di Viggiù sulla facciata di un palazzo, un attimo prima dell’imminente tragedia. A sancire in modo definitivo il trionfo del sentimento ci pensa l’immortale colonna sonora di Ennio Morricone con una delle sue composizioni più ispirate fuori dall’universo leoniano.

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Le fasi successive della crescita del protagonista, che Tornatore ha voluto chiamare Salvatore Di Vita con superfluo slancio metaforico, hanno un contorno meno fiabesco; i tormenti di gioventù si incarnano nel volto mediterraneo di Marco Leonardi, i fantasmi del passato busseranno alla porta del brizzolato Jacques Perrin, ma tutto resterà sulla scia dei ricordi d’infanzia, ancorato a quel piccolo mondo perduto. Quando il film sembra spegnersi e sdilinquirsi oltre modo con la parte del ritorno alla terra natale, giunge la magnifica sequenza finale in cui il protagonista vedrà scorrere in una proiezione privata tutti i pezzi di pellicola tagliati dal vecchio don Adelfio – pretino di paese, interpretato dal grande Leopoldo Trieste, che guardava in anteprima i film facendo tagliare tutte le scene “spinte”  –  con una lunga sequela di baci e carezze tra le icone del grande cinema classico. Il montaggio perfetto che corona un inno ai tempi lontanissimi di una Italia più che scomparsa, in cui il cinema era anzitutto stupore; quello di Tornatore è un lungo, delicato omaggio che assorbito da ogni sua velleità esopica lascia quel senso agrodolce del passato, al quale certi spettatori (me compreso) non vorrebbero mai rinunciare. Non sarà Amarcord, Radio days o American Graffiti, non avrà la forza struggente de L’ultimo spettacolo; ma a Nuovo Cinema Paradiso si concede volentieri uno spazio nel cuore.

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Nuovo Cinema Paradiso (1988, Italia, 123 min.)

Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Giuseppe Tornatore

Fotografia: Blasco Giurato

Musiche: Ennio e Andrea Morricone

Interpreti principali: Salvatore Cascio (Totò piccolo), Philippe Noiret (Alfredo), Leopoldo Trieste (don Adelfio), Marco Leonardi (Totò giovane), Jacques Perrin (Totò adulto)

8 pensieri riguardo “touch of modern: Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore

  1. Bellissima retrospettiva per un film che hai descritto alla perfezione, per quel che è. Sicuramente han fatto bene a confezionarlo al meglio, evidentemente non funzionava e si perdeva parte della magia.
    Col ragazzino (infatti… che fine ha fatto^) tutti abbiamo sognato. Meno con le incarnazioni successive ma comunque era sempre una Italia vintage scolpita nelle memorie anche di chi non l’ha vissuta.

    Moz-

  2. Uff… ma lo sai che nonostante tutto, non sono mai riuscita a guardarlo? Non mi prende, dopo qualche sequenza mollo. E lo so che è come dici tu, interessante, premiato, appropriato… Niente. Lo trovo lezioso e finto… se poi ci metti che anche Morricone non lo digerisco… Un po’ tutto di Tornatore mi fa questo effetto devo dire (a parte forse La leggenda del pianista sull’oceano) ma questo di più.

    1. Beh anche io lo trovo lezioso in tante sue parti. Però c’è la leziosità gratuita che infastidisce e una leziosità che vuole impreziosire un amore autentico e genuino; tendo a collocare Tornatore in questa seconda categoria.

  3. Una delle colonne sonore di Morricone che preferisco per un film che mi regala emozioni ad ogni visione…
    Un film che hai presentato alla perfezione con i suoi pregi e i suoi difetti. Su questi ultimi chiudo volentieri un occhio considerato il mio amore spropositato per quella che, a mio parere, è una delle sequenze conclusive più belle di sempre, una genuina lettera d’amore per il cinema: con quella Tornatore sa farsi perdonare tutto secondo me 😉

    1. Sì la sequenza finale è un colpo di genio. Tanto che quasi infastidiscono i controcampo sul protagonista commosso in sala, vorresti solo vedere il montaggio di quelle vecchie pellicole!

  4. Che meraviglia leggere di cinema in chi di cinema sa! In un mondo che millanta su tutto è davvero un momento di grazia. Quindi grazie. Spero sempre che le persone portatrici di pensieri profondi e aperti e professionali possano essere scoperte nelle loro capacità.
    A presto, Es.
    Ps: di fronte alla sequenza bellissima (anche per un sapiente montaggio) dei baci più famosi della storia del cinema, un mare di incantamento, i miei studenti si sono commossi… E io per qualche minuto mi sono riconciliata col mondo di superficie…

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