Al cinema: Funeralopolis – A Suburban Portrait, di Alessandro Redaelli

locandinaDunque. Io ero in questo cinema che attendevo di entrare, e cominciano ad arrivare punkabbestia, o non so che, ma tanto io mi metto davanti, e c’è un preciso momento in cui ho avuto l’impressione di trovarmi in prima fila solo (oh, aver gente accanto al cinema è insopportabile dai), con dietro tutte file di punkabbestia, o non so che. Il film è una specie di documentario, o non so che, il regista ha seguito per un anno e mezzo le vite di Vash(ish) e Felce.

Vash e Felce sono due rapper horrorcore, che non so cosa sia, direi una roba con barre del tipo vado a puttane/ti stupro il cane, mondo rapina/con l’eroina di Bresso, cioè no dico dai, Bresso, archetipica località dell’infinito (e infinitamente brutto) hinterland milanese (ciao a tutti quelli che leggono dall’hinterland milanese, vi si lovva), palazzoni popolari e disagio.

La parola chiave, del film (e probabilmente di Bresso no ok smetto) è marginalità. In pratica lui dice (in una bella intervista su Vice che trovate facile, non linko niente perché googlando tutto trovate facile) che ogni volta che aveva tempo li chiamava e li raggiungeva, e poi stava con loro fino a fine giornata, arrivando così ad avere quintali di girato. Dopodiché si è messo con due suoi amici di scuola (di cinema) e ha montato e smontato e rimontato tutto. Vash è matto come un cavallo, ha il poster di Battle Royale e un machete di carbonio in camera e parla di droga ai genitori come io scelgo le farfalle per pranzo.

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Felce è un po’ più vecchio (sui 30), laureato e studia esoterismi vari. Si arrangiano tra lavoretti, spaccio di keta o chissà e si fanno, in un pulito bianco e nero, di eroina, senza un domani. Nei cessi dei treni (ho controllato, pare che Bresso non ci sia manco la stazione – io andavo a Bresso a trovare mia cugina col fidanzato, che però era matto, nessuno è perfetto), lasciando le vecchie che devono pisciare fuori dalla porta (no vero, questa è una scena a cui ho assistito io a Rogoredo), e scaldare la dose tra tutto quel movimento e sferraglio non è facile. Aghi e siringhe a pioggia, si infilano ovunque, ho passato metà film avvinghiato a me stesso (c’est pourquoi aussi la prima fila); in particolare ho patito la scena prolungata della dose in primo piano iniettata nel collo. E poi nei luoghi di Milano, visti e rivisti ma ribaltati, nel senso che sono ampiamente riconoscibili ma ci vedi forme di vita deformata e tossica che passandoci di giorno (io che la conosco ma ancora poco) o quando te la senti raccontare (chi non ci vive) non percepisci mai. A parte Rogoredo, nota per il suo boschetto dello spaccio (dRogoredo per gli amici), dove Vash e Felce ovviamente komandano. Le pere di notte al cimitero Monumentale, la notte e la gente indifferente, si vede pure la torre. E poi la loro musica (provami), che fanno insieme, e le relative serate, un giro di amicizia con fauna eterogenea, una corte dei miracoli dove tutti hanno soprannomi e le fidanzate tossiche si fanno le caviglie per non avere buchi sulle braccia. C’è una scena assurda di un drogaparty in casa, dove un tizio assurdo e gay e piagnucolamentoso che si chiama Atos implora l’ennesima pera, disperato dalla vita.

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Quello a destra, ovviamente, è Atos

Sul finire le strade si separano, ed è un po’ triste ma tanto nessuno aveva davvero una traiettoria manco prima: Felce ha lo skizzo alla Walt Whitman, e va nei boschi a trovare se stesso, con in mano una carabina della prima guerra mondiale per cacciare. Vash resta a spacciare e farsi in macchina con una tipa, che gli racconta la storia della sua vita ma tanto a lui non frega un cazzo, perché ha il cuore ammille che fa bumbum per la dose e non capisce più niente.

Un problema è quello della presenza della camera in un contesto simile, è vero, è falso, quel che vediamo? E infatti sia svariati degli altri personaggi a volte guardano in camera come a dire “cazzo vuole questo” sia gli stessi protagonisti sembrano a tratti lasciarsi trascinare dal personaggio, ma restano per la maggior parte del tempo incredibilmente autentici, perfino nei loro discorsi seri, su religione e politica e vita. Perché i due si sono scelti (per salvarsi?) per condividere un pezzo di strada insieme, che questo sia scappare dagli sbirri o sboccare nei cestini (euh pure io una volta ho vomitato nel cestino, lo trovo estremamente chic). In tal senso, il b/n è una scelta stilistica, intesa ad oggettivare quel tipo di realtà per lo spettatore, realtà che altrimenti rischierebbe spesso di essere troppo, troppa, o troppo impressionante (tutto il sangue che zampilla su e giù, hai idea?). Spunto iniziale era un film sull’amicizia nel disagio, non so quanto incidentalmente ne è uscito un film sull’amicizia e la droga (+disagio), e su una realtà che, appunto, agli occhi di chi non vive al margine non esiste.

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Alla fine mi sono reso conto che la sala NON era piena di punkabbestia, o non so che, ma anche che Vash e Felce qualche giorno prima erano stati lì a presentare col regista il film. E quanto è dissonante pensare al pubblico dei film d’essai, che tendenzialmente rischia di essere borghese e piccolo piccolo, come e più di me – no no dai ok, come me – quelli che fanno la differenziata e comprano equo e solidale coi gruppi d’acquisto, o quelli che in genere classifico Vecchi del Cazzo (VdC) e vanno a vedere gli insopportabili film francesi – hai capito benissimo quali. Ed ho pensato a questo pubblico (o a me, però io con quei film fracesi fatti per i VdC ho smesso), e a quanto sideralmente siamo distanti da Vash e Felce, e se non si sentissero tipo bestie da spettacolo, o King Kong nella gabbia e portato al teatro, e troppo l’ho trovato strano e mi è spiaciuto non esserci stato. Non mi è mai capitato, ma penso seriamente di dare i soldi alla campagna di crowdfunding per far uscire il dvd coi contenuti speciali, perché voglio vedere altre ore di loro che si fanno e parlano di tutto e niente in giro per le strade di Milano tutta grigia e luci nere e notti bianche.

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Funeralopolis – A Suburban Portrait (2017, Italia, 94 min)

Regia e fotografia: Alessandro Redaelli

Sceneggiatura: Alessandro Redaelli, Ruggero Melis, Daniele Fagone

Musiche: Ruggero Melis

Interpreti principali: Lorenzo Passera (Vashish), Andrea Piva (Felce)

6 pensieri riguardo “Al cinema: Funeralopolis – A Suburban Portrait, di Alessandro Redaelli

  1. Boia che pesata… grazie per aver scritto questo articolo! Non credo che avrò mai la forza di guardare sto documentario, ma mi sembra un progetto veramente impressionante!

  2. anch’io mi unisco ai ringraziamenti per aver scritto questo post (e per aver visto il film, perché a vedere Trainspotting con Ewan McGregor sobbonitutti)…
    poi come descrivi tu il disagio, quello con la d minuscola, veramente chapeau…
    non sapevo la storia di (d)Rogoredo, pensavo fosse una stazione dell’alta velocità ebbasta, con annesso quartiere di palazzoni Milano style…
    sono realtà che sfuggono alla mia comprensione di ragazzo di provincia poi finito a Torino ma sempre in un’atmosfera tutto sommato ovattata (casa, università, lavoro, girincentro)

    1. Su dRogoredo si trovano fior di servizi e documentari, c’è un boschetto al cui interno la polizia proprio non entra. Oltre a quello a Rogoredo non c’è nulla, la sede di sky, doverosi palazzoni e centinaia di treni. Postaccio! Comunque se mai lo fanno e mi arriva posso prestare il dvd mi è venuto in mente oggi che ci ho messo i soldi ma non sono in possesso di un lettore dvd

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