Quell’assurda decina: #2 – Swiss Army Man – Un Amico Multiuso, di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

53561Il cinema indipendente riserva sempre molte sorprese, soprattutto se si cercano titoli bizzarri, surreali o, comunque, lontani dalle solite logiche di marketing della grande distribuzione hollywoodiana. Swiss Army Man non è certamente il più estremo del gruppo, ma unisce un soggetto quantomeno atipico a una messinscena tanto sontuosa quanto divertita e goliardica che lo rende un piccolo gioiello da riscoprire; non è neanche male che, per una volta, abbia fatto sembrare Daniel Radcliffe un buon attore.

Presentato al Sundance nel 2016, dove ha spiccato per singolarità e originalità, il film racconta la storia di Hank (Paul Dano), che, disperso su un’isola deserta, medita il suicidio per non morire lentamente di inedia. A salvarlo è Manny, il cadavere di un ragazzo che la risacca porta a riva e che si dimostra straordinariamente utile: manipolando il suo corpo, infatti, Hank riesce a trovare un modo per sopravvivere, mentre il suo attaccamento alla vita rianima lentamente anche Manny, che riscopre cosa significhi essere vivi.

Swiss Army Man è una strana bestia, a partire dal suo soggetto surreale: l’idea di manipolare un corpo umano come un coltellino multiuso è al tempo stesso geniale e bizzarra, e apre la strada a un’infinità non solo di gag, ma anche di riflessioni. Ogni nuovo utilizzo del corpo di Manny, infatti, è la conseguenza di una sua nuova scoperta, di un nuovo sentimento che apprende di nuovo, di un pensiero che come una scintilla è tornato a fare luce nel suo cervello. Hank e Manny si riscoprono coinvolti in una simbiosi perfetta, un rapporto di amicizia quasi fraterna in cui Hank riporta lentamente in vita Manny e questi, dal canto suo, gli garantisce la sopravvivenza; una rinascita fisica e emotiva, quindi, che li risolleva dagli abissi della disperazione e della morte per riportarli alla condizione di esseri umani perfettamente funzionanti. Manny lo spirito, Hank il corpo; si potrebbe dire che formano una persona completa in due, e forse non si rischia nemmeno di sbagliare.

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Man mano che ci si dirige verso il finale, infatti, sono sempre di più gli indizi che lasciano supporre la natura fantasiosa di quanto stiamo vedendo, negando alla vicenda uno status di fiabesco per quello ben più concreto di delirio da parte di Hank. Hank ha un disperato bisogno di qualcosa – qualunque cosa – che gli dia la forza per continuare a vivere, e trova questa energia in un cadavere abbandonato che lui stesso riporta in vita con la sua immaginazione. Manny offre a Hank, che sta fuggendo da una realtà che lo spaventa e per la quale si sente inadeguato, la possibilità di fare i conti con il suo passato e con la sua vita, riscoprendo le radici profonde di cosa significhi essere una persona attraverso le sue domande e osservazioni ingenue ma straordinariamente lucide, che obbligano il ragazzo a indagare sempre più in profondità quello che crede di sapere sul mondo e come esso funzioni. Per questo motivo nel finale Manny torna morto: nel momento in cui il viaggio fisico e psicologico di Hank è concluso, lui non ha più bisogno del suo amico cadavere perché ha finalmente trovato una pace che ha cercato molto a lungo.

Una pace che, con un nuovo, sovversivo colpo di scena, non coincide con il ritorno all’ordine e alla civiltà. Hank decide di smettere di fuggire e nascondersi, ma questo, per lui, non significa abbracciare nuovamente la vita cui era stato strappato tempo prima, ma abbandonarla definitivamente e volontariamente, salutandola con una scoreggia che indica la sua volontà di non nascondersi e non fingere più ma di vivere per sempre in piena onestà con sé stesso e con l’unica persona alla quale si sente veramente legato, vale a dire Manny. Alla fine, quella di Hank non è più una fuga, ma una liberazione, una scelta consapevole, e in quanto tale il punto di arrivo finale della lunga riflessione che lo ha coinvolto per tutta la durata del film.

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Daniel Schienert e Daniel Kwan scrivono e dirigono un film gioiosamente surreale che abbraccia la sua natura weird andando sempre fino in fondo alle questioni che solleva senza la paura di apparire sciocco o insulso. La sceneggiatura sventa questo pericolo presentandosi come un lungo componimento dal tono sorprendentemente lirico, anche nei momenti in cui il discorso verte su quanto di più triviale ci possa essere, e sempre molto intelligente: l’argomento del film è talmente vasto che il rischio di apparire ingenuo o presuntuoso è davvero dietro l’angolo, ma il candore della personalità di Manny funziona egregiamente per rendere accettabile qualsiasi tipo di osservazione. Oltre alla sceneggiatura, i due Daniel firmano anche una regia di tutto rispetto, per essere il loro lungometraggio di debutto. Onirica e visionaria, la direzione dei Daniel dà vita a una partitura visiva quasi sinestetica, che si permette molto spesso di trascendere le battute del copione per soffermarsi su immagini magicamente suggestive; si avverte in questo caso, forse, la formazione della coppia nell’ambito del videoclip, che conferisce loro la capacità di immaginare un accompagnamento visivo al testo slegato dalla continuità narrativa della storia ma capace di esaltare le parole dei dialoghi grazie a un immaginario surreale e a un montaggio il cui ritmo pare dettato talvolta da una logica più da sogno che realistica.

Swiss Army Man è un ottimo film e un debutto superbo. Paul Dano e Daniel Radcliffe recitano con evidente trasporto e fiducia nella direzione dei registi, esibendosi in un’interpretazione che non può non trascinare direttamente all’interno del cuore del racconto. Non sarà forse il film più estremo mai partorito da mente umana, ma adatta il fantastico a una precisa scelta narrativa a sua volta figlia di un messaggio molto chiaro, per quanto ci si sia poi molto impegnati a confonderlo adeguatamente in fase di scrittura e ripresa; un film che ci permette di aspettarci ancora molto dalla coppia Schienert – Kwan.

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Swiss Army Man (2016, USA, 97 min)

Regia e sceneggiatura: Daniel Kwan e Daniel Scheinert

Fotografia: Larkin Seiple

Interpreti principali: Paul Dano (Hank), Daniel Radcliffe (Manny), Mary Elizabeth Winstead (Sarah)

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10 pensieri riguardo “Quell’assurda decina: #2 – Swiss Army Man – Un Amico Multiuso, di Daniel Kwan e Daniel Scheinert

  1. Ottima analisi per un film che ho adorato, ci sono tanti film che escono, pochi meritano e ancora meno restano nel cuore, questo con la sua assoluta stranezza è uno di quelli. Anche solo per aver ormai sdoganato completamente il tema di “Jurassic Park” come canzone ufficiale dell’emozione, gran film! 😉 Cheers

  2. Oddio questo sì che è fuori di testa! Lo conoscevo solo di nome, ma mica avevo capito che si trattasse proprio di un uomo-coltellino-svizzero intenso in senso semi-letterale! XD
    Moz-

  3. L’ho vissuto scoprendolo fotogramma per fotogramma ed amandolo profondamente: è uno dei film più profondamente sorpredenti del Duemila! Sembra quasi una goliardata – andiamo, navigare a forza di peti! – ma all’improvviso ti senti qualcosa dentro, e scopri che… un morto ti sta insegnando la vita!
    Una regia geniale, una sceneggiatura ispirata e due attori da applausi a scena aperta. Un film che fa ancora sperare nel cinema 😉

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