Oldies but Goldies: Un americano a Parigi, di Vincente Minnelli

An-american-in-Paris-posterEsattamente 100 anni fa nacque Alan Jay Lerner, nome che potrebbe dirvi poco o nulla se non siete un po’ appassionati di musical. Nell’allestimento di uno spettacolo danzante e cantante pensato e studiato per il cinema, i reparti tecnici a cui generalmente si fa riferimento sono coreografia, regia, scenografia, naturalmente le musiche; il fanalino di coda spetta alla sceneggiatura, più apprezzata nel cinema classico. Tuttavia si può scrivere una buona storia saldandola agli “invadenti” innesti coreografici, come dimostrò il paroliere Lerner il quale vinse ben due premi Oscar per Un americano a Parigi e Gigi, frecce della faretra MGM prodotti da Arthur Freed per la regia di Vincente Minnelli. Ebbene, visto che amiamo molto celebrare le ricorrenze e spesso approfittiamo semplicemente di queste per parlare dei film che amiamo, oggi vi presentiamo il mitico An American in Paris, cugino meno nobile del divino Singin’ in the rain seppure più premiato.

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Alle fondamenta del film c’è la musica imperitura dei fratelli Gershwin (George compositore, Ira paroliere), dagli standards di successo a vari spezzoni del poema sinfonico eponimo risalente al 1928. Su queste note danza l’energico e solare Gene Kelly, performer arrivato tardino a calcare le scene di Broadway (esordì ventiseienne) ma divenuto ben presto un’ icona popolare da contrapporre al più maturo e navigato Fred Astaire. In una Parigi pittoresca, crogiolo di stereotipi tutta fiori, brioches e angolini deliziosi come piace agli americani, il protagonista Jerry Mulligan espone le sue tele per strada e alloggia in una soffitta da vero bohemien. Ovviamente è il principale fornitore di chewing gum per le frotte adoranti di bambini del vicolo, ai quali dedica un frizzante siparietto sulle note di I Got Rhytm a inizio pellicola. Letteralmente preso all’amo dalla mecenate Milo (una splendida e malinconica Nina Foch), finisce per innamorarsi a prima vista della ritegnosa commessa Lise, interpretata dalla debuttante francesce Leslie Caron, scritturata con modalità cenerentolesca dallo stesso Kelly che la scoprì mentre si esibiva come prima ballerina al Ballet des Champs Elysée. Una favola hollywoodiana che portò la sua carriera sugli scudi, sebbene non giunse mai oltre due nomination per il Golden Globe, una per Gigi e una per Fanny di Joshua Logan. Tornando alla storia inventata da Lerner, il love affair del pittore Mulligan con la bella commessina andrà poi a complicarsi intrecciandosi con i sentimenti dell’amico Henri (il cabarettista Georges Guétary), ma tutto si risolverà nel classico finalone fiabesco, gioioso e imponente.

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Tra le cose davvero notevoli del film c’è la stunning performance (lasciatemelo dire in inglese che suona così bene) di Oscar Levant, ben più che un semplice caratterista dalla battuta sempre pronta in quanto prima di tutto eccellente pianista e compositore di livello (una sua incisione di Rhapsody in Blue vinse il Grammy, quindi possiamo intenderlo come un musicista professionista prestato alla settima arte): nel film si prende tutta la scena in una sequenza onirica dove ogni componente dell’orchestra e del pubblico ha il suo volto e in cui possiamo ammirarne il virtuosismo sull’Allegro Agitato del Concerto in F major di Gershwin. La lunga e travolgente sezione finale del film invece è l’apoteosi della coreografia di Kelly; la sceneggiatura abbandona i dialoghi e si fa corpo con movenze, salti, pose mentre la cinepresa fa la differenza, catturando espressioni che in teatro non sarebbe naturalmente possibile cogliere. Il poema sinfonico viene dunque danzato integralmente raggiungendo il climax con l’ultima sezione, il celebre Moderato con grazia, suadente blues con dei crescendo emotivamente struggenti, mostrando favolosi chiaroscuri su fondali elettrizzanti che hanno valso gli Oscar a fotografia, scenografie e costumi. Un musical leggendario che forse oggi soffre della polvere del tempo, tutto da riscoprire nella sua incantevole artificiosità, perchè un fondale di cartone in questo genere di pellicola sa essere più intrigante e paradossalmente più sincero di una articolata profondità di campo.

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An American in Paris (1951, USA, 115 min.)

Regia: Vincente Minnelli

Soggetto e sceneggiatura: Alan Jay Lerner

Scenografie: Edwin B. Willis e F. Keogh Gleason

Fotografia: Alfred Gilks

Musiche: George & Ira Gershwin (direttori d’orchesta: Saul Chaplin e Johnny Green)

Interpreti principali: Gene Kelly (Jerry Mulligan), Leslie Caron (Lise Bouvier), Oscar Levant (Adam Cook), Nina Foch (Milo Roberts), Georges Guétary (Henri Baurel)

3 pensieri riguardo “Oldies but Goldies: Un americano a Parigi, di Vincente Minnelli

  1. Ahimè, non l’ho mai visto snobbandolo sempre in favore di “Singin’ in the rain”. Sarebbe anche ora di un bel recupero e di un tuffo nei classicissimi anni 50!

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