contemporary stuff: A proposito di Schmidt, di Alexander Payne

about schmidt 3Mescolare dramma (umano) e commedia non è mai semplice. Ci sono le black comedy piuttosto che le commedie agrodolci, ma ci sono anche dei veri e propri ibridi, come quest’opera di Alexander Payne, vero esperto nel trattare soggetti altrui traendone sceneggiature non originali di grande spessore, come dimostrano i due Oscar vinti proprio in questa categoria (non però per About Schmidt, per il quale Payne si aggiudica – insieme a Jim Taylor – il Golden Globe per la miglior sceneggiatura).

Nel caso di questo suo terzo lungometraggio, il regista-sceneggiatore di Omaha si basa sul romanzo omonimo di Louis Begley, dipingendo un affresco crudo e diretto del fallimento della classe media americana, quella che si crogiola nel mito della produttività e della villetta con giardino, ma che quando giunge il momento dello showdown, della resa dei conti esistenziale, manifesta tutta la propria povertà sostanziale.

La storia è quella di Warren Schmidt, funzionario di una grande impresa di assicurazioni con sede a Omaha (la città del Nebraska in cui è nato Payne, nonché notoria località triste del Midwest), al suo ultimo giorno di lavoro prima del pensionamento. Sposato da 42 anni con una buona donna che sopporta a malapena, Schmidt si trova a perderla da un giorno all’altro, ritrovandosi solo e con le giornate sconsolatamente vuote, dopo che al lavoro è stato sostituito da un rampante giovanotto che ha liquidato in fretta e furia il suo ricordo.

L’unica missione esistenziale che gli rimarrà dopo quegli eventi infelici è quella di cercare di convincere sua figlia Jeannie a non sposare il buono a nulla con cui sta per convolare a nozze.

Al centro di tutta l’opera c’è la straordinaria caratterizzazione del protagonista (come suggerisce del resto il titolo About Schmidt), il classico uomo medio che cresce col mito americano della ricerca del successo (e della felicità) e si ritrova a chiudere la propria vita lavorativa in un beffardo ruolo da vice-vice-presidente, più onorifico che altro.

Il discorso di apertura con cui l’amico di sempre Ray celebra Schmidt alla sua festa per il pensionamento è fortemente significativo, da un lato, della schiettezza tipica degli americani (ma anche della loro ipocrisia), e, dall’altro, del miraggio dell’American Way of Life.

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Significativa la sequenza di apertura in cui il protagonista attende, nella più totale inattività, lo scoccare delle 5:00 p.m. per congedarsi definitivamente dal suo luogo di lavoro, in una stanza spoglia che ormai ospita solo più scatoloni d’archivio (che verranno presto cestinati nonostante il puntiglio con cui Schmidt li aveva preparati), l’impermeabile (rigorosamente in doppio petto) appeso alla porta e l’orologio che il protagonista osserva con sguardo assente nell’attesa che la lancetta dei secondi sancisca il suo definitivo allontanamento da quei locali.

Una volta a casa inizia il travaglio interiore di chi non si sente più utile alla società. Un sentimento di vuoto che la moglie di Schmidt cerca di scompaginare con l’acquisto di un gigantesco camper, da utilizzare per un viaggio in lungo e in largo per gli Stati Uniti, ennesimo effimero palliativo esistenziale.

L’adozione a distanza che Schmidt effettua con un’associazione di beneficienza riveste un duplice contemporaneo ruolo fondamentale all’interno della pellicola: da un punto di vista tecnico, è l’escamotage che consente alla voce narrante di esplicitare i pensieri del protagonista (messi nero su bianco nelle lettere che spedisce al bambino del Tanzania che ha adottato); dal punto di vista narrativo, è invece l’elemento che porta alla redenzione di Schmidt, sebbene effimera e raffazzonata. Il messaggio che vuole trasmettere Payne – e che emerge nel finale – è quello di un’autoassoluzione che ciascuno di noi ricerca dove più gli fa comodo, magari anche con sincerità e trasporto (quelli che portano Schmidt a piangere copiosamente quando vede il disegno che il bambino gli ha mandato dal Tanzania), ma inevitabilmente priva di concretezza.

Nella parte centrale, quella successiva al dramma della perdita della moglie, si concentra la sezione che più si avvicina alla commedia, con l’inettitudine che prende possesso di Schmidt e le successive esilaranti vicende che portano al matrimonio della figlia.

Nell’America del bushismo (il film è del 2002) Payne utilizza l’espediente del road movie come metafora del viaggio interiore che il protagonista compie analizzando contemporaneamente il suo passato – che tutto d’un tratto crolla come un castello di carte – e le prospettive di un futuro totalmente incerto.

Nonostante la durata di poco superiore alle due ore i ritmi sono dosati in maniera ineccepibile, alternando dialoghi mai troppo cerebrali e silenzi spesso molto eloquenti.

La fotografia di James Glennon ci mostra i paesaggi sconsolati del Midwest e delle Rocky Mountains (la figlia vive a Denver, Colorado), facendo prevalere i toni insaturi che esaltano il grigiore che avvolge un po’ tutta la pellicola, con i colori che fanno capolino soltanto nelle scene più ironiche, principalmente quelle dei giorni immediatamente precedenti il matrimonio, in cui Schmidt conosce la stravagante famiglia del suo futuro genero, un venditore di materassi ad acqua che è chiaramente un fallito, oltre che uno sfigato con tanto di codino e bizzarro pizzetto.

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Ottima la prova di Jack Nicholson, nei panni del protagonista, che all’alba dei 65 anni dimostra la sua versatilità interpretando un personaggio decisamente interessante, che nel corso della pellicola si trova a dover fronteggiare tutta una serie di emozioni: dal dolore (fisico e morale) alla gioia, dallo stupore alla rabbia. Memorabili soprattutto le sue smorfie causate dall’assunzione di potenti analgesici (al limite della sostanza stupefacente), nonché le espressioni basite durante la cena a casa dei consuoceri (una coppia scoppiata in cui lei è una ex hippie dai modi assolutamente singolari, interpretata da una Kathy Bates ultracinquantenne che si concede anche una scena di nudo fatty).

Nicholson si porta a casa il Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico e una nomination (l’ennesima) all’Oscar per il miglior attore protagonista.

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About Schmidt (2002, USA, 124 min)

Regia: Alexander Payne

Soggetto: Louis Begley

Sceneggiatura: Alexander Payne, Jim Taylor

Fotografia: James Glennon

Musiche: Rolfe Kent

Interpreti principali: Jack Nicholson (Warren Schmidt), Kathy Bates (Roberta Hertzel), Hope Davis (Jeannie Schmidt), Dermot Mulroney (Randall Hertzel), June Squibb (Helen Schmidt)

15 pensieri riguardo “contemporary stuff: A proposito di Schmidt, di Alexander Payne

  1. Ma quanto è figa la scena in cui Jack Nicholson e Kathy Bates fanno il bagno nella vasca, e dal suo sguardo si capisce benissimo che lui vorrebbe essere ovunque fuorché lì? 🙂

      1. Tra l’altro non so se lo sai, ma si è rimangiato la decisione di ritirarsi, e sta per tornare in pista con il remake di Vi presento Toni Erdmann. Ovviamente non vedo l’ora! 🙂 Colgo l’occasione per dirti che ho pubblicato un nuovo post… spero che ti piaccia! 🙂

      2. generalmente non amo questi remake hollywoodiani di film di successo, che escono a stretto giro dall’originale, ma inutile dire che Toni Erdmann con Jack Nicholson sarà un evento imperdibile!

      3. Anch’io odio i remake, i reboot, i sequel, i prequel e tutte le varie rimasticature di roba già fatta, ma se Jack Nicholson ha deciso di uscire dalla sua villa apposta per questo film dopo anni di clausura un motivo ci sarà. E non credo che siano i soldi, perché ne avrà guadagnati abbastanza per mantenere anche i nipoti dei suoi nipoti! 🙂

  2. In quegli anni Nicholson era ancora sul pezzo. La promessa, Terapia d’urto, e quattro anni dopo About Schmidt l’abbiamo visto in The Departed, una prova d’attore pazzesca anche se non aveva più niente da dimostrare. Payne ha diretto cose molto interessanti; questo e Nebraska credo siano i miei preferiti. Mi manca però il suo ultimo film Downsizing.

    1. Concordo. Nicholson-Payne un’ottima accoppiata e poi è vero che Nicholson è un attore “invecchiato bene” (dal punto di vista artistico), a differenza di qualche collega della sua generazioni…

  3. Di Payne, oltre a Nebraska, ho apprezzata molto anche Sideways.
    About Schmidt mi ricorda un altro film di Nicholson Qualcosa è cambiato, cioè mi sembra che lui, ad un certo punto della sua carriera, si sia trovato benissimo nei panni dell’anziano strambo…un saluto Vincenzo!

  4. Alexander Payne è un vero “autore” (il suo “Paradiso amaro” è per me indimenticabile) e Jack Nicholson è uno dei più grandi attori mai esistiti. Ho rivisto “Reds” dove lui interpreta splendidamente Eugene O’Neill…

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