Al cinema: Halloween, di David Gordon Green (con un confronto con i film di John Carpenter e Rob Zombie)

220px-Halloween_(2018)_posterCon una mossa di marketing ardita al punto da sfiorare l’avanguardia, a fine Ottobre è uscito Halloween, ennesimo sequel del celebre franchise inaugurato da John Carpenter nel 1978. Una scelta che, sebbene non spicchi proprio per originalità, sicuramente ha premiato il film di David Gordon Green con l’incasso di apertura migliore di tutto il lungo franchise dedicato a Michael Myers, a testimoniare la curiosità generata da questa operazione. Green, infatti, decide di ignorare tutto quanto realizzato negli ultimi quarant’anni, ritornando alle radici dei personaggi e della storia; tutti i sequel, i reboot, i remake, i sequel di remake e remake di sequel vengono dimenticati, come se non fossero mai esistiti, per realizzare un sequel diretto del film capostipite, cancellando con un colpo di spugna una continuity elefantiaca e all’interno della quale è sempre più complicato orientarsi.

Sono passati quarant’anni da quella notte di Halloween del 1978 in cui Michael Myers, evaso dal carcere, ha perseguitato la giovane Laurie Strode uccidendo le sue amiche. In questi anni, tanto la vittima quanto il mostro hanno vissuto sempre sotto l’ombra di quella tragica notte, la prima vivendo nel terrore e nella paranoia e il secondo meditando vendetta, una vendetta che ha l’occasione di realizzare nel momento in cui viene disposto il suo trasferimento: durante il viaggio, Micheal provoca un incidente e fugge, alla ricerca della donna che l’ha battuto tanti anni fa. Ma Laurie è pronta: la donna ha infatti trascorso gli ultimi quarant’anni della sua vita addestrandosi proprio per questo momento, e ora aspetta solo che l’uomo nero appaia per chiudere i conti con lui una volta per tutte.

Halloween di Green ha il grande pregio di fare ordine e semplificare enormemente una storia caratterizzata ormai da un epos talmente lungo e ampio da vivere ormai di vita propria. Green decide di liberare il mostro dal peso di una narrazione così lunga e talvolta contraddittoria, per riportare il focus della storia sul conflitto che reggeva il film originale, quello tra Michael e Laurie, analizzando le conseguenze nel lungo periodo del loro scontro. Un’idea molto buona e potenzialmente interessante; peccato che il film sia irrimediabilmente brutto.

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Halloween ha un copione tristemente superficiale e scarno, che delinea una simbiosi interessante tra la vittima e il mostro senza però andare mai in profondità. Il trauma di Laurie è evidente, e le sue conseguenze ci vengono mostrate in modo molto chiaro, ma manca l’anima del personaggio, che a causa di una sceneggiatura praticamente inesistente rimane un personaggio tipo senza una caratterizzazione adeguata. La scrittura approssimativa che subisce il film rende difficile entrare in sintonia con tutte le protagoniste, e cerca di ripetere per l’ennesima volta il medesimo schema narrativo della saga in un contesto che invece avrebbe richiesto un focus molto più stretto sui pochi personaggi principali. L’attenzione doveva essere tutta su Laurie e Michael e sulla loro resa dei conti, ma la necessità di spargere il solito lago di sangue rende il film dispersivo e generico, con un confronto finale tra i due antagonisti tristemente sbrigativo e per nulla climatico, dopo il quale il film semplicemente si interrompe. Fine. Senza una conclusione, come se fosse andato perduto il girato dell’ultimo atto e ci si fosse arrangiati con quello che c’era.

C’è davvero ben poco di salvabile in quest’ora e mezza di nulla in cui una tensione inesistente si accompagna a omicidi regolarmente fuori campo e tragicamente family friendly; fa eccezione l’esplosione di una testa schiacciata da Michael, l’unico momento in cui l’attenzione, ormai sopita, torna a focalizzarsi per un attimo sullo schermo. Sembra esagerato, ma l’unico elemento che vale la pena ricordare è la colonna sonora su cui domina l’iconico pezzo di John Carpenter, l’ossessivo tema musicale che segue come uno stalker Michael nella sua inesorabile ricerca della sua vittima.

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Eppure Halloween avrebbe potuto offrire molto di più, visto il lavoro originale che Carpenter ha realizzato nel 1978 con poco più di nulla a disposizione. Dotato di un budget ridotto e un’idea semplice ma efficace, oltre che a un progetto molto ben preciso di come metterla in scena, Carpenter unisce il tema del serial killer con la suggestione della festa di Halloween, plasmando un thriller paranoico e sinistro in cui nessuno è al sicuro. L’imponente figura di Michael Myers diventa sfuggente e inafferrabile, e per questo onnipresente, nascosto in ogni angolo buio in attesa di colpire. Su questo elemento, Carpenter costruisce un thriller psicologico sempre più teso, in cui a dominare è la paranoia sempre crescente di Laurie, interpretata da una debuttante Jamie Lee Curtis, una tensione che solo sul finale esplode in furia omicida lasciando sul campo però un numero tutto sommato esiguo di cadaveri. La scomparsa di Michael nel finale, inoltre, nega un rassicurante ritorno all’ordine: il mostro è ancora libero di uccidere, e potrebbe nascondersi ovunque, proprio ora, proprio qui, e tornerà sicuramente a uccidere perché questa è la sua natura.

Carpenter delinea un villain volutamente anonimo che rappresenta l’inarrestabile forza del male, una furia omicida inspiegabile e, per questo, impossibile da riportare tra le maglie della ragione e quindi fermare. Michael è la versione contemporanea di un babau, la materia di una leggenda popolare che prende vita e inizia a uccidere, una forza della natura con cui è impossibile ragionare e non si può fermare o uccidere. Michael è immortale perché immortale è la paura che suscita, senza per questo avere alcun attributo fantastico come i tanti personaggi che sulla sua scia vedranno la luce nel corso del decennio successivo, come Freddy Krueger e Jason Voorhees.

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Al tempo stesso, Halloween dà vita anche a quello che diventerà il prototipo dell’eroe, o eroina, degli slasher, e alle regole su cui questo nuovo genere si baserà. La final girl, di cui Laurie costituisce il modello, diventa una categoria narrativa come il mostro, due figure quasi archetipiche destinate a scontrarsi all’infinito versando nel frattempo litri di sangue. Innocente e dall’aspetto acqua e sapone, la final girl è stata declinata in infiniti modi nel corso del tempo, fino a essere negata da Green in quest’ultimo Halloween: stavolta, Laurie è pronta a combattere contro Michael e lo attende fin dall’inizio con lo scopo di ucciderlo. Non c’è nessuna fuga, nessuna salvezza che cerca: spinta dalla medesima furia che muove Michael, Laurie corre incontro al suo nemico aprendo forse la strada a un nuovo tipo di personaggio, destinato a sostituire una categoria ormai superata come quella che ha contribuito ad affermare.

Ma un’altra voce ha contribuito ad alimentare il mito di Michael Myers. Giunto nel nuovo millennio, si sentì la necessità di riattualizzare il personaggio facendo ripartire la saga con una nuova continuity adatta a tempi così incerti e insicuri. Autore del reboot è Rob Zombie, che nonostante la buona volontà e l’impegno evidentemente profuso nell’operazione commette un’errore imperdonabile: dare a Michael una personalità e una backstory che ne giustificassero il comportamento. I personaggi del film di Carpenter vengono riscritti cercando di dare loro una profondità diversa, giungendo però paradossalmente al risultato opposto: privato dell’aura di mistero che lo avvolgeva, Michael diventa un serial killer qualsiasi, un sociopatico mascherato ossessionato dalla sorella che cerca di uccidere. Nonostante l’estrema violenza della pellicola, sia psicologica che fisica, l’Halloween di Zombie non riesce a raggiungere l’impatto del film originale e scivola lentamente verso la mediocrità proprio nel momento in cui la follia di Michael dovrebbe scatenarsi seminando morte per le strade della città; quando dovrebbe essere più emozionante, il film smette del tutto di convincere, consegnandoci un lavoro magari godibile ma sicuramente dimenticabile.

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E ora il lavoro di Green apre una nuova strada per il killer mascherato più celebre della storia del cinema. Il notevole incasso del suo Halloween ha già confermato l’ennesimo sequel, in cui rivedremo ancora, probabilmente, la stessa storia che da quarant’anni ci viene riproposta. Verrebbe da chiedersi allora quale sia il senso di continuare a seguire una storia che non ha alcuna intenzione di mettere un punto fermo, di chiudere il cerchio e salutare una volta per tutte i suoi personaggi. Questa sarebbe stata l’occasione perfetta per concludere la storia di Michael Myers e Laurie Strode, con un finale che avrebbe potuto scrivere almeno un nuovo paragrafo nella storia dell’horror; invece, grazie all’incapacità degli sceneggiatori e a una costante coazione a ripetere che affligge da sempre Hollywood, tra un paio d’anni ci ritroveremo ancora qui, ancora a parlare delle stesse cose, ancora a chiederci che fine stia facendo un cinema horror la cui serializzazione è inferiore addirittura al più infimo prodotto televisivo.

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Halloween (2018, USA, 104′)

Regia: David Gordon Green

Sceneggiatura: David Gordon Green, Danny McBride, Jeff Fradley

Fotografia: Michael Simmonds

Musica: John Carpenter

Interpreti principali: Jamie Lee Curtis (Laurie Strode), Judy Greer (Karen Strode), Andi Matichak (Allyson Nelson), Nick Castle – James Jude Courtney (Michael Myers).

11 pensieri riguardo “Al cinema: Halloween, di David Gordon Green (con un confronto con i film di John Carpenter e Rob Zombie)

  1. L’idea di David Gordon Green di mettere Myers al centro del suo piano sequenza cambia proprio il punto di vista, ok farci capire che lui e Laurie ora sono due facce della stessa medaglia (trovate che ho apprezzato) ma senza motivazioni a muoverlo, e soprattutto sempre sullo schermo (Carpenter lo aveva reso un personaggio minaccioso perché NON sapevamo dove si trovava, ed era pronto a colpire tutti) fa cambiare molto la sua efficacia. Non è un film perfetto, è tanto studiato a tavolino, però (a differenza di Rob Zombie) almeno Myers non è una brutta copia di Jason. Blum ci ha scommesso su questa pellicola, che ha tutto per piacere al pubblico, oppure per farlo incazzare, per ora sta incassando, quindi Blum ha vinto la sua scommessa. Complimenti per l’analisi, puntualissima! 😉 Cheers

  2. Grazie!
    Sicuramente Michael è stato reinventato, un po’ come ha maldestramente fatto Zombie, e la scelta di renderlo onnipresente sullo schermo ha in parte tradito le premesse di Carpenter, ma non è tanto questo il mio problema: l’avrei apprezzato di più se questo continuo saltare da Laurie a Michael avesse creato un climax sempre più teso con un gran botto finale, invece la tensione per me è stata praticamente inesistente e il loro combattimento alla fine davvero trascurabile.
    Il pubblico ha apprezzato, io personalmente no, ma non sono mai stato un fan accanito della saga per prendermela ed esigere la loro testa. Vedremo cosa ci porterà il futuro.

  3. Boia, stroncato senza appello! Io volevo vederlo per la colonna sonora del maestro, ma il cinema in versione originale della mia città ha deciso di passare… quindi niente! In ogni caso il remake di Rob Zombie non è dei peggiori remake: anche a me l’idea di dare un background a Michael non piacque, ma almeno Zombie nella seconda parte riuscì degnamente a rendere omaggio a John Carpenter.

    In ogni caso, per me la saga di Halloween comincia e finisce col primo film, un vero e proprio capolavoro. Tutto il resto mi ha sempre interessato poco…

    1. Come dicevo anche sopra, io non sono un gran fan di Halloween: ho visto proprio solo quelli di cui ho parlato in questo articolo, e non ho molto interesse ad approfondire. Se devo essere sincero, la seconda parte del film di Zombie la trovo piuttosto soporifera, come mi è successo anche con Non Aprite Quella Porta – L’Inizio: appena è iniziato il bagno di sangue ho sentito l’attenzione scivolare via, non perché non mi faccia impressione la macelleria (amo l’horror, ma sono un gran vigliacco e mi spavento o impressiono davvero con poco), ma perché mi sembrava tutto così già visto un milione di volte… ecco, il secondo tempo dell’Halloween di Zombie mi ha fatto lo stesso effetto.

      Detto questo, non era mia intenzione spingerti a non vederlo: a me non è piaciuto, ma globalmente è stato molto apprezzato, per cui potrebbe anche essere solo un problema mio!

      1. No, no, ma sono sicuro che il mio giudizio sarebbe allineato col tuo! La seconda parte dello Halloween di Zombie è effettivamente già vista, ma per me si nota come lui chini la testa e omaggi il maestro, sapendo di non poter stravolgere il materiale originale.

  4. Concordo, film di una bruttezza terrificante ma ha saputo giocare bene le carte con la campagna pubblicitaria, così da garantirsi un titanico successo PRIMA che qualcuno davvero lo potesse vedere. La paccata di fantastiliardi che sta guadagnando maledirà il mondo con altri sequel di quella che è la più brutta saga della storia, ma la cosa più terribile è che la prima mezz’ora di questo film è la migliore in quarant’anni! Come si può partire da ottime premesse e poi crollare così in basso?
    La cosa incredibile è che in 40 anni, 11 film e 3 reboot i fan sono stati umiliati in mille modi diversi, ogni “mitologia” è stata tradita in mille modi diversi eppure sono tutti lì a dare soldi all’intrallazzone di turno che porta Myers su schermo. Ma come, tutti odiano i fratelli Weinstein e poi vanno a dare loro milioni di dollari? Hanno fatto bene a far finta che questo sia un film della Blumhouse…
    Purtroppo i fan di Myers sono tanti e malgrado ogni singolo film sia puro letame il mito continua a vivere: QUESTO mi mette molto più paura di qualsiasi horror!

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