Cronache semiserie dal TS+FF, ovvero: da Torino a Trieste per Douglas Trumbull

ts+ff 1Giunto alla sua diciannovesima edizione, il Trieste Science+Fiction Festival ha tirato fuori dal cilindro uno di quei nomi il cui richiamo risulta semplicemente irresistibile per gli appassionati di fantascienza. Douglas Trumbull sarà forse sconosciuto ai più, ma è un’assoluta autorità nella materia. Nato a Los Angeles nel 1942, partecipa -poco più che ventenne- alla realizzazione dell’avveniristico To The Moon and Beyond, proiettato in Cinerama alla Fiera mondiale di New York. Si fa notare così da Stanley Kubrick, che gli chiede di prendere parte, quando aveva soltanto ventitré anni, alla realizzazione del film che avrebbe cambiato per sempre il mondo della fantascienza e del cinema in generale.

È giunta l’ora di fare qualcosa di serio”, furono più o meno le parole di Kubrick, quando nella sua mente prendeva forma l’idea di 2001: Odissea nello spazio, i cui effetti speciali furono sì formalmente accreditati allo stesso regista (che infatti ritirerà l’unico Oscar vinto dalla pellicola, quello del comparto VFX, in qualità di Special Photographic Effects Director), ma ampiamente delegati ai suoi collaboratori, tra cui un ruolo di primo piano era rivestito proprio da Trumbull, che in veste di Special Photographic Effects Supervisor si occuperà -tra le altre cose- di una delle sequenze più note, rivoluzionarie e memorabili del film, quella dello Stargate, del viaggio intergalattico di Dave Bowman che da Giove lo conduce nell’enigmatica stanza in stile régence del finale del film (nota anche come “la scena del trip”).

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Questa è opera di Trumbull (non fatelo a casa!)

Da lì Trumbull inizierà una carriera memorabile, privilegiando all’ipertrofia la qualità delle produzioni (esattamente come fece il suo Maestro Kubrick): suoi gli effetti speciali di Andromeda (1971) e, soprattutto, di Incontri ravvicinati del terzo tipo (Steven Spielberg, 1977), dello Star Trek di Robert Wise (1979, di cui fu anche aiuto regista e direttore della seconda unità non accreditato), di Blade Runner (Ridley Scott, 1982) e di The Tree of Life di Terrence Malick (2011, come consulente).

Ma Trumbull ha anche l’occasione di cimentarsi come regista, seppure non con grande fortuna. Il suo primo lungometraggio è Silent Running, girato in piena New Hollywood (1972) con un budget ridotto all’osso e distribuito in Italia con l’ingannevole titolo di 2002: la seconda odissea (in realtà con il film di Kubrick ha davvero poco a che spartire). Del 1983 è invece Brainstorm – Generazione elettronica, suo secondo (e ultimo) lungometraggio, che ebbe il grande merito di preconizzare l’avvento della realtà virtuale (influenzerà un’opera fondamentale degli anni Novanta come Strange Days) ma che viene ricordato più per il lutto che colpì la produzione durante le riprese (la morte -avvolta dal mistero- della protagonista Natalie Wood) che per le innovazioni tecnologiche studiate da Trumbull (lo Showscan, un sistema di riprese a 70mm e 60 fotogrammi al secondo).

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Ah, dimenticavo: questo è Douglas Trumbull

La fatica immane che dovette fare Trumbull per completare il suo film, lottando contro la produzione -che dopo aver sospeso le riprese voleva ritirarlo- e le compagnie di assicurazione, nonché i compromessi a cui dovette scendere dopo la morte della Wood (il rimaneggiamento della sceneggiatura, per eliminare le sequenze che la protagonista non aveva ancora girato, e l’abbandono dell’idea di girare con lo Showscan), gli causarono un profondo dispiacere, che lo portarono ad allontanarsi dalle scene, sia come regista, sia come responsabile degli effetti speciali. Trumbull si concentrerà così sulle innovazioni tecniche che gli varranno due premi Oscar, quello al merito tecnico-scientifico nel 1993 e l’Oscar Gordon E. Sawyer, assegnato per particolari contributi tecnologici nel mondo del cinema, nel 2011.

Questa doverosa -e forse un po’ prolissa- presentazione, per giustificare la mia decisione, improvvisa e invero un po’ folle, di salire sul Frecciarossa Torino-Trieste delle 6:47 del 31 ottobre per partecipare alle due giornate dedicate all’ospite più atteso del TS+FF.

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Una diapositiva della sveglia alle 5:00 per prendere il Frecciarossa delle 6:47 per Trieste

Il Festival si era aperto in pompa magna il giorno prima, martedì 30 ottobre, nella splendida cornice del Teatro Rossetti, vero e proprio gioiellino della città, con la proiezione (con un giorno di anticipo rispetto all’uscita nelle sale italiane) di A First Man, l’opera di Damien Chazelle su Neil Armstrong con Ryan Gosling nei panni del protagonista. E già lì gli organizzatori hanno calato l’asso di denari, invitando alla serata d’apertura della kermesse Umberto Guidoni, l’astronauta ed astrofisico italiano che ha partecipato a due spedizioni Shuttle, nonché il primo europeo a mettere piede sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

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Umberto Guidoni, ovvero il Neil Armstrong de noantri, nel momento in cui è stato invitato al TS+FF

Ma i “Trumbull Days” sono stati, per l’appunto, il secondo e il terzo giorno del festival.

Il 31 ottobre è stato proiettato il documentario Trumbull Land, in cui il regista Gregory Wallet (francese, quindi mi raccomando la pronuncia Gregorì Uallè) passa in rassegna la carriera del Nostro, affrontando dettagliatamente anche i progetti di tecnica cinematografica che Trumbull (presente in sala, assieme al regista) porta avanti tuttora.

Progetti che sono stati al centro della Masterclass tenuta dallo stesso Trumbull dopo la proiezione del documentario e dopo aver fornito qualche succulento aneddoto sulla sua carriera (tipo di quelli che iniziano con “Stanley mi disse…”). Un’ora e mezza di quelle che nelle università chiamano lectio magistralis e che merita una (prossima) trattazione separata vista l’importanza e l’attualità del tema: il futuro del cinema.

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Ho visto gente consumare matite su matite per prendere appunti

A seguire -ed introdotto dallo stesso Trumbull- è stato proiettato il suo primo lungometraggio da regista, il sopra citato Silent Running a.k.a. 2002: la seconda odissea. Film interessante per molteplici aspetti, per quanto oggi abbastanza dimenticato, e che merita dunque anch’esso una trattazione separata nella nostra rubrica Lo scrigno (anche in questo caso, coming soon).

Il 1° novembre è stato il secondo dei “Trumbull Days”.

Nella già citata splendida cornice del Teatro Rossetti, il buon Doug (come lo chiamava Kubrick) ha ricevuto l’Urania d’argento, il premio alla carriera istituito dal TS+FF in collaborazione con la Mondadori, fondatrice dell’omonima (e celeberrima) collana di libri di fantascienza.

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L’Urania d’argento è quella che cosa che luccica in basso a destra

Dopo la consegna del premio è stato proiettato 2001: Odissea nello spazio, nella sua versione restaurata e rimasterizzata in 4K in occasione del cinquantenario (qui la recensione del film che si è classificato al primo posto della nostra top20 del genere fantascienza).

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Gli effetti della visione in seconda fila di 2001: Odissea nello spazio, nonché della visione di film dalle 10 del mattino fino a mezzanotte e mezza

E già che si era a Trieste per quei due giorni, perché non approfittarne per chiudersi dentro ai cinema (per il tempo non dedicato ai “Trumbull Events”) per gustarsi il ricco programma del Festival? (C’è da dire che un giretto per Trieste lo si è anche fatto. Visitatela: città austera ma elegante, molto asburgica).

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Trieste: vista dal Ponte Rosso e lo splendido Teatro Rossetti

Il 31, in prima serata, è toccato ad un film italiano presentato alla Festa del cinema di Roma, dove si è fatto notare per l’originalità con cui la giovane regista Luna Gualano (anche lei presente in sala) ha intrecciato lo zombie-movie e temi di estrema attualità quale quello dell’accoglienza dei rifugiati. Giusto qualche parola, quindi, su questo Go Home – A casa loro, per creare un po’ di hype riguardo un film che si spera possa uscire in sala nei prossimi mesi, magari contando anche sullo “sponsor” di nomi illustri come Zerocalcare, che ne ha disegnato la locandina: la trama racconta di una manifestazione di estrema destra fuori da un centro di accoglienza per migranti, un becerume sciovinista intento a rigurgitare i soliti slogan sovranisti (ormai ben noti, quanto meno a partire dalla scorsa campagna elettorale). Quando il gruppo di manifestanti si trasformerà -improvvisamente quanto inaspettatamente- in un ammasso di famelici zombie, l’unico non infetto, lo skinhead Enrico, sarà costretto a barricarsi all’interno del centro di accoglienza, insieme ai migranti contro cui, fino a poco prima, aveva scagliato le sue invettive.

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La locandina di Go Home – A casa loro, disegnata da Zerocalcare

In seconda serata è stato il turno di un classico dimenticato della fantascienza come Barbarella, un film uscito nel 1968 (lo stesso anno di 2001) che si rivelerà un flop per il produttore Dino De Laurentiis nonostante la presenza (quasi sempre in deshabillé) di una diva come Jane Fonda, diretta dal marito di allora Roger Vadim. Altro film che merita di essere recuperato prossimamente nella rubrica Lo scrigno.

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Gli sguardi del pubblico durante i titoli di testa di Barbarella con Jane Fonda comemammalaffatta

La mattinata del primo novembre si è aperta con un inatteso afflusso di gente che ha riempito il Teatro Miela per la proiezione di Stalker, il capolavoro di Andrej Tarkovskij finito anch’esso nella nostra top20 del cinema di fantascienza. Anche in questo caso si è trattato di una versione restaurata (uscita recentemente nei cinema russi) che peraltro ben si adattava, con il suo formato 1,37:1, allo schermo in 4:3 del Miela, che per gli altri film risultava invece un po’ castigato.

[p.s.: film visto insieme a Paolo, che lui è di Trieste, ma se non era per l’invasore sabaudo anche quest’anno al TS+FF non ci andava 😉]

[p.p.s.: i miei due film preferiti in assoluto -questo e 2001– proiettati lo stesso giorno, su grande schermo e in versione restaurata… altra ragione per cui è valsa la pena salire sul famoso 6:47 to Trieste]

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Quando nella stessa giornata proiettano i tuoi due film preferiti

La sera del giorno di Ognissanti è stata invece dedicata a due film in anteprima italiana e di cui tanto vale dire soltanto qualche parola per generare un po’ di curiosità in vista della (a mio avviso) probabile distribuzione nelle sale italiane.

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In prima serata è stato proiettato Freaks, produzione canadese diretta da Zach Lipovsky e Adam Stein. Un film di supereroi con richiami al thriller psicologico e un tono drammatico molto accentuato, un po’ à la Logan. Su questo film basti sapere che ai titoli di coda è scattata l’ovazione del pubblico (numeroso) del Rossetti, che ha sommerso di applausi (e urla decisamente poco urbane) il regista Zach Lipovsky, accorso sul palco per il Q&A di rito. Difficile che gli esponenti dell’italica distribuzione si lascino scappare quest’opera che, pur essendo a basso budget, vanta un cast di tutto rispetto: su tutti, Emile Hirsch (già protagonista di Into the Wild) e l’ormai ultraottantenne (ma ancora in forma) Bruce Dern. Se ci aggiungiamo che il film si è portato a casa il riconoscimento più prestigioso del Festival, il Premio Asteroide, assegnato dalla giuria presieduta dallo scrittore di fantascienza Richard K. Morgan, direi che restano pochi dubbi sulle possibilità di questa pellicola.

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In seconda serata è toccato alla produzione agloamericana Elizabeth Harvest, un thriller fantascientifico fortemente depalmiano diretto dal venezuelano Sebastian Gutierrez. Più tiepida l’accoglienza per questo secondo film, che tuttavia avrà probabilmente anch’esso la sua chance di venire distribuito nelle sale italiane, grazie anche alla presenza nei panni della protagonista della top model australiana Abbey Lee, già conosciuta per il ruolo di una delle Cinque Mogli di Immortan Joe in Mad Max: Fury Road.

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La reazione all’ennesima visione di The Dawn of Man (a.k.a. “la scena degli scimmioni di 2001”) sulle note di Also sprach Zarathustra di Richard Strauss

… continua…

4 pensieri riguardo “Cronache semiserie dal TS+FF, ovvero: da Torino a Trieste per Douglas Trumbull

  1. Evviva l’invasore sabaudo (che tanto a TS di invasioni ne abbiamo avute parecchie…), insieme abbiamo visto un capolavoro pazzesco. E abbiamo pure mangiato una discreta jota 😉
    p.s. Ponterosso è scrittotuttoattaccato 🙂

    1. mai fidarsi di Google Maps 😉
      e comunque sì, buona la jota… ancor di più se si considera che non mi ha provocato alcuna sonnolenza durante i tre film che ho visto dopo 😀

Commenti

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