Lo scrigno: I cancelli del cielo, di Michael Cimino

i cancelli del cielo 1Come molti ormai sapranno, nella rubrica Lo scrigno presentiamo i “film dimenticati, introvabili, invisibili” ma che meritano di essere recuperati, ripescati da un oblio in cui sono finiti spesso immeritatamente. Inserendo tra di essi I cancelli del cielo qualcuno potrebbe dunque obiettare: ma come?… un film così famoso in una rubrica di questo tipo?

Il fatto è che I cancelli del cielo è un film più famigerato che famoso. O, per meglio dire, famoso perché famigerato. Quello di Michael Cimino è stato a lungo considerato come il film fallimentare per eccellenza, uno dei peggiori flop nella storia del cinema. Un’opera che molti conoscono ma che in pochi hanno visto, ancor meno nella sua versione “integrale”, quella del “montaggio originale” da oltre tre ore e mezza.

Merita davvero di essere recuperato un film considerato sinonimo di fallimento produttivo e che peraltro dura oltre 215 minuti?

La risposta a questa domanda (lecita) è: sì. Se volete sapere anche il motivo della risposta, anziché fidarvi sulla parola, potete continuare a leggere.

*** Cimino, da Il cacciatore a Heaven’s Gate ***

I cancelli del cielo è il terzo film di Michael Cimino. Il primo, uscito nel 1974, era stato Una calibro 20 per lo specialista, con protagonista un Clint Eastwood all’apice della sua carriera. Il secondo (1978) è Il cacciatore, per cui non servono parole né presentazioni. The Deer Hunter è un successo clamoroso e vince cinque Oscar (tra cui quelli per il miglior film e la miglior regia). D’un tratto Cimino diventa l’astro nascente di Hollywood, con una certa invidia dei suoi colleghi, che avevano fatto spesso una lunga gavetta prima di essere considerati tra i registi più promettenti della nuova generazione.

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Per il suo terzo film la United Artist dice sostanzialmente a Cimino che può fare un po’ quello che gli pare. Al che il regista li prende alla lettera: presenta ai produttori un montaggio da oltre cinque ore (su 220 di girato) e un conto da 44 milioni di dollari, lievitato di oltre sei volte rispetto al budget. Il film incasserà meno di un decimo di quella somma, passando alla storia come il canto del cigno della New Hollywood. I cancelli del cielo sarà il responsabile del collasso finanziario della United Artist, la casa fondata da Charlie Chaplin e David Wark Griffith (che in realtà già non se la passava bene).

Un accenno sinottico, prima di cominciare ad analizzare le cause di una siffatta terribile reputazione, pare opportuno.

La storia è quella di James Averill, ex studente di Harvard della classe 1870, finito, vent’anni dopo, a fare il tutore della legge nella Contea di Johnson, Wyoming. Un luogo che sta per diventare una polveriera, dopo che la locale associazione degli allevatori è pronta a dichiarare guerra agli immigrati di origine europea che si stanno trasferendo in massa in quelle terre e rubano il loro bestiame per sfamarsi.

Nel mezzo, l’immancabile storia d’amore tra Averill e la gestrice di un postribolo, la quale però è innamorata anche di un vigilante degli allevatori, Nathan Champion.

Quando l’associazione, stanca dei furti subiti, formerà una lista di proscrizione di 125 coloni da uccidere su ricompensa, nella Contea si scatenerà la guerra.

*** I perché di un flop ***

La prima di Heaven’s Gate per la stampa si tiene a New York il 18 novembre del 1980. La critica semplicemente lo massacra. E perché, verrebbe da chiedersi? Tanto vale fare una check list, per cercare di non perdersi niente:

  • perché le attese erano altissime, dopo Il cacciatore e dopo che Cimino era diventato di colpo, come detto, l’astro nascente di Hollywood;
  • perché le cinque ore di pellicola portate dal regista ai produttori erano state a fatica ridotte ad un film da oltre tre ore e mezza, comunque ancora troppe per i canoni dell’epoca (soprattutto per quelli americani);
  • perché i critici arrivarono alla premiere con il malcelato fastidio derivante dalle notizie di una produzione interminabile (dieci mesi) e di costi lievitati a dismisura;
  • perché con Il cacciatore Cimino si era addossato – a causa di un’interpretazione forzata e tendenziosa – l’etichetta di “fascista”, come tale inviso all’intellighenzia newyorkese, che ancora non aveva digerito l’elezione alla presidenza, avvenuta soltanto due settimane prima, di Ronald Reagan (il paradosso è che un film come I cancelli del cielo verrà ritenuto, all’opposto, un film pseudo-marxista);
  • perché il film demoliva in maniera forse troppo brutale l’epopea western e il mito dell’American Dream;
  • vogliamo metterci un po’ di dietrologia ed aggiungerci anche la già citata invidia dell’ambiente hollywoodiano per il repentino successo del regista? Ma sì, mettiamocela;
  • e se vogliamo metterci pure un po’ di complottismo, che non guasta, si deve citare il fatto che, con l’elezione di Reagan, si diffuse nell’ambiente del cinema una velata minaccia secondo la quale, con il nuovo corso, i film che gettavano fango sulla storia americana non avrebbero più avuto cittadinanza.

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Sono tutti motivi sufficienti per giustificare l’avvenuta demonizzazione dell’opera, anche se forse quello principale fu, semplicemente, il fatto che il film non venne capito. Non venne compresa la sua ambizione, né la tendenza al perfezionismo di cui Cimino si nutriva fin dai tempi de Il cacciatore ma che solo con Heaven’s Gate aveva potuto sfogare fino al parossismo (per non dire alla paranoia).

Sta di fatto che la critica si scagliò contro il film (c’è chi lo definì “un disastro inqualificabile”) e la gente si tenne lontana dalle sale. La produzione (in accordo con Cimino) cercò di correre ai ripari con la scellerata decisione di tagliare di oltre un’ora la durata. Ciò diede il colpo di grazia alla pellicola, perché a seguito di quella drastica e famigerata mutilazione il film divenne – questa volta per davvero – improponibile.

In un colpo solo fu la fine di Cimino, della United Artists, della New Hollywood e della libertà creativa lasciata ai registi-auteurs. Fu anche -di fatto- la fine di un genere, il western, che entrò irrimediabilmente in crisi, uscendo definitivamente, sia da un punto di vista quantitativo sia sotto il profilo qualitativo, da un’età dell’oro che – pur con varie vicissitudini, rivoluzioni e rimaneggiamenti – durava da decenni.

*** Di come sia stato recentemente rivalutato e delle impressioni di chi lo aveva affossato ***

La critica ha rivalutato Heaven’s Gate soltanto di recente, dopo che la versione “integrale” del film ha ricominciato a girare per i Festival ed è stata successivamente commercializzata per l’home video dalla Criterion (sempre sia lodata). Ovviamente tutto ciò è avvenuto all’estero, perché di fare un dvd con la versione integrale per il mercato italiano non se ne parla nemmeno (ma su questo punto tornerò più sotto).

Ecco dunque che i critici delle nuove generazioni rivalutano la “cagata pazzesca”, fino a farla assurgere -a detta di molti- al rango di capolavoro.

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Ma vogliamo dunque dire che tutti questi critici dell’80-81 hanno avuto un abbaglio colossale? O sono stati accecati da un delirio collettivo, da una corsa alla stroncatura cui non si sono sottratti solo per non essere da meno rispetto ai loro colleghi?

Prima di dirlo, mi sono permesso di esaminare dettagliatamente la recensione di uno dei più noti critici cinematografici americani, Roger Ebert, che nel gennaio del 1981 assegnava al film una stellina e mezza (su quattro) toccandola piano fin da subito: “Why is Heaven’s Gate so painful and unpleasant to look at?”. Per poi definirlo “one of the ugliest films I have ever seen”.

Ebert se la prende prima con il fumo giallo, la nebbia, la polvere, che non lascerebbero vedere nulla o quasi. Poi passa a criticare la fotografia, parlando di una messa a fuoco “esasperante” e di toni seppia sbiaditi.

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Quando parla delle lamentele mosse dalla produzione ai critici che hanno demolito il film, Ebert assume un atteggiamento corporativista, per quanto lecito: “Brother Canby was only doing his job” (Vincent Canby era stato uno dei primi ad aver stroncato il film, sul New York Times del 19 novembre 1980, il giorno dopo la premiere).

Dopodiché Ebert fornisce un’elencazione di una serie di “scene ridicole” che sinceramente mi sarei aspettato di trovare – almeno in quella forma – in un giornaletto di quartiere (per non dire addirittura in un bloggaccio amatoriale come il nostro): se la prende col fatto che il protagonista salva la Huppert da un tentato stupro sparando ai delinquenti ma senza ferire la donna (sic!); critica il fatto che l’assalto degli immigrati ai cacciatori di taglie sia poco verosimile da un punto di vista della strategia militare. O almeno, questo è il modo in cui lo riporto io, perché le parole usate da Ebert mi hanno lasciato francamente di stucco: “In a big battle scene, men make armored wagons out of logs and push them forward into the line of fire, even though anyone could ride around behind and shoot them”. Io ovviamente non sono nessuno per criticare Roger Ebert (criticare un critico che critica, finalmente anch’io posso vantare una mise en abyme come si deve), ma questa frase sembra scritta da un adolescente. Anyone could ride around behind and shoot them. C’è scritto proprio così.

Diciamo subito (democristianamente) che generalmente mi trovo d’accordo con i giudizi di Ebert (tra l’altro, pace all’anima sua), ma se la data in cui è stata scritta la recensione dovesse essere effettivamente il 1° gennaio 1981 (o il 31 dicembre dell’80), si spiegherebbero molte cose.

*** Del fatto che vada gustato nella versione “estesa” e di dove e come trovarla ***

Sono tra quelli (e presumo di essere in buona compagnia) che ha visto il film prima nella versione doppiata “ridotta” da circa due ore e mezza e, soltanto dopo, ad anni di distanza, nella sua versione “integrale” con una settantina di minuti in più e in lingua originale.

Non per voler fare per l’ennesima volta il purista-fondamentalista e nemmeno per voler seguire aprioristicamente la schiera di affezionati e addetti ai lavori che col tempo hanno rivalutato questa pellicola a-patto-che-venga-vista-in-versione-estesa, ma occorre dire che, in effetti, se bisogna dare una chance a I cancelli del cielo bisogna farlo guardandolo nella modalità con cui è stato originariamente portato sul grande schermo, prima di quel brutale rimaneggiamento.

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C’è da dire che in questa versione il film è inedito in Italia in home video. C’è stata un’ammirevole – tanto per cambiare – iniziativa della Cineteca di Bologna (sempre sia lodata, anch’essa) che due anni fa ha portato nelle sale il film in versione “integrale”. Purtroppo però, alla distribuzione nei cinema non è seguita la commercializzazione del film in dvd.

Per cui, al momento, occorre attingere dal mercato internazionale o, per chi non mastica la lingua (nemmeno coi sottotitoli in inglese che è sempre un buon compromesso), sperare nell’amico cinefilo che abbia registrato uno dei passaggi tv in notturna del Fuori Orario ante-litteram (sempre sia lodato, pure lui) che lo propose in lingua originale con sottotitoli in italiano; o uno dei recenti (2014) passaggi tv su Rai Movie in versione mista, doppiata per la parte ridotta e in lingua originale sottotitolata in italiano per la parte tagliata (qui la storia del lavorone svolto da mamma Rai, nonché la storia dei passaggi televisivi del film).

*** Delle mie impressioni su I cancelli del cielo ***

Dopo tutta questa pappardella, e dopo essermi limitato sinora soltanto a caldeggiare la visione del film nella versione estesa, sarebbe il caso – visto che sto consigliando di vedere il film – di dire due parole (ma giusto due, che s’è fatto tardi) che suggellino tale consiglio.

Innanzitutto devo dire che, sinceramente, ero un po’ diffidente nei confronti di quest’opera, soprattutto quando mi preparavo a vederla per la seconda volta. Di sicuro Heaven’s Gate non è il primo film accolto malamente e poi rivalutato negli anni fino addirittura ad assurgere al rango di capolavoro incompreso del suo tempo. Nel rivedere quest’opera pensavo che probabilmente i giudizi di chi lo aveva affossato nell’80 erano poco obiettivi, così come quelli che negli ultimi tempi lo magnificavano eccedevano forse in volontà riabilitativa. Eppure devo dire che, dopo la seconda visione, l’ago della mia personalissima bilancia si è spostata decisamente a favore di questi ultimi.

Un aspetto che, all’interno della pellicola, anche i più modesti osservatori (come il sottoscritto) non possono non rilevare è il tema ricorrente della circolarità: le scene di ballo; lo stesso spostamento spaziale delle tre parti in cui il film è suddiviso (dal New England si va all’Ovest e poi si ritorna sulla East Coast, in un finale che sembra non avere altro fine se non quello di sancire la circolarità delle vicende -e delle esistenze-).

Una delle sequenze più memorabili è anch’essa caratterizzata dalla circolarità: quella dell’assedio finale, con un vortice di cavalleria che attornia gli aguzzini.

Con questi continui richiami alla circolarità Cimino voleva probabilmente dare una connotazione geometrica all’ideale di perfezione che ricercava con questo film, richiamando la forma che è per definizione simbolo di tale perfezione.

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Ma Heaven’s Gate è ovviamente molto di più di una sfida lanciata dal regista alla settima arte e, innanzitutto, a se stesso. È un affresco straordinario, crudo e verosimile di come la storia mieta le sue vittime nel silenzio. Di come i vinti cadano nell’oblio. Di quanto sia spietata la convivenza sociale anche nei mondi “nuovi”.

L’epopea western non era mai stata descritta così lucidamente e insieme così cinicamente.

Scene di massa alla Ejzenstejn, meravigliosamente caotiche e frenetiche (l’arrivo del protagonista a Casper, una cittadina del West che sembra la New York di oggi nell’ora di punta), si alternano a momenti di totale intimità.

E poi gli attori: dallo straordinario Christopher Walken, con quegli occhi magnetici esaltati da un tocco di make-up, al Sam Waterstone che sembra lo zio di Edward Norton; da un Kris Kristofferson in totale self-control ad una sensuale Isabelle Huppert. In mezzo a loro, Jeff Bridges e John Hurt sono dei non protagonisti di valore assoluto.

Ma su tutto due cose in particolare rendono quest’opera davvero imprescindibile: la fotografia straordinaria di Vilmos Zsigmond, che esalta in egual modo i magnifici paesaggi, i volti, gli interni; e l’impeccabile messinscena, il controllo totale di un Cimino che con la sua maniacalità si è davvero avvicinato alla perfezione.

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Heaven’s Gate (1980, USA, 149/216/219 min)

Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Michael Cimino

Fotografia: Vilmos Zsigmond

Musiche: David Mansfield

Interpreti principali: Kris Kristofferson (James Averill), Christopher Walken (Nathan D. Champion), John Hurt (William C. Irvine), Sam Waterston (Frank Canton), Brad Dourif (Sig. Eggleston), Isabelle Huppert (Ella Watson), Joseph Cotten (Reverendo), Jeff Bridges (John L. Bridges)

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p.s.: e dopo aver visto il film (o per chi lo avesse già visto), chi fosse interessato ad una ricostruzione più accurata della genesi produttiva di Heaven’s Gate nonché ad un’analisi dettagliata dell’opera, può affidarsi a questa monografia scritta dal critico Giampiero Frasca, edita da Gremese per la collana I migliori film della nostra vita.

6 pensieri riguardo “Lo scrigno: I cancelli del cielo, di Michael Cimino

  1. Complimenti per l’analisi della critica fatta a suo tempo.
    Premetto che l’ho visto solo una volta, ma ricordo di averlo trovato molto pesante. Non nego però che probabilmente dovrei dargli una seconda chance.

  2. Ogni tanto superi te stesso. Qui hai messo la freccia e ti sei fatto mangiare la polvere 😁
    Mi hai fatto venir una gran voglia di vederlo in versione Criterion. Anche io come te ho gran stima di Ebert ma ci sono alcuni clamorosi casi in cui sembra che si sia bevuto un cicchetto di troppo

    1. davvero un peccato essersi persi l’uscita nelle sale del restauro della Cineteca di Bologna, giusto due anni fa (a TS lo hanno dato all’Ariston)… ma certo che se si potesse rimediare con una visione del blu-ray criterion passerebbe il rimpianto 😀

Commenti

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