Speciale Venezia 75: Magdalene, di Peter Mullan

magdaleneIl penultimo dei Leone d’Oro da noi selezionati per lo Speciale Venezia 75 è un film del 2002 di sangue irlandese (co-prodotto dall’italiana Eyescreen di Occhipinti) diretto dallo scozzese Peter Mullan, nome forse meglio noto come attore di retrovia (qualcuno ricorderà il losco Mother Superior in Trainspotting, che serve la siringa come a un ristorante di classe). Si tratta di Magdalene (The Magdalene Sisters) un dolente e penetrante ritratto della vita nelle terrificanti Magdalene laundries, case di reclusione tenute dalle suore per la “redenzione” di fanciulle perdute. Istituti di correzione (disgustoso eufemismo) e lavanderie intitolati alla peccatrice dei Vangeli, Maria Maddalena – figura peraltro riedificata dal recente film di Garth Davis sulla scorta delle intuizioni teologiche di Papa Francesco – questi simpatici luoghi infernali sono esistiti fino al 1996. Non proprio l’ottocento, diciamo.

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Si tratta in tutto e per tutto di un film a tesi, che pur nel suo rabbioso perimetro non perde un grammo di lucidità. La forza di Magdalene sta indubbiamente nella bravura delle sue protagoniste, tre attrici di seconda fila qui nel ruolo della vita: Anne-Marie Duff (recentemente apparsa in Suffragette), Nora-Jane Noone (vista con Saoirse Ronan in Brooklyn) e Dorothy Duffy (qua e là in film minori) sono giovani donne strappate da un contesto famigliare ottuso e si trovano a subire la forza demoniaca di una magistrale Geraldine McEwan nel ruolo di una vera banshee-badessa, Sister Bridget. Per quanto il centro della narrazione poggi sulle cinghiate e le umiliazioni patite per mano delle “spose di Cristo”, risulta evidente come non ci sia violenza peggiore di quella causata dalle stesse famiglie delle ragazze; Margaret (la Duff) è colpevole di esser stata stuprata (sic!) a una festa di matrimonio da un cugino, Bernadette (la Noone) è colpevole di fare la civetta coi ragazzi (e senza manco consumare!), Rose (la Duffy) si macchia perfino di una gravidanza di fronte alla quale i suoi “amorevoli” genitori calano un muro di ghiaccio impietoso. Insomma è proprio l’ Irlanda ancestrale la prima matrigna crudele di questa storia, a cui si concede forse troppo superficialmente il parafulmine della imposta morale cattolica. Allo stesso modo, le suore sono volenterose carnefici di una religione o sono piuttosto esseri femminili appartenenti alla razza umana a cui è capitato tra le mani il piccolo, eccitante e perverso potere di sopraffazione? Sono questioni più importanti di quanto si pensi, non perchè servono a scagionare l’istituzione ecclesiastica ma perchè pongono l’accento là dove è in definitiva necessario: l’essere umano, maschio o femmina che sia, sa essere la più crudele delle bestie.

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Il film di Mullan viaggia in bilico sul burrone del melodramma, ma ha le risorse per scansare il pericolo di precipitare nello scontato. La storia di Bernadette mi sembra la più emblematica di questa fuga dal facile sentimentalismo perchè profondamente sincera; la ragazza più ribelle (che poi è la più “innocente”, se proprio vogliamo usare il metro di giudizio dei suoi accusatori) capisce per prima che l’umanità può essere un paravento e può diventare paradossalmente una forma di accondiscendenza allo status di prigionia. Quando ruba il ciondolo alla compagna mentalmente disturbata (bravissima Eileen Walsh alla quale spettano le scene più toccanti del film) non prova pentimento, perchè sa che si tratta di un feticcio, un appiglio illusorio verso una libertà perduta che non fa alzare la testa; quando accudisce la compagna anziana (divenuta col tempo una specie di kapò) in punto di morte, non la blandisce con una finta pietà ma le rinfaccia con freddezza tutto il male che ha fatto. Salvo poi darle un commovente bacio in fronte quando ormai è trapassata in un meraviglioso, tardivo, inutile gesto di pietas così carico di significato da far implodere lo schermo.

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Anche il finale è tutto in mano al personaggio della Noone, con uno scioglimento di capelli da antologia in una notte piovosa, a simboleggiare la fierezza di una libertà conquistata con la determinazione. Le didascalie finali fanno venire la pelle d’oca; che fossero storie vere lo si sapeva, tuttavia la normalità acquisita da queste donne in seguito a questa assurda carcerazione fino alla fine dei loro giorni è un monumento all’umanità. Resta invece come una coltellata mai rimarginata il crudele destino di chi come la povera Crispina ha perduto il senno, anime semplici schiacciate da una vergognosa congiura dei violenti. Il sipario cala su uno schermo nero fitto di nomi, sono tantissimi e dietro ciascuno di essi c’è una storia di soprusi finalmente emersi dall’oblio: un Leone d’Oro di quelli politicamente affilati come rasoi, ma decisamente un’opera meritevole perchè non si lascia condurre soltanto da un impeto giustizialista.

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Magdalene (2002, Irlanda / Scozia / Italia, 119 min)

Regia e sceneggiatura: Peter Mullan

Fotografia: Nigel Willoughby

Musiche: Craig Armstrong

Interpreti principali: Anne-Marie Duff (Margaret), Nora-Jane Noone (Bernadette), Dorothy Duff (Rose/Patricia), Geraldine McEwan (Sister Bridget), Eileen Walsh (Crispina)

6 pensieri riguardo “Speciale Venezia 75: Magdalene, di Peter Mullan

  1. un film provocatorio e per molti versi diretto come un pugno allo stomaco…
    lo hai analizzato alla perfezione e non saprei che altro aggiungere se non concordare sul fatto che i primi colpevoli sono quelle famiglie ritratte nei tre distinti prologhi che anticipano i titoli di testa…
    ah sì, forse una cosa la posso aggiungere, anche se c’entra poco con i contenuti: mi era piaciuta moltissimo la scena iniziale – il primo dei tre prologhi, quello su Margaret – con la canzone cantata dal prete al suono del tamburello e il clima festivo del matrimonio che si trasforma in un incubo (surreale, perché la festa prosegue) a seguito dello stupro della ragazza… una sequenza che è un climax davvero spiazzante, soprattutto perché posto in apertura della pellicola…

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