Speciale Venezia 75: Ordet – La parola, di Carl Theodor Dreyer

ordet 1È un cinema d’altri tempi quello di Carl Theodor Dreyer, un cinema che oggi può apparire vetusto e superato, ma che conserva interamente il suo fascino. Dreyer raggiunse l’apice della sua carriera durante il periodo del muto, quando era ancora relativamente giovane. La passione di Giovanna d’Arco è pressoché unanimemente ritenuto il suo capolavoro, ma non mancano –dopo il passaggio al sonoro– alcuni grandissimi film come Vampyr, Dies Irae e questo Ordet – La parola, penultima opera del Maestro danese, vincitrice del Golden Globe per il miglior film straniero e del Leone d’oro a Venezia, seconda tra le opere da noi selezionate per lo Speciale Venezia 75 – I migliori Leoni d’Oro.

Si tratta di una pellicola di derivazione teatrale, tratto da un dramma in quattro atti di Kaj Munk rappresentata per la prima volta nel 1932 e già portata sul grande schermo nel 1943 dallo svedese Gustaf Molander. Un film, quest’ultimo, intitolato anch’esso Ordet e oggi dimenticato nonostante la presenza come protagonista di un grande nome come Victor Sjöström.

La storia è quella della famiglia Borgen e dei travagli interiori che i suoi componenti vivono nel rapporto con la fede. Il patriarca Morten è profondamente credente, ma gli avvenimenti che accadranno nella sua casa lo porteranno a riflettere sul suo rapporto con Dio. Il figlio maggiore Mikkel è ateo, a differenza della moglie Inger, in attesa del loro terzogenito. I fratelli di Mikkel sono Johannes, studente di teologia divenuto un predicatore folle convinto di essere il nuovo Messia, e Anders, il più giovane, che vuole sposare una ragazza che è tuttavia figlia di un uomo appartenente ad una diversa confessione e che per tale motivo non vuole concedere sua figlia al ragazzo.

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Personaggi caratterizzati alla perfezione nel loro travaglio interiore successivo all’infausto evolversi degli eventi: le complicanze nella gravidanza di Inger, che porteranno ad un tragico esito, prodromico di un finale miracolosamente redentivo.

Un finale che potrebbe sembrare apparentemente banale ma che consente in realtà di riflettere sull’intreccio tra fede e follia: in Johannes si mescolano entrambe e quando nel finale sembrano essere tornate a separarsi, si scopre che in realtà nulla è cambiato. La vera fede è dunque quella della giovane figlia di Inger, che è tuttavia una fede (inconsapevole) nella follia dello zio.

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Non si può vedere l’Ordet di Dreyer senza pensare all’influenza che fornirà al Bergman de Il settimo sigillo, Il posto delle fragole e Alle soglie della vita, tre film non a caso usciti nel biennio 1957-1958. Sono i primi tre film del Maestro svedese successivi ad Ordet, tre opere che sembrano quasi degli spin-off di quest’ultimo (per utilizzare un termine moderno applicato a ciò che moderno non è).

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I temi della morte e della vita, della follia e della fede, si intrecciano per i 120 minuti di uno di quelli che venivano frettolosamente etichettati come i “noiosi film di Dreyer” (ma che Orson Welles tanto apprezzava).

È un cinema di altri tempi, fatto di ritmi lenti e di un’impostazione profondamente teatrale, con un accompagnamento musicale ridotto all’osso e con dialoghi prolissi e ampollosi. Eppure, dopo una profonda riflessione sui suoi contenuti, questo cinema d’altri tempi non può non manifestarsi in tutta la sua grandezza.

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Ordet (1955, Danimarca, 124 min)

Regia e Sceneggiatura: Carl Theodor Dreyer

Soggetto: Kaj Munk

Fotografia: Henning Bendtsen

Musiche: Poul Schierbeck

Interpreti principali: Henrik Malberg (Morten Borgen), Preben Lerdorff Rye (Johannes Borgen), Brigitte Federspiel (Inger), Hemil Hass Christensen (Mikkel Borgen), Ann Elisabeth Rud (Maren Borgen), Cay Christiansen (Anders Borgen), Ove Rud (il pastore), Ejner Federspiel (Peter Petersen), Henry Skjær (il dottore)

8 pensieri riguardo “Speciale Venezia 75: Ordet – La parola, di Carl Theodor Dreyer

  1. Emozionante, spettacolare (il piano sequenza circolare e teatrale del santone e la bambina sulle sedie, che si muovono in una coreografia rotonda a favore di macchina come davanti a un “pubblico”), suggestivo, “oracolare” (i tanti simbolismi, per esempio riguardanti il tempo, con l’orologio fermo che si riattiva dopo il miracolo, e con il santone che ogni tanto sembra “sparire”)… — Uno dei capolavori di tutti i tempi! — Uno di quelli che apprezzi anche se uno non crede in dio, poiché parla di “sacro” e non di “divino”… — Splendido!

    1. Vedo che lo ricordi bene…
      Concordo col tuo giudizio.. quella dell’orologio è una delle tante preziose metafore disseminate nel film, forse una di quelle che resta più impressa

      1. Infatti, è una cosa strana, può essere perché pensavo a Bergman, ma ad un tratto mi è apparsa la parola Ordet (a caratteri di fuoco!) e mi è sembrato davvero pazzesco trovarci un post in concomitanza!

      2. Diciamo che il collegamento Bergman-Dreyer-Ordet viene abbastanza spontaneo, e infatti ne ho parlato anch’io, in maniera forse un po’ triviale (ma come m’è venuta sta cosa degli spin off😀)

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