Speciale Venezia 75: America oggi, di Robert Altman

short cuts 00Non puoi chiedere a un amante del cinema qual è il suo film preferito, lo metteresti in crisi. Ci sono così tante meraviglie nel forziere della settima arte che davvero non si sa dove il luccichio è più intenso. Neppure quella del regista preferito è una scelta facile, anche se c’è sempre un nome ricorrente nella mente di ogni appassionato di film (cerco di evitare l’orrido termine cinefilo), quel nome sul quale ogni dubbio si scioglie come neve al sole. Tra Allen e Fellini, Ford e Huston, la figura di Robert Altman occupa un posto speciale nel mio cuore.  Uomo straordinario, regista geniale e inimitabile, nella sua ricca filmografia spiccano alcuni titoli che hanno lasciato un segno profondo nel mondo del cinema al di là dei pochi premi ottenuti (un Oscar alla carriera che suonò riparatorio) e della stentorea commercializzazione dei suoi film dalle nostre parti.

Il mercato home video di Altman in Italia è a dir poco asfittico, le edizioni in circolazione sono scarse oggi come ieri, lo si può intuire fin dalle traduzioni farlocche dei suoi titoli fatte nel tentativo di allocchire il pubblico più refrattario alle “pellicole impegnate”; Short Cuts diventa America Oggi, A Prairie Home Companion diventa Radio America. Me li vedo, questi geni della distribuzione: “Aò come ‘o volemo fà sto titolo?” – “Macchenesò, mettece America che nun sbaji”. Ebbene, pur rimarcando l’ottusità del titolo all’edizione italiana (quasi introvabile) di uno dei più bei film di Altman (nonchè uno dei miei preferiti in assoluto), per un semplice principio di coerenza con gli altri post avete letto che qui si parla di “America Oggi”. Sappiate però che io vi sto parlando col cuore in mano e con estrema devozione di quell’enorme capolavoro che è Short Cuts. E che nella mia piccola videoteca c’è Short Cuts, dvd Paramount edizione UK, senza né audio né sottotitoli in italiano.

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Scorciatoie, questo il significato del titolo. Ed è proprio una rete fittissima di scorciatoie quella che unisce i molti personaggi di questa intensissima pellicola di 187 minuti; relazioni di vicinato o professione, amori e parentela legano i personaggi ispirati da alcuni racconti (e una poesia) del grande Raymond Carver, costituendo uno dei capisaldi del cosiddetto film corale, genere di cui Altman è maestro indiscusso. Difficilissimo scolpire un’opera leggendaria con un cast di primedonne; ci vuole un dittatore benigno, uno che sa imporre il suo modo di intendere la storia senza far percepire la violazione di campo agli attori, e la ferma dolcezza di Bob (nome con il quale tutti gli si rivolgevano, dai divi all’ultimo degli attrezzisti) riusciva laddove molti altri avrebbero fallito. Questa dote umana generò l’alchimia irripetibile dei suoi popolosi set, da Nashville in poi. E in questo film il maestro di Kansas City sembra davvero estrarre il meglio da ogni membro del cast; pur con un minutaggio che inevitabilmente deve fare i conti con la nutrita compresenza di storie parallele, ciascuno si ritaglia nel proprio spazio narrativo una incredibile profondità di caratterizzazione, merito anche di una complessa e intelligente sceneggiatura scritta dallo stesso Altman con l’amico e collaboratore di lungo corso Frank Barhydt. Tutto respira meravigliosamente come un organismo unico, ogni storia si fonde, si collega, si interseca con un’altra nel quadro di una Los Angeles frantumata, alle prese con una devastante invasione di medflies (mosca della frutta), catturata nel suo notturno splendore nella magnetica sequenza iniziale in cui un nugolo di elicotteri dai neon fucsia sorvolano spargendo lo spray insetticida.

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I protagonisti di questo film, escludendo i bambini che hanno comunque un ruolo fondamentale, sono almeno venti. Non c’è alcuna gerarchia sul set, i minutaggi sono piuttosto omogenei e le trame si innervano attraverso alcuni fattori chiave. Uno di questi snodi ad esempio è l’incidente occorso al piccolo Casey, che coinvolge in diversa misura un gran numero di personaggi: i genitori (Andie McDowell e Bruce Davison) e in maniera più laterale il nonno (Jack Lemmon); la donna che lo ha investito (Lily Tomlin) e di riflesso il convivente (Tom Waits); il medico che lo cura (Matthew Modine), la ragazza clown che avrebbe dovuto animare la festa di compleanno (Anne Archer) e così via. Sono parecchi i temi di questo gigantesco affresco, tra i quali spicca certamente la disgregazione della coppia e della famiglia dove i rapporti si fanno tesi tanto tra coniugi quanto tra ex ed amanti; i figli sono lo specchio impietoso del fallimento o dell’assenza degli adulti, come i vocianti pargoli del duro poliziotto interpretato da Tim Robbins o il dolce ragazzino cui una giovane madre (Frances McDormand) cerca di inculcare il disprezzo verso il padre, se non innocenti spettatori di un degrado ormai normalizzato (emblematiche le scenette famigliari come quella in cui una mamma, interpretata da Jennifer Jason Leigh, dà la pappa al bimbo sul seggiolone mentre al telefono dice le peggio zozzerie in quanto operatrice di una hot line). Un’ altra tematica corrosiva che emerge è quello dell’intrattenimento ad ogni costo; la vita è piena di contrattempi, ma niente potrà impedire al trio di compagnoni (tra i quali figura il rocker Huey Lewis, quello di The Power of Love) di continuare a pescare tranquillamente sul fiume, neanche il rinvenimento del cadavere di una ragazza che biancheggia macabro sul fondale. Altro tema spinoso la pericolosa distruzione interiore, come l’implosione della timida violoncellista Lori Singer (qualcuno se la ricorderà in Saranno famosi) o le segrete esplosioni di un mefistofelico e squilibrato Robert Downey jr.

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Non lasciatevi scoraggiare dalla lunghezza del film: sono tre ore che scorrono filate in cui a ogni ansa della storia ti ritrovi a chiederti come diavolo sia possibile una simile concentrazione di genio e talento. Perchè Robert Altman è così dimenticato? Perchè questo film da noi è introvabile da tempo immemore? Domande a cui non so darmi una risposta sensata. Il mai abbastanza compianto critico Roger Ebert ne riconobbe la grandezza e notò a commento di questo suo capolavoro: Altman, esiliato da Hollywood che lo decretò non commerciale, continuò a fare film, ma senza il budget e la distribuzione di cui un grande cineasta dovrebbe disporre. Insomma: poco finanziato, scarsamente premiato, mal distribuito, eppure dotato di una pervicacia e di una incrollabile ironia con cui affrontava tutto questo.

Come si fa a non amarlo?

___

Short Cuts (1993, USA, 187′)

Regia: Robert Altman

Sceneggiatura: Robert Altman e Frank Barhydt

Fotografia: Walt Lloyd

Interpreti principali: Andie MacDowell (Ann Finnigan), Bruce Davison (Howard Finnigan), Jack Lemmon (Paul Finnigan), Julianne Moore (Marian Wyman), Matthew Modine (dr. Ralph Wyman), Tim Robbins (Gene Shepard), Madeleine Stowe (Sherri Shepard), Anne Archer (Claire Kane), Fred Ward (Stuart Kane), Jennifer Jason Leigh (Lois Kaiser), Chris Penn (Jerry Kaiser), Lili Taylor (Honey Bush), Robert Downey Jr. (Bill Bush), Tom Waits (Earl Piggot), Lily Tomlin (Doreen Piggot), Frances McDormand (Betty Weathers), Peter Gallagher (Stormy Weathers), Annie Ross (Tess Trainer), Lori Singer (Zoe Trainer), Lyle Lovett (Andy Bitkower), Buck Henry (Gordon Johnson), Huey Lewis (Vern Miller).

 

 

12 pensieri riguardo “Speciale Venezia 75: America oggi, di Robert Altman

  1. dici bene, uno dei film corali per eccellenza con un cast straordinario e una sceneggiatura complessa ma ben orchestrata in questo sistema di incastri mai banale…
    e poi il fatto di aprire e chiudere la pellicola con due metafore così potenti e così diverse… o forse no? sono del resto due piaghe d’Egitto, cambia solo il significato (interpretabile, peraltro)…
    insomma, mi unisco al tuo accorato e appassionato appello: è un film da vedere!

    1. dimenticavo: sta cosa che alcuni film che pure hanno vinto il Leone d’oro a Venezia abbiano problemi con la distribuzione è abbastanza clamorosa…
      qui peraltro c’era dietro la macchina da guerra incrociata di Cecchi Gori e Berlusconi, ma evidentemente l’insuccesso di vendite ha portato a non riproporlo sul mercato…

  2. Altman è uno dei miei registi preferiti. Mi hai fatto venir voglia di guardare Radio America. Mi sa che ora me lo guardo. America oggi lo adoro. Ce l’avevo in vhs. Poi c’è Julianne Moore (capisc’a me)

      1. Era troppo lungo il titolo originale. Però mi pento di non averlo scritto perché è molto più bello.
        Rimedio subito: A prairie home companion. Bellissimo 😊

  3. Altman mi piace talmente tanto che non mi sono mai posta il problema di quanto fosse mal distribuito o misconosciuto. Per me era un artista supremo e appena uscivano i suoi film correvo a vederli. Li aspettavo con impazienza e li guardavo con il godimento di ritrovare un linguaggio amato e sicuramente qualcosa da imparare. Short cuts ce l’ho in VHS ed è uno di quei film che per anni ho guardato e riguardato. Un capolavoro del cinema mondiale, non solo americano (a dispetto del titolo italiano). Ora me lo riguardo ❤

  4. Di questo film ho ricordi ancestrali tipo di quando avevo 14 anni e i miei fratelli più grandi se lo guardavano in VHS… Ammetto che Altman è un regista che devo ancora esplorare a dovere, e questo post non fa che ricordarmelo. Spero che in Spagna si trovino più DVD/Bluray della sua filmografia, appena mi finiscono le ferie comincio a studiarmi la situazione!

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