touch of modern: Cani arrabbiati, di Mario Bava

caniarrabbiati_locandinaUna eterna maledizione stabilisce che molti grandi artisti debbano venir compresi solo dopo, da morti. Un altro adagio ancora più antico recita che nemo propheta in patria. Insomma il geniale effettista, direttore della fotografia e provetto regista Mario Bava le ha provate tutte per accontentare la severa critica italiana, ma ha sempre trovato più sopracciglia alzate che applausi. Oggi, grazie a una riesumazione globale e massiva del cinema di genere da parte della cinefilia più militante, perorata da potentissimi tycoon del calibro di Quentin Tarantino, lui come numerosi altri prìncipi del cinema di serie B è stato assurto al rango di vero e proprio oggetto di culto.

C’è da dire che il successo commerciale dei suoi film non mancò, travalicando spesso l’Atlantico (lo splendido horror gotico La maschera del demonio fu un successo negli USA). Cercando di non sottostare ai capricciosi saliscendi del like, proviamo a guardare Bava per quello che è: trash e tocco d’autore, farsa carnascialesca e sequenze cult vanno ad amalgamarsi formando una pasta unica, senza possibilità di dissezione. Bava è tutto e il contrario di tutto, prendere o lasciare, e in Cani arrabbiati più che in altre sue opere si riesce a cogliere il segno distintivo del suo paradosso stilistico.

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Immagino che qualcuno sarà caduto dalla sedia nel leggere le parole trash e serie b accostate a Mario Bava, giacchè il solo nominarlo invano fa incazzare i suoi ultras quasi quanto la curva nord di Stanley Kubrick. Ebbene già al sentirlo parlare nelle interviste, con quel suo italiano mangiucchiato da una singolare cadenza, si ha l’impressione di un rodato artigiano e non di un sovrumano maestro. La realtà parla di trucchi all’italiana fatti con due soldi, di un uomo il cui cervello lavorava forsennatamente la notte per non spendere una lira il giorno dopo, di troupe che masticano chewing-gum per rattoppare astronavi di cartapesta (sul set di Terrore dallo spazio profondo). E di attori pescati dalle corti di Celentano, Colizzi, Barboni, Catalbiano, Lenzi e compagnia. Ceffi buffoneschi come quelli di Don Backy e George Eastman o visi puliti da ragioniere come quello di Riccardo Cucciolla (sembra incredibile ma al suo posto doveva esserci nientemeno che il duro Al Lettieri il quale dovette rinunciare per motivi di salute) richiamano con immediatezza le produzioni a buon mercato di un cinema disimpegnato da domenica pomeriggio. Non fosse però per l’inaudito tasso di cattiveria che fa di questo film un lapillo incandescente, difficilmente accostabile agli innocui poliziotteschi coevi.

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Ed eccolo il vero coefficiente Bava: una crudeltà che sconfessa totalmente i canovacci del politically correct. In questa storia di fuga di tre criminali con gli ostaggi, ispirata a un racconto breve d’appendice contenuto nei mitici Gialli Mondadori, c’è una violenza tanto esplicita quanto latente e psicologica, arroventata dalla percezione sensoriale di lunghi girati – claustrofobici, soffocanti – dentro l’abitacolo di una Opel Rekord Caravan a finestrini serrati in un’estate particolarmente afosa. Tutto regge sul delicato equilibrio tenuto dal meno brutale capo della banda, l’ottimo Maurice Poli, il quale fatica a tenere a bada i suoi compari psicopatici, Bisturi e Trentadue, che godono sadicamente nel vessare soprattutto la donna interpretata validamente da Lea Kruger. Occorre riconoscere peraltro il gran merito fuori dal set a questa modesta attrice che contribuì negli anni ’90 alla distribuzione del film in home video quando ormai se ne erano perdute le tracce.  Tra le tante sequenze che sottolineano il sopruso, spicca l’umiliante punizione inflitta alla donna dopo il tentativo di fuga in un campo di mais, nella quale emerge però anche l’inadeguatezza espressiva dei due antagonisti, con le loro mimiche facciali esagerate.

Il finale a sorpresa ribalta un po’ le carte sul tavolo, sebbene piuttosto prevedibile (un certo sospetto viene istintivo, diciamo). A conti fatti, contrariamente a quanto si legge in giro, non siamo di fronte al miglior film di Mario Bava; resta esemplare il modo in cui la sua cinepresa accompagna la fuga in auto, complici un montaggio efficace, la giusta ambientazione (le periferie laziali attorno a un’autostrada in costruzione) e la colonna sonora di Stelvio Cipriani che conferisce un tipico mood anni ’70.

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Cani arrabbiati (aka Semaforo rosso, 1974, Italia, 94 min)

Regia: Mario Bava

Sceneggiatura: Alessandro Parenzo, Cesare Frugoni, Mario Bava

Fotografia: Emilio Varriano, Mario Bava

Montaggio: Carlo Reali

Musiche: Stelvio Cipriani

Interpreti principali: Riccardo Cucciolla (Riccardo), Maurice Poli (Dottore), George Eastman (Trentadue), Don Backy (Bisturi), Lea Kruger (Maria)

4 pensieri riguardo “touch of modern: Cani arrabbiati, di Mario Bava

  1. Bellissimo Cani arrabbiati! Si nota che se avessero dato un budget decente in mano a Mario Bava negli anni 60 e 70 avrebbe potuto fare film da storia del cinema. Io sono comunque contento di potermi godere questo che alla fine è un film di genere, ma un film di genere molto ben fatto. Hai giustamente nominato Tarantino, e credo che Reservoir dogs forse sarebbe uscito un po’ diverso se non ci fosse stato Cani arrabbiati tra le sue infinite influenze (su tutte, Lung foo fung wan del 1987).

  2. Questo è uno dei miei film italici preferiti, e ammetto che non mi aspettavo proprio il colpo di scena finale: un sospetto mi era venuto, ma avevo pensato a tutt’altro… ve lo dico,
    SPOILER
    SPOILER
    SPOILER
    che l’autista avesse sì nascosta un’arma, ma perché fosse un agente delle forze dell’ordine che davvero stava portando il figlio in ospedale.
    Comunque Bava qui mette due colpi di classe niente male: il cartello che indica proprio l’ospedale, all’incrocio del semaforo, che induce inconsciamente a pensare qualcosa; la scena in autogrill.
    Moz-

    1. SPOILER
      SPOILER
      SPOILER

      …io invece pensavo si trattasse di un lercio pedofilo, ma avevo comunque capito che il bimbo fosse stato rapito. Non avevo intuito invece la presenza dell’arma tra le coperte

Commenti

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