Al cinema: Hereditary – Le Radici del male, di Ari Aster

Hereditary

L’horror sta rivivendo una specie di rinascimento, o almeno questa è la mia impressione. Accanto ai vari remake di personaggi iconici dei decenni passati, infatti, stanno vedendo la luce una serie di pellicole originali decisamente interessanti che urlo dopo urlo scrivono sotto ai nostri occhi la storia di un genere che, forse molto più altri, rischia velocemente di diventare asfittico e bisognoso di aria fresca. A tenere alta la fiaccola dell’horror ci pensa ora Hereditary, opera prima del regista Ari Aster, sicuramente una personalità da tenere d’occhio in futuro.

Ellen Graham muore, e lascia la figlia, Annie, con il marito e i due figli adolescenti. Immediatamente dopo il funerale, Annie inizia ad avere esperienze soprannaturali, che si intensificano quando una nuova tragedia colpisce la famiglia: per una serie di situazioni fortuite che sembrano congiurare contro di lei, Charlie, la figlia minore, rimane vittima di un incidente automobilistico e muore. Questo evento non solo esaspera le tensioni già presenti all’interno della famiglia, ma risveglia anche un antico spirito dormiente che intende rivendicare quanto promessogli anni prima dalla matriarca della famiglia; e il sangue scorrerà a fiumi.

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Raramente si è visto un debutto così consapevole delle proprie potenzialità e così abile nel realizzarle tutte. Già da questo suo primo film risulta evidente come Ari Aster abbia non solo una voce molto chiara, ma anche una notevole abilità nell’esprimersi e nel raccontare efficacemente una storia che, sulla carta, non presenta grandi innovazioni o originalità narrative. Il punto però non è questo, quanto la sontuosità della messa in scena e la maestria del regista nell’immergere lentamente il suo pubblico all’interno del film fino a ad averlo completamente asservito al suo potere. Hereditary è un film che ti avviluppa nelle sue atmosfere e non ti lascia andare mai più. Niente jump-scare, o mezzucci tipici di film insicuri alla ricerca del facile spavento: Aster costruisce lentamente un meccanismo perfetto che crea una tensione in costante ed esponenziale sviluppo fino al glorioso finale, in cui tutti i pezzi del puzzle, peraltro non particolarmente complesso, trovano il loro posto e fanno scattare la trappola contro la vittima innocente di turno.

Una tensione quasi fisica che prende vita, paradossalmente, con una regia molto classica e flemmatica, spesso contemplativa e che fa della lentezza la propria forza. Aster indugia spesso in lunghe inquadrature che ci negano di vedere l’autentico orrore, costruendo un mondo di fuori campo ancora più angosciante perché invisibile: mostrandoci il meno possibile, il regista ci sprona a riempire i vuoti con la nostra fantasia, immaginando situazioni sempre più terrificanti man mano che il film procede. La prima situazione in cui questa tendenza diventa esplicita è nella scena, già citata, della morte di Charlie: intuiamo cosa sia successo, ma la macchina da presa ci nega una chiara visuale del suo cadavere preferendo invece concentrarsi sul primo piano sconvolto di Peter (un ottimo Alex Wolff), rimandando per un tempo dolorosamente lungo il momento in cui questo apparirà sullo schermo in tutto il suo orrore.

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Una precisa scelta stilistica che gioca più sulle atmosfere che sul gore, e più sulla tensione generata da relazioni famigliari malsane piuttosto che dalla presenza di spiriti soprannaturali. Grazie all’ottima sceneggiatura e al cast superbo, su cui trionfa una Toni Collette magnifica, Hereditary costruisce un thriller famigliare straordinariamente solido, in cui la morte di ben due persone care spezza il fragile equilibrio su cui si reggeva la famiglia Graham trascinando tutti i suoi membri in un vortice di odio e recriminazione. Non solo le maledizioni sono ereditarie, nel film di Aster, ma anche i rapporti famigliari fatti di incomprensione, odio e risentimento per una vita che non è quella che desideravamo o per l’amore che, crediamo, ci venga negato proprio dove lo vorremmo più disperatamente. Aster scrive scene di dialogo assolutamente brillanti, in cui, complice l’eccezionale interpretazione degli attori, emerge l’orrore più grande di tutti, quello che prende vita all’interno di una grande casa in cui le persone non si amano davvero, o nel modo giusto; e solo da questo punto, come un’appendice infetta, si articola la parte soprannaturale del racconto.

Una trama spiritica che, a dire la verità, è forse la parte meno riuscita del film. Man mano che diventa chiaro quale sia il punto del racconto sotto le atmosfere suggestive e i macabri feticci, Hereditary perde progressivamente di originalità e trasporto, adagiandosi su una storia di possessioni demoniache già vista in molteplici versioni, e per questo non del tutto convincente. Uno scivolone finale che se da un lato non compromette il valore del film, dall’altro delude inevitabilmente le aspettative che aveva creato nel corso delle due ore precedenti, lasciando lo spettatore con l’amaro in bocca. E’ come mordere una brioche e trovare la marmellata al posto della cioccolata: è buona lo stesso, ma avrebbe potuto essere meglio.

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Al netto di quest’ultimo difetto, Hereditary è un film molto valido e decisamente riuscito; forse non il nuovo Esorcista, come è stato pubblicizzato, ma comunque un horror sapientemente confezionato che può contare su un’ottima sceneggiatura e una regia capace di generare incubi e perseguitare l’incauto spettatore anche a diversi giorni dalla visione del film. L’ottimo debutto di una voce da cui è lecito aspettarsi ancora grandi cose; terribili, certo, ma grandi!

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Hereditary (2018, USA, 127′)

Regia e sceneggiatura: Ari Aster

Fotografia: Pawel Pogorzelski

Musiche: Colin Stetson

Interpreti principali: Toni Collette (Annie Graham), Alex Wolff (Peter Graham), Milly Shapiro (Charlie Graham), Gabriel Byrne (Steven Graham), Ann Dowd (Joan)

9 pensieri riguardo “Al cinema: Hereditary – Le Radici del male, di Ari Aster

  1. Rientrato dalle vacanze, ho un bel po’ di film rimasti indietro da vedere, compatibilmente con la chiusura estiva di molti cinema.
    Su questo avevo un dubbio e mi hai aiutato a fugarlo… questo fatto delle possessioni che rovinano il finale mi fa propendere per una visione domestica, evitando di vederlo in sala… Non mi piacciono i film che vanno troppo sul soprannaturale. Oddio, nell’horror è indispensabile per lo stesso inquadramento nel genere, però non bisogna neanche esagerare, a mio modesto parere.
    P.s.: la metafora del croissant è perfetta😀😀😉😉

    1. Ma sai, in questo caso secondo me non era nemmeno indispensabile il soprannaturale, per via di tutta la tensione che si viene a creare nella prima parte; o almeno avrebbe potuto essere usato in modo diverso, piú sottile.
      Comunque è un film visibilissimo anche a casa senza che perda granchè.

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