Speciale Venezia 75: Rashomon, di Akira Kurosawa

locandinaUn uomo ucciso, e ben quattro versioni diverse della verità riportate di seconda mano da due uomini sconvolti intorno a un fuoco improvvisato mentre infuria la tempesta. Su questo scheletro, Akira Kurosawa costruisce Rashomon, una lucida riflessione sulla verità e la fiducia riposta nell’essere umano, in un’alternanza di nichilismo e speranza che, come la storia raccontata, non fornisce risposte definitive. Può un singolo atto di carità assolvere un essere umano? O, al contrario, a che punto la dannazione dell’uomo risulta irreversibile e l’umanità impossibile, e immeritevole, di essere salvata?

Il caso che dà il via al film è l’omicidio di un samurai, trovato cadavere da un taglialegna nella foresta. Di fronte ai giudici si susseguono quindi tre testimoni, un brigante, la moglie del samurai e la vittima stessa attraverso una medium, ognuno dei quali racconta una versione completamente diversa dell’accaduto accusando sé stesso dell’omicidio; una quarta variante della storia sarà raccontata dal taglialegna, che afferma di conoscere la verità; ma a questo punto, dopo tante bugie verosimili e tante verità nascoste, chi è più in grado di distinguere il vero dal falso? E a chi giova conoscerla?

rashomon

Rashomon utilizza e porta al’estremo l’espediente narrativo del narratore inaffidabile, moltiplicandolo per quanti personaggi sono coinvolti nella vicenda. Se appare subito chiaro che tutti i coinvolti stiano mentendo, sorge presto il dubbio che anche i narratori secondari, il taglialegna e il monaco, potrebbero non dire tutta la verità nel riportare il processo a cui hanno assistito, in una mise-en-abyme del dubbio che non viene mai risolta. Il punto di Kurosawa non è infatti raccontare e svelare un mistero, peraltro piuttosto banale nella sua ricercata semplicità, ma evidenziare come non esista una verità assoluta, ma solo versioni individuali, e pertanto parziali e falsate dalla percezione personale, della stessa, in un relativismo impossibile da superare. Le mistificazioni e le bugie sono in questo caso tanto più difficili da distinguere dalla realtà dal momento che ogni confessione è volta ad addossarsi la colpa dell’omicidio, in una sorta di rituale espiazione di peccati reali o presunti.

Il fatto che nessuna conclusione venga tratta all’interno del film chiama direttamente in causa lo spettatore, peraltro spesso interpellato dallo sguardo in camera degli attori, che sembrano rivolgersi continuamente a lui. Configurandosi superficialmente come un giallo, tutte le parti in causa testimoniano e offrono la loro versione dell’accaduto, ma non a un detective interno alla storia quanto piuttosto allo spettatore. Gli attori parlano guardando in direzione dello spettatore, seduti frontalmente alla macchina da presa e rispondendo a domande che provengono da un giudice che non vediamo mai. Lo spettatore diventa quindi un detective, chiamato in causa a giudicare e districare una trama impossibile da risolvere, in un thriller sperimentale e dalla soluzione aperta.

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O forse no. Perché se da un lato è inevitabile la paralisi del giudizio come conseguenza dell’inaffidabilità di tutti i narratori, è anche vero che la forma ci viene in aiuto quando il contenuto fa cortocircuito. Ecco allora che la quarta versione dell’omicidio, quella raccontata direttamente dal samurai, appare decisamente diversa rispetto alle altre, prima di tutto per l’assenza del commento musicale, altrimenti onnipresente, e quindi per il rovesciamento dei ruoli dei personaggi. Privi di nome e attributi che ci permettano di approfondirne la conoscenza, i personaggi di Rashomon sono tipi fissi che danno al film il sapore di una parabola o di un canovaccio teatrale messo in scena da maschere ben radicate nell’immaginario collettivo. Nell’ultimo racconto, tuttavia, le parti si invertono e i personaggi mostrano ben altri lati del loro carattere: la donna smette la veste della virtù per dimostrarsi una perfida manipolatrice, mentre il brigante risulta fondamentalmente un vigliacco e il samurai un uomo spietato nei confronti della moglie, vittima di stupro. Anche il duello tra questi ultimi non ha nulla dell’onorevole scontro tra gentiluomini cui ci si aspetterebbe di assistere: il samurai e il brigante si rotolano nella polvere, usano le spade come bastoni e ricorrono a ogni bassezza per uccidere l’altro. Si assiste all’annullamento di qualsiasi lirismo abbia sostenuto le prime versioni della storia, basate sull’eroismo, la purezza e l’onore, in un tentativo di oggettività viziato, come sempre, dalla malafede di chi racconta, già dichiaratosi mentitore abituale per coinvolgimenti in situazioni potenzialmente spiacevoli e pericolose.

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Rashomon sembra quindi dipingere un ritratto a tinte molto fosche dell’uomo, e soprattutto delle relazioni tra le persone: siamo tutti pronti a prevaricare il prossimo, a negare il nostro aiuto per motivi egoistici e a mentire per paura o per ottenere il proprio tornaconto. Un nichilismo che viene tuttavia disperso proprio nel momento in cui raggiunge il suo apice per raggiungere una conclusione quasi inversa: quando il pessimismo del film si fa cosmico, un singolo, semplice, ma a suo modo significativo, gesto di carità e altruismo sembra rimescolare le carte in tavola, e dare una nuova possibilità di redenzione non solo al taglialegna, ma all’umanità intera. Frutto sicuramente del nuovo ottimismo scaturito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il finale di Rashomon sembra promettere che, come il cielo sopra le porte di Kyoto si apre dopo il furioso temporale che ha fatto da sfondo ai racconti del taglialegna e del sacerdote, così, forse, anche per l’umanità potrebbe prospettarsi un nuovo periodo di pace e di speranza che gli garantisca una possibilità di salvezza.

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Rashomon (1950, Giappone, 88 min)

Regia: Akira Kurosawa

Soggetto: Ryunosuke Akutagawa

Sceneggiatura: Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto

Fotografia: Kazuo Miyagawa

Musiche: Fumio Hayasaka

Interpreti principali: Toshiro Mifune (Tajomaru, il bandito), Machiko Kyo (Masako Kanazawa, la donna), Masayuki Mori (Takehiro Kanazawa, il samurai), Takashi Shimura (il boscaiolo), Minoru Chiaki (il monaco)

7 pensieri riguardo “Speciale Venezia 75: Rashomon, di Akira Kurosawa

  1. Belle palle, mi piace così tanto Kurosawa che non riesco mai a scriverne perché temo sempre di non riuscire a rendere in pieno la grandezza, invece questo post ci riesce benissimo. “Rashomon” sarà pure il film del Maestro più citato ma è davvero fondamentale, nel suo raccontare al cinema i punti di vista e la percezione della realtà, un titolo che non invecchia mai, questo omaggio ci sta tutto, complimenti! Cheers

  2. Kurosawa è uno dei rarissimi casi in cui sono rimasto “affezionato” al regista. Kagemusha e Ran li ho acquistati in tutti i formati disponibili (lo so, è comportamento maniacale-compulsivo).
    Rashomon è la conferma che Kurosawa, nonostante il contesto giapponese in cui è ambientato il film e i personaggi “fissi” della cultura nipponica, riesce con successo a raccontare una storia universale e tuttora valida.
    Hai evidenziato con precisione e passione (e la si nota) i caratteri salienti ed essenziali per la chiave di lettura di questo film che nonostante i quasi 70 anni si conferma un classico da vedere.

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